Lasciava Ferdinando la real sede il dì 23 gennaio, in Sicilia ritirandosi. Così finiva allora il suo regno.

Partito Ferdinando sul vascello reale l'Archimede, fu lasciata una reggenza composta dal generale Naselli, dal principe di Canosa, da don Michelagnolo Cianciulli e da don Domenico Sofia. Era la città paventosa delle cose avvenire; si temeva del popolo, dei Franzesi, dei Calabresi. Accrebbe il terrore un grave tentativo dei carcerati al serraglio, che, se avesse avuto effetto, Napoli sarebbe andata a rovina. Marciavano intanto i Franzesi alla conquista. Giuseppe, fulminato vendetta contro la corte, e promesso dolcezza al popolo se si sottomettesse, velocemente viaggiava contro la capitale. Correva a destra a riva il mare Regnier, nessuno ostacolo in nessun luogo incontrando, salvo in Gaeta, piazza forte di sito, e custodita dal principe di Assia, capitano valoroso. Intimata la resa, rispose negando. Assaltarono i Franzesi il bastione di Sant'Andrea, e se lo presero, non senza sangue. L'altra parte si difendeva egregiamente; ma essendo i napoleoniani grossi, lasciate genti all'oppugnazione, passarono. Massena a sinistra senza impedimento alcuno camminando, poichè Capua già si era data, arrivava al 14 di febbraio sotto le mura dell'appetita città. Si arresero castel Nuovo, castel dell'Uovo, castel del Carmine e castel Sant'Elmo. Entrava Duhesme il primo con una scelta fronte di soldati leggieri sì fanti che cavalli.

Faceva il dì seguente il suo ingresso Giuseppe a cavallo con molto seguito di generali e con tutte le ordinanze in bellissima mostra. Smontò al palazzo reale; trovollo squallido, e spogliato dai fuggitivi. Addì 16, visitava la chiesa di san Gennaro; udita la messa di Ruffo cardinale, presentava il santo con doni, primizie del futuro regno. Tornatosi nella regia sede, dava le udienze ai magistrati, vedeva con viso benigno la reggenza di Naselli; ma tosto la cassava, per crearne un'altra: fecene capo Saliceti. Per far denaro, si mantennero le tasse vecchie, se ne imposero delle nuove; per far sicurezza, si tolsero le armi ai cittadini, e si venne sul suono di far morire soldatescamente chi le portasse.

Intanto le Calabrie non quietavano. Si era il duca di Calabria accostato, con un corpo di soldati uscito con lui da Napoli, al conte Ruggiero, che con una squadra riempiuta di soldati siciliani, tedeschi, napolitani, e con qualche misto di raunaticci, parte buona, parte pessima, aveva fatto un alloggiamento fortificato sulle rive del Silo nel principato di Salerno. Arso il ponte, schierava i suoi sulla riva. Parve il caso d'importanza; vi fu mandato Regnier. Andò il Franzese all'assalto, mandò i Napolitani in rotta, perseguitò i vinti fino a Lagonero. Rannodaronsi i regi a Campotenese; venne loro sopra Regnier, il dì 9 marzo e con un forte assalto li risolvette facilmente in fuga. A stento salvossi il conte con mille soldati tra fanti e cavalli. Il Franzese vittorioso s'inoltrava nella Calabria Ulteriore: occupava Reggio, muniva di presidio la fortezza di Scilla, posta alla punta d'Italia, dove è più vicina alla Sicilia, il che dava freno e sospetto agl'Inglesi che in Messina si erano raccolti a difesa dell'isola.

Da un'altra parte Duhesme, oltratosi nella Basilicata, cacciava i nemici da Bernarda e da Torre, ed entrava in Taranto, città opportuna, pel suo sito, ad accennare ugualmente a Corfù ed alla Sicilia. Alcuni rimasugli dei vinti si erano rannodati a Castrovillari, ma, combattuti da Regnier, furono dispersi.

Sbaragliati i regolari, sorgevano, parte per la mutazione del governo, parte per gl'istigamenti di Sicilia, parte per amore della vendetta, parte per cupidigia del sacco, in diverse parti della Calabria, bande collettizie di soldati spicciolati e di uomini facinorosi che mettevano la provincia a terrore, a ruba ed a sangue. In questi orribili ravvolgimenti perdeva chi aveva, acquistava chi non aveva; i buoni solamente perivano, gli scellerati trionfavano. La ferocia di uomini quasi ancora selvaggi era stimolata da uomini feroci per consetuedini; il male si appiccava e dominava in ogni parte. Spargevansi voci che la regina fomentasse questi moti: i Franzesi ed i partigiani loro accrescevano questi romori, e davano loro più credito collo intento di seminare viemmaggiormente rancori ed odii contro quel governo che da loro era stato cacciato. Da questi accidenti nasceva che non solamente il desiderio di Ferdinando diminuisse continuamente nelle popolazioni quiete e negli uomini facoltosi, ma ancora con minor avversione si vedesse il dominio dei Franzesi.

Questi rumori non ignorava Napoleone. Però, giudicando che fosse arrivato il momento propizio per mandar fuori quello che si aveva giù da lungo tempo concetto, nominava Giuseppe re delle Due Sicilie. Annestava la solita condizione, che le due corone di Francia e di Napoli non potessero mai essere posate sul medesimo capo.

La creazione del re Giuseppe fu sentita con qualche allegrezza in Napoli: furonvi luminarie, spari, feste, teatri, canzoni, sonetti, al solito; e di questi sonetti chi ne aveva più fatto per Carolina, più ne faceva per Giuseppe. Vi furono anche non insolite, ma indecenti cose: rivoltamenti di animi. Ruffo cardinale esultando ricevè Giuseppe sotto il baldachino; il marchese del Gallo, ambasciatore di Ferdinando a Parigi, il divenne di Giuseppe, poi incontanente suo ministro degli affari esteri; il duca di Santa Teodora, ambasciatore di Ferdinando in Ispagna, accettò carica in corte di Giuseppe. La Turchia stessa, cui Napoleone avea voluto torre quel granaio dell'Egitto, adulava: il giorno dell'assunzione di Giuseppe, il suo inviato in Napoli cacciò fuori sulla fronte del suo palazzo, in mezzo a certa lumineria, questo motto in lingua turca e franzese: L'Oriente riconosce l'eroe del secolo.

Le vittorie e di Lagonero e di Campotenese, avendo rotto le forze regie in Calabria, tutto il paese era venuto, salvo alcuni moti incomposti, a divozione dei Franzesi. Solo Gaeta e Civitella di Tronto resistevano. Poca speranza restava al re di far frutto, sebbene sapesse che non mancavano mali semi contro il nuovo signore, se gl'Inglesi, sbarcando sulle terre calabresi, non avessero somministrato qualche forte soccorso di battaglioni ordinati. Ma grandemente ripugnava ad una spedizione in terraferma Stuart, che, essendo succeduto a Craig nel governo de' soldati britannici in Sicilia, continuava a starsene nelle stanze di Messina. Gli pareva che il principal fine degl'Inglesi fosse la conservazion della Sicilia. Ma era a questo tempo giunto in Sicilia un uomo a cui piacevano le imprese avventurose; questi era Sidney Smith, che, arrestata la fortuna prospera di Buonaparte in Oriente, si era persuaso di poterla arrestare in Occidente. Stimolato dalla propria natura, dalle preghiere di Ferdinando e dalle instigazioni della regina, continuamente esortava Stuart alla fazione. Ma la prudenza dell'uno superava l'audacia dell'altro, e niuna cosa si risolveva. Si deliberava Sidney a fare qualche sforzo da sè colle forze marittime per far vedere a Stuart che la materia era meglio disposta ch'ei non credeva. Per la qual cosa partiva dalla Sicilia con qualche nave grossa da guerra e molte annorarie, con intento d'andar a visitare le coste di Napoli.

Vi scoperse inclinazioni favorevoli, ma non sufficienti, perchè potessero fare da sè. Tornossene in Sicilia: con intente esortazioni tanto fece, che il prudente Stuart si lasciò muovere a tentare qualche fatto su quella tribulata e tumultuosa terra. Sbarcava sul principiar di luglio con circa cinque mila soldati sulle coste del golfo di Sant'Eufemia: chiamava, ma con poco frutto, le popolazioni a levarsi. Stava sospeso, stante la freddezza dei popoli, se dovesse tornare alle navi, o persistere sulla terraferma, quando gli pervennero le novelle, che Regnier con un corpo di circa quattro mila soldati aveva posto il campo a Maida, terra distante dieci miglia dal mare. Udì al tempo stesso che una nuova schiera di tre mila soldati accorreva in soccorso di Regnier, perciocchè la nuova della venuta degl'Inglesi già si era sparsa nelle vicinanze. Si deliberava pertanto ad assaltare il nemico innanzi che il soccorso si fosse congiunto con esso lui. Forte e quasi inespugnabile era il sito di Regnier, e se si avesse aspettato l'inimico, la sua vittoria sarebbe stata certa. Ma o nel proprio valore troppo confidando, o di quello del nemico troppo debolmente giudicando, consentì al commettere all'arbitrio della fortuna un'impresa certa, e scese, varcato il fatale fiume Amato, che gli stava alla fronte, nella pericolosa pianura. Arrivavano in questo mentre i tre mila; il quale accidente accrebbe nei Franzesi l'opinione del vincere. Si fece dalla sua parte avanti l'esercito d'Inghilterra: le due emole nazioni venivano al cimento.