I musei espilati ai tempi torbidi ora con cura si conservavano: i preziosi capi d'arte che adornavano i conventi, ed erano molti e belli, diligentemente si custodivano. Fu anche creata a conservazione loro dalla consulta una congregazione di uomini intendenti e giusti estimatori, che furono Lethier pittore, Guattani, de Bonnefond, l'abbate Fea e Toffanelli, conservatore del Campidoglio.
Conservando Roma odierna si poneva mente a scoprire l'antica: almeno così desiderava la consulta; la Francia potente e ricca poteva fare. Si ordinarono le spese del cavare nei luoghi promettenti. Sarebbesi anche, come pare, fatto gran frutto, se i tempi soldateschi non avessero guastato l'intenzione.
Discorreva Napoleone di volere visitar Roma sua. Se, di fatto, non voleva andarvi, l'essere aspettato faceva a' suoi fini: la consulta pensava al trovar palazzi che fossero degni dell'imperatore. Castelgandolfo le parve acconcio per la campagna, il Quirinale per la città, il Quirinale grande e magnifico per sè, sano per sito e con bella apparenza da parte di strada Pia: ogni cosa all'imperiale costume si accomodava. Nè la bellezza o la salubrità si pretermettevano. Disegnavano di piantar alberi all'intorno, di aprir passeggiate, specialmente alla piazza del Popolo da riuscire a Trinità del monte, di trasportare i sepolcri fuori delle mura, di prosciugar le paludi. Le pontine massimamente pressavano nei consigli imperiali. Prony Franzese, Fossombroni Italiano, idraulici di gran nome e di scienza pari al nome, le visitavano e fra loro consultavano. Si fece poco frutto a cagione dei tempi contrarii; e, se le pontine non peggiorarono sotto il dominio franzese, certo non migliorarono.
Così vivevasi a Roma; con un sovrano prigioniero a Savona, con un sovrano prepotente a Parigi, con dolori presenti, con isperanze avvenire, diventata provincia di Francia, non poteva nè conservare le forme proprie, nè vestirsi delle aliene; tratta in contrarie parti, lagrimava e si doleva; nè poteva la consulta, quantunque vi si affaticasse, di tante percosse consolarla e racconfortarla.
MDCCCX
| Anno di | Cristo MDCCCX. Indizione XIII. |
| Pio VII papa 11. | |
| Francesco I imp. d'Austria 5. |
Era venuto a noia a Carolina di Sicilia, che voleva a giusta ragione comandare da sè, il dominio degl'Inglesi; nè sperando di riconquistare il regno di terraferma, desiderava almeno di essere padrona di quello che le restava. Napoleone aveva penetrato il suo desiderio, e per mezzo di pratiche le persuase ch'era pronto a secondare le sue intenzioni. Vennesi ad un negoziato tra l'imperatore e la regina, il fine del quale era che il re aprisse i porti di Sicilia ai soldati di Napoleone, e permettesse che gli occupassero, sì veramente che l'imperatore aiutasse il re a cacciar gl'Inglesi dalla Sicilia. Mentre questi negoziati pendevano, entrò in Murat il desiderio di conquistar la Sicilia, sperando che la durezza di quel governo, procurandogli aderenze negli scontenti, gli aprirebbe la occasione di far frutto con le spalle loro. Già le troppe franzesi si erano condotte nella Calabria Ulteriore: al che aveva consentito Napoleone per dar gelosia agli Inglesi, acciocchè non potessero correre contro Corfù. Ad esse si erano accostati i Napolitani; la costa di Calabria da Scilla a Reggio piena di soldati. Vi concorrevano altresì le forze navali del regno, non senza aver prima combattuto onorevolmente contro le navi d'Inghilterra, che, per vietar loro il passo, le avevano assaltate nel golfo di Pizzo, al capo Vaticano e sulle spiaggie di Bagnara. Si ingiungeva a tutti i comuni posti pel litorale del Mediterraneo che somministrassero legni armati in guerra per l'impresa di Sicilia. Murat spesso imbarcava e spesso anche sbarcava le genti per addestrarle. Ognuno credeva che la spedizione si tenterebbe. Ma siccome il nerbo principale della spedizione consisteva nei Franzesi, così aveva anche Murat pregato l'imperatore, affinchè ordinasse che eglino cooperassero co' suoi Napolitani alla fazione. Napoleone, che a questo tempo negoziava con la regina, rispose nè approvando nè disdicendo, contento al moto, o che riuscisse o che solo spaventasse. Nessun ordine mandò a' suoi, acciocchè si congiungessero con quei del re. Ma Gioacchino, acceso per sè stesso da incredibile cupidità all'acquisto di Sicilia, e persuadendosi di trovarvi gran seguito e facile mutazione, volle tentar la fazione da sè e con le sole sue forze. Cinque mila Napolitani, fra i quali era il reggimento reale corso, partivano di nottetempo dalle vicinanze di Reggio e di Pentimela, e si avviavano alla volta di Sicilia con intento di approdare tra Scaletta e Messina. Al tempo stesso Murat, standosene sulla reale scialuppa riccamente addobbata, dava opera ad imbarcare le genti franzesi, come se anch'elleno dovessero andare alla conquista, ancorchè sapesse, ed esse meglio di lui, che non si attenterebbero. Ma avevano consentito ad aiutar l'impresa con un poco di romore e con quelle vane dimostrazioni. Sbarcarono nel destinato luogo i Napolitani condotti dal generale Cavagnac; ma non così tosto posero piede sulle terre siciliane, che invece di correre uniti a qualche fatto importante, si sbandarono per vivere di sacco. La qual cosa veduta dai paesani e dalle milizie, accorsero con le armi ed in folla, ed oppressero facilmente quegli uomini sfrenati e dispersi: chi non fu morto fu preso; alcuni dei presi, uccisi per la rabbia civile. Accorrevano gl'Inglesi al romore dalle stanze di Messina, ma arrivarono quando già la vittoria era compita. Dopo questo fatto, che non fu senza diminuzione della riputazione del re, deposta, non senza querela contro Napoleone, la speranza concepita, ritirava Gioacchino i soldati verso Napoli, e con pubblico scritto annunziava essere terminata la spedizione di Sicilia, il che era verissimo. Ma rimasero nell'Ulteriore Calabria miserabili vestigia del furore delle soldatesche. Tra il guasto fatto per accampare e quello degli scorazzamenti per le campagne, ne furono guastate vaste tenute di ulivi e di viti, sole ricchezze che il paese si avesse. Così il regno di là dal Faro non fu conquistato, quello di qua desolato.
Intanto i negoziati tra Napoleone e Carolina non poterono tanto restar segreti che non venissero a cognizione degl'Inglesi: ne intrapresero anche le lettere certissime. Ciò fu cagione che Carolina a loro, e principalmente a lord Bentinck, mandato in Sicilia a confermarvi il dominio della gran Bretagna, tanto venisse in odio, che, per allontanarla del tutto dalle faccende, la confinarono in una villa lontana a qualche miglio da Palermo, e poco dopo la obbligarono anche a partir di Sicilia, accidente molto singolare e strano che sarà raccontato a suo luogo.
Partito l'esercito, i facinorosi della Calabria, di nuovo uscendo dai loro ripostigli, ripullulavano, ed ogni cosa mettevano a ruba ed a sangue. Niuna strada, non che maestra, rimota, niun casale sparso, niun casale riposto erano più sicuri. Divisi in bande, e sottomessi a capi, si erano spartite le provincie. Carmine Antonio e Mescio infestavano coi loro seguaci Mormanno e Castrovillari; Benincasa, Nievello, Parafanti e Gosia il distretto di Nicastro ed i casali Cosenza; Boia, Giacinto Antonio ed il Ticiolo, la Serra stretta ed i borghi Catanzaro; Pannese, Massotta e il Bizzarro le rive dei due mari e l'estremità dell'Ulteriore Calabria. Spaventò il Bizzaro specialmente e lungo tempo la selva di Golano e le strade di Seminara a Scilla. Questi erano gli effetti delle antiche consuetudini e delle guerre civili presenti. Si temeva che alle prima occasione i capi politici contrarii al governo, i carbonari massimamente ed i loro aderenti, di nuovo prorompessero a moti pericolosi. Si sapeva che i carbonari, sempre nemici dei Franzesi, quantunque se ne stessero quieti, fomentavano non le ruberie e gli assassinii, che anzi cercavano di frenarli, ma la incitazione e l'empito, per voltarlo, quando che fosse, contro quella nazione che tanto odiavano. Si rendeva adunque per ogni parte necessario a Murat l'estirpar del tutto quella parte dei facinorosi di Calabria, e lo spegnere, se possibile fosse, la setta tanto importuna dei carbonari. Varii per questo fine erano stati i tentativi ai tempi di Giuseppe, varii altresì ai tempi di Murat, ma sempre infruttuosi, non tanto per la forza della parte contraria e per la difficoltà dei luoghi, quanto pei consigli spartiti e la mollezza delle risoluzioni. A ciò fare era richiesto un uomo inesorabile contro i malvagi, ed un'autorità piena per punirli. Un Manhes generale, aiutante di campo di Murat, che già aveva con singolare energia pacificati gli Abbruzzi, parve al re uomo capace di condurre a buon fine l'opera più difficile delle Calabrie. Il vi mandò con potestà di fare come e quanto volesse. Era Manhes di aspetto grazioso, di tratto cortese, non senza spirito, ma di natura rigida ed inflessibile, nè strumento più conveniente di lui poteva scegliere Gioacchino per conseguire il fine che si proponeva. Arrivava Manhes nelle Calabrie, a questo solo disposto, che le Calabrie pacificasse; del modo, qualunque ei fosse, non si curava: ciò si pose in pensiero di fare e fece, ferocia a ferocia, crudeltà a crudeltà, invidia ad invidia opponendo. Primieramente considerò Manhes che l'operare spartitamente avrebbe guastato il disegno; perocchè i facinorosi fuggivano dal luogo in cui si usava più rigore, in quello in cui si procedeva più rimessamente: così, cacciati e tornati a vicenda da un luogo in un altro, sempre si mantenevano. Secondamente, andò pensando che i proprietarii, anche i più ricchi, ed i baroni stessi, che vivevano nelle terre, ricoveravano, per paura di essere rubati e morti, questi uomini barbari. Dal che ne nasceva, che se non si trovava modo di torre loro questi nascosti nidi, invano si sarebbe operato per ispegnerli. Si aggiungeva, che la gente sparsa per le campagne, per non essere manomessa da loro, dava ad essi, non che ricovero, vettovaglie, e così fra il rubare, il nascondersi ed il vagare, era impossibile il sopraggiugnerli. Vide Manhes convenirsi, che con qualche mezzo straordinario, giacchè gli ordinarii erano stati indarno, si assicurassero gli abitatori buoni, i briganti s'isolassero. Da ciò ne cavava quest'altro frutto, che i giudizii sarebbero stati severi, operando contro i delinquenti l'antica paura ed i danni sopportati. Ferro contro ferro, fuoco contro fuoco abbisognava a sanare tanta peste, e medicina di ferro e di fuoco usò Manhes. Per arrivare al suo fine, quattro mezzi mise in opera, notizia esatta del numero dei facinorosi comune per comune, intiera loro segregazione dai buoni, armamento dei buoni, giudizii inflessibili.