Anno diCristo MDCCCXIII. Indizione I.
Pio VII papa 14.
Francesco I imp. d'Austria 8.

Al suono delle rotte napoleoniche, la Prussia insorgeva e si vendicava cupidissimamente in libertà. Napoleone ritornava nella sua sede di Parigi. Murat, sbalordito da accidenti tanto straordinarii, abbandonato l'esercito, se ne veniva a Napoli; presene il governo Eugenio vicerè. Aveva Murat mala satisfazione di Napoleone, ed era maravigliosamente commosso contro di lui, perchè gli aveva attraversato i suoi disegni sopra la Sicilia, e perchè non gli era ignoto ch'egli aveva negoziato col siciliano governo di cose pregiudiziali al suo dominio napolitano. Dall'altra parte gl'Inglesi si erano deliberati a pretendere ed a mettere fuori certe voci: che oggimai, cioè, era venuto il tempo di dare all'Italia l'essere independente. Bentinck, o tentativamente o sicuramente che sel facesse, si spiegava di questo disegno con parole incitatissime, e dimostrava la Gran Bretagna parata a secondarlo. Conosceva Gioacchino tutti questi umori. Per questo, tornando da Mosca, passò dove più che in altri paesi d'Italia questi desiderii si erano accesi, e si mise a fare gran promesse. Bentinck, conosciuto l'uomo, e volendo turbare fin dalla bassa Italia le cose a Napoleone, il confortava ad assumere le insegne di campione dell'italica franchigia. Insinuazioni consimili facevansi ad Eugenio, perchè da Napoleone si distaccasse; e non senza frutto. Tanto poi si era fatto per l'attività del vicerè, che si era creato un esercito giusto, composto parte di Franzesi raccolti dai presidii e dagli iscritti dell'Italia franzese, parte di soldati del regno, alcuni veterani, molti novelli. Il vedere queste genti dava qualche sicurtà ai popoli, se non di vincere, almeno di negoziare, e non si disperava dello stato franco. La tempesta intanto di verso il mare e di verso il Tirolo e l'Illirio si avvicinava.

Aveva l'imperadore Francesco, che in grandissima prontezza si era allestito alla guerra, mandato un forte esercito in cui si noveravano meglio di sessanta mila buoni soldati ai confini per modo che cingeva tutto il regno italico da Carlsbad di Croazia insino al Tirolo. Obbedivano tutte queste genti al generale Hiller, uomo di grande sperienza per esser già molto oltre con gli anni e vecchio ancora di milizia. Militavano con lui non pochi generali di nome, tra' quali principalmente si notavano Bellegarde e Frimont, capitani esperti nelle italiche guerre. Mandava fuori Hiller un suo militare manifesto, con cui, descritte primieramente le forze e le vittorie della lega, esortava gl'Italiani «a levarsi contro il tiranno a generale liberazione dell'Europa conquassata sì lungamente da tanti movimenti ed a cooperazione di poderosi eserciti che accorrevano in aiuto loro da ogni banda.»

Questo era il nembo che minacciava il regno italico dai paesi di settentrione e di oriente. Verso ostro i confini non gli erano sicuri, perchè gli alleati, facendo grande fondamento sulle sollevazioni dei popoli, si erano accordati, che mentre gli Austriaci l'assalterebbero dalla parte loro, gl'Inglesi, o con soldati proprii, o con soldati d'ogni paese, massimamente Italiani raccolti in Malta ed in Sicilia, o finalmente con qualche mano di Austriaci, infesterebbero i due litorali dell'Adriatico, tanto dalla parte della Dalmazia e dell'Istria, quanto da quella di Italia. Intendevano anche a percuotere nei lidi italiani, entrando per le bocche del Po per far diversione in favore dello sforzo principale che calava dalle Alpi Rezie, Giulie e Noriche. Avevano anche speranza, sebbene il vedessero incerto e titubante, che Gioacchino di Napoli si sarebbe congiunto a loro; e le forze del re di Napoli erano di grande momento perchè andavano a ferire il regno italico a fianco ed alle spalle, e dove aveva minor difesa, perchè nissuno anche previdentissimo, avrebbe potuto immaginare questo, che Gioacchino di Napoli fosse un giorno per muovere l'armi contro l'italico regno.

Nè dovevano restare senza disturbo le sponde del Mediterraneo, perchè gli Inglesi, essendo ormai certi delle intenzioni di Gioacchino, si proponevano di far impeto con quei loro soldati multiformi e racimolati da ogni paese, nella Toscana, provincia che credevano non senza ragione avversa al nuovo Stato, e desiderosa di tornare all'antico. Venivano con loro Bentinck e Wilson generale colle loro pubblicazioni di libertà e d'independenza. Avevano essi trovato non saprebbesi che bandiere con suvvi scritto il motto Indipendenza d'Italia, e dipinte due mani che si toccavano in segno di amicizia e di colleganza. A questo modo suonava di ogn'intorno un forte nembo al regno italico.

Il vicerè forbiva ancor egli le sue armi. Aveva circa sessanta mila soldati, nei quali erano i veterani italiani venuti di Spagna, i soldati di nuova leva e la guardia reale italiana, bella e valorosa gente; sommavano gl'Italiani circa ad un terzo. I Franzesi anch'essi, o raccolti prestamente dai presidii, o chiamati dalla Spagna con celeri passi accorrevano al sovrastante pericolo. Li partiva in tre principali schiere: la prima, che obbediva a Grenier, aveva le sue stanze sulle rive del Tagliamento e dell'Isonso, terre tante volte ancora gloriosamente conquistate dai Franzesi; la seconda, retta da Verdier, alloggiava a Vicenza, Castelfranco, Bassano e Feltre. La terza, quest'era la Italiana, posava a Verona ed a Padova: la governava Pino. Una parte di essa, sotto l'obbedienza dei generali Lecchi e Bellotti, era mandata a custodire l'Illirio, la cavalleria stanziava a Treviso; per vigilare intanto agli accidenti del Tirolo, parte che dava grandissima gelosia, una schiera di soccorso alloggiava in Montechiaro; quando poi divenne il pericolo più imminente, fu mandata sotto il governo di Giflenga a combattere in Tirolo contro un corpo di Austriaci condotto dal generale Fenner. Secondavano tutto questo sforzo dalla Dalmazia, ma piuttosto per difendere che per offendere, pel piccol numero dei soldati, i presidii, la maggior parte italiani, di Zara, Ragusi e Cattaro. Ora, diventando ad ogni momento la guerra più imminente, pensò il vicerè a spingersi più innanzi, andando a porre il campo principale ad Adelsberga, terra poco distante dalla sponda destra della Sava, sulla strada per a Carlsbad di Croazia e per a Lubiana di Carniola. Al tempo stesso, allargandosi sulla sinistra, mandava una forte squadra a custodire i passi di Villaco e di Tarvisio, avendo avviso che Hiller, fatto un assembramento molto grosso a Clagenfurt, minacciava di farsi avanti, sì per isforzare quei forti paesi, e sì per condursi, montando per le rive della Drava, alle regioni superiori dell'affezionato Tirolo.

Gli Austriaci, cingendo con largo circuito tutta la fronte dell'esercito italico, avevano un grandissimo vantaggio, il quale ed all'occorrenza presente ed alla natura sempre circospetta molto bene si conveniva. Sicura era la loro destra pei fatti succeduti in Germania, ed ultimamente per l'adesione della Baviera alla lega dei principi uniti contro Napoleone. In questo ancora molto momento recavano i Tirolesi pronti ad insorgere contro il nuovo dominio, e la inclinazione loro rendeva sicuro il loro paese alle forze austriache e dava sospetto al vicerè, perchè potevano offenderlo a mano manca ed alle spalle. Nè meno avvantaggiata condizione avevano gli Austriaci sulla loro sinistra, posciachè sapevano che le popolazioni dalmate e croate erano pronte a sorgere contro i presenti dominatori.

Correvano i Dalmati, inclinava verso il suo fine agosto, contro i presidii, i Croati contro gl'Italiani. Zara, Ragusi e Cattaro tenuti da deboli guernigioni, romoreggiando nimichevolmente i popoli d'intorno e tenendo infestato la campagna, cedettero facilmente. Una presa di Croati, avvalorata da qualche battaglione di Austriaci, urtando contro Carlsbad, facilmente se ne impadroniva. Gli Austriaci ed i Croati, più oltre procedendo, s'insignorirono di Fiume, ritiratosene il generale Janin, impotente a resistere. I Croati, ch'erano stati arrolati sotto le insegne franzesi, dai loro signori segregandosi, ritornavano alle antiche insegne di Austria. Mentre a questo modo felicemente si combatteva per gli Austriaci verso lo Adriatico, mandavano grossi squadroni verso il Tirolo. Giunto a Brixen, scendevano per le rive dell'Adige con intento di andar a battere nelle veronesi e nelle bresciane regioni. Al tempo stesso veniva alle mani nel mezzo: fu preso e ripreso Grinborgo con molto sangue da ambe le parti. Sorse un gravissimo contrasto a Villaco, e dopo un feroce combattere, in cui la città fu presa e ripresa parecchie volte, e finalmente arsa per opera dei Tedeschi, i Franzesi rimasero vincitori. Gli Austriaci, seguitando il consiglio loro, si allargavano sulle corna. Trieste, preso e ripreso più volte, venne in potestà loro; già tutta l'Istria loro obbediva. Dalla parte superiore, precipitandosi dalle Alpi Tirolesi minacciavano di far impeto contro Belluno, e più alle spalle le armi loro suonavano nelle regioni vicine a Trento. Conoscendo ed usando il vantaggio avevano passato la Sava a Grinborgo ed a Ramansdorf, per dove facevano sembianza di condursi per Tulmino nelle regioni superiori del Friuli. Anche contro Villaco preparavano un grande assalto.

Non era più in potestà del vicerè il resistere. Avevano gli avversarii maggior numero di soldati ed i popoli amici; erano al vicerè minori le forze ed i popoli avversi. Ritirandosi adunque, fermossi prima sull'Isonzo qualche giorno, poscia sulla Piave, combattendo sempre valorosamente, sempre inutilmente. Le stanze della Piave non si potevano conservare. Già gli Austriaci, scesi a Bassano, vi avevano fatto una testa grossa, ed insistendo alle spalle, davan timore di estrema rovina al vicerè, se presto non si ritirasse. Fu infatti costretto a combattere a Bassano una battaglia molto grave. Durò due giorni, il 31 ottobre ed il primo novembre. Vinse la fortuna franzese ed italiana. Entrarono i vincitori, e pernottarono nella sanguinosa città. Acquistò Eugenio facoltà di ritirarsi più quietamente sull'Adige; marciava indietro, parte per Padova, parte per Vicenza, andando ad alloggiarsi a Verona ed a Legnago.

Sulle veronesi sponde incominciavano a manifestarsi fra gl'Italiani mali semi contro il vicerè, che, già insino in Prussia dopo le disgrazie di Russia, si era lasciato uscir di bocca parole di cattivo concetto verso gl'italiani generali. Nè il suo disprezzo nelle semplici parole contenendosi, era trascorso sino agli atti: delle quali cose tenendosi eglino molto offesi, avevano appoco appoco sparso una mala contentezza fra i soldati, dal che ne seguivano nel campo sinistre mormorazioni, ed anche atti aperti di sdegno contro il principe.