Chi si diletta di considerare le faccende di Stato ed i mezzi che riescono, e quelli che non riescono, vedrà nelle operazioni di questo prudente e rigido Franzese, quanto i mezzi suoi quadrassero col fine, e ch'ei non andò per le chimere e le astrazioni, come fu l'uso dell'età. Ordinò che ciascun comune desse il novero de' suoi facinorosi, pose le armi in mano ai terrazzani, partendogli in ischiere, fe' ritirare i bestiami e i contadini a borghi più grossi, che erano guardati da truppe regolari, fe' sospendere tutti i lavori di agricoltura, dichiarò caso di morte a chiunque che ai corpi armati, da lui non essendo ascritto, fosse trovato con viveri alla campagna, mandò fuori a correrla i corpi dei proprietarii armati da lui, comune per comune, intimando loro fossero tenuti a tornarsene coi facinorosi o vivi o morti. Non si vide più altro nelle selve, nelle montagne, nei campi, che truppe urbane, che andavano a caccia di briganti, e briganti che erano cacciati. Quello che rigidamente aveva Manhes ordinato, rigidamente ancora si effettuava. I suoi subalterni il secondavano, e forse non con quella retta inflessibilità ch'egli usava, ma con crudeltà fantastica e parziale. Accadevano fatti nefandi: una madre, che ignara, degli ordini, portava il solito vitto ad un suo figliuolo che stava lavorando sui campi, fu impiccata. Fu crudelmente tormentata una fanciulla, alla quale furono trovate lettere indiritte ad uomini sospetti. Nè il sangue dei carboneri si risparmiava. Capobianco loro capo, tratto per insidia, e sotto colore di amicizia nella forza, fu ucciso. Un curato ed un suo nipote, entrati nella setta, furono dati a morte, l'uno veggente l'altro, il nipote il primo, lo zio il secondo. Rifugge l'animo a chi già tante orrende cose raccontò, dal raccontare i modi barbari che contro di loro si usavano. I carbonari, spaventati dalle uccisioni, perocchè molti di loro perirono nella persecuzione, si ritirarono alla più aspra montagna.
I facinorosi intanto, o di fame, per essere il paese tutto deserto e privo di vettovaglie, perirono, o nei combattimenti, che contro gli urbani ferocemente sostenevano, morivano, o, preferendo una morte pronta alle lunghe angosce, o da sè medesimi si uccidevano, o si davano volontariamente in preda a chi voleva il sangue loro. I dati o presi, condotti innanzi a tribunali straordinarii composti d'intendenti delle provincie, e di procuratori regi, erano partiti in varie classi, quindi mandati a giudicare dai consigli militari creati a posta da Manhes. Erano o strangolati sui patiboli, o soffocati dalla puzza in prigioni orribili: gente feroce e barbara, che meritava supplizio, non pietà. Nè solo si mandavano a morte i malfattori, ma ancora chi li favoriva, o poveri, o ricchi, o quali fossero o con qual nome si chiamassero; perciocchè, se fu Manhes inesorabile, fu anche incorruttibile. Pure, per opera di chi aveva natura diversa dalla sua, si mescolavano a giuste pene fatti iniqui. Succedevano vendette che fanno raccapriccio a raccontare. Denunziati dai facinorosi, che per ultimo misfatto usavano mortali calunnie, alcuni innocenti furono presi e morti. Talarico di Cartopoli, capitano degli urbani, devoto e pruovato servitore del nuovo governo, accusato, per odio antico, da un facinoroso, piangendo ed implorando tutti la sua grazia, fu dato a morte. Parafanti donna, per essere, come si disse, stata moglie del facinoroso di questo nome, arrestata con tutti i suoi parenti, e dannata con loro all'ultimo supplizio, perì. Posti in fila del destinato giorno, l'infelice donna la prima, i parenti dietro, preti e boia alla coda, marciavano in una processione, che non si saprebbe con qual nome chiamare. Eransi poste in capo ai dannati berrette dipinte a fiamme, indosso vesti a guisa di San-Benito; cavalcavano asini a ritroso ed a bisdosso. A questo modo si accostavano al patibolo: quivi una morte crudele pose fine ad una commedia fantastica ed orribile. Nè davano solamente supplizii coloro che a ciò fare erano comandati, ma ancora i paesani, spinti da rabbia e da desiderio di vendetta, infierivano contra i malfattori; insultavano con ischerni ai morti, straziavano con le unghie i vivi, dalle mani togliendoli dei carnefici per ucciderli. Furono i Calabri facinorosi sterminati da Manhes fino ad uno. Chi non morì pei supplizii, morì per fame. I cadaveri di molti nelle vecchie torri, o negli abbandonati casali, ed anche sugli aperti campi si vedevano spiranti ancor minaccie, ferocia e furore; la fame gli aveva morti. Dei presi, alcuni ammazzavano le prigioni prima dei patiboli. La torre di Castrovillari angusta e malsana videne perire nell'insopportabile tanfo gran moltitudine.
La contaminazione abbominevole impediva ai custodi l'avvicinarsi; i cadaveri non se ne ritiravano, la peste cresceva, i moribondi si brancolavano per isfinimento o per angoscia sui morti, i sani sui moribondi; e sè stessi, come cani, con le unghie e coi denti laceravano. Infame pozza di putrefatti cadaveri diventò la costrovillarese torre; sparsesi la puzza intorno, e durò lunga stagione; le teste e le membra degl'impiccati appese sui pali di luogo in luogo rendettero lungo tempo orrenda la strada da Reggi a Napoli. Mostrò il Crati cadaveri mutilati a mucchi; biancheggiarono e forse biancheggiano ancora le sue sponde di abbominevoli ossa. Così un terrore maggiore sopravanzò un terror grande. Diventò la Calabria sicura, cosa più vera che credibile, sì agli abitatori che ai viandanti; si apersero le strade al commercio, tornarono i lavori all'agricoltura, vestì il paese sembianza di civile, da barbaro ch'egli era. Di questa purgazione avevano bisogno le Calabrie; Manhes la fece; il suo nome saravvi e maledetto e benedetto per sempre.
MDCCCXI
| Anno di | Cristo MDCCCXI. Indizione XIV. |
| Pio VII papa 12. | |
| Francesco I imp. d'Austria 6. |
Aveva Napoleone per mezzo del concordato confermata la sua potenza, sì soddisfacendo al desiderio dei popoli, e sì tenendo con l'imperio degli ecclesiastici in freno la parte contraria alla quale non piaceva quella sua immoderata cupidigia di dominare. Restava che la religione romana stessa domasse con la depressione dell'autorità pontificia: aveva in ciò un desiderio molto ardente, siccome quegli che era impaziente di ogni potenza forte che a lui fosse vicina. A questo fine, occupate le Marche, si era avvicinato alla pontificia sede di Roma, e sotto colore delle cose di Napoli, mostrava spesso i suoi soldati agli attoniti Romani. A questo fine ancora aveva occupato la romana città, e trasportato il papa in condizione cattiva a Savona, retribuzione certamente indegna di tanti benefizii.
Era arrivato papa Pio prigione a Savona il dì 15 agosto del 1809, se per caso o pensatamente, perchè quello era giorno festivo di Napoleone, ognuno giudicherà. Gli furono date sull'arrivare le stanze in casa di un Sansoni sindaco della città. Accorrevano d'ogni intorno i popoli per vedere il pontefice. Pure gli agenti imperiali osservavano che, o fosse timore o fosse opinione, era quivi la moltitudine meno fervorosa, e minore il fanatismo, così il chiamavano, mostravasi verso il sovrano pontefice, che in Francia, e che la presenza del papa cattivo non alterava punto la obbedienza verso il governo.
Sino a che si comandasse altrimenti, erano vietate le udienze al papa, ed a nessuno si permetteva che gli favellasse, se non presenti le guardie; su quanto facesse nelle interiori stanze, diligentemente si vigilava e sopravvigilava; le lettere che scriveva e quelle che a lui si scrivevano, copiavansi e si mandavano a Parigi. Se ne viveva il pontefice nel suo savonese carcere con molta semplicità, nè mai si mostrava sdegnato, quantunque avesse tante cagioni di sdegnarsi.
Desiderava Napoleone che il senatoconsulto dell'unione dello Stato romano al suo impero sortisse il suo effetto anche per consentimento del papa. Per la qual cosa gli agenti imperiali continuamente e con esortazioni vivissime cercavano di muoverlo, acciocchè rinunziasse al dominio temporale, accettasse i milioni, abitasse il palazzo arcivescovile di Parigi. Certamente pareva a que' tempi la potenza di Napoleone inconquassabile; le paci di Tilsit e di Vienna, il nuovo matrimonio, l'esercito invitto, vincitore, innumerabile la fondavano. Niuna speranza rimaneva al pontefice di risorgere, il sapeva, il credeva, il diceva; ma vinse la coscienza: ricusò Pio le imperiali proposte.