Intanto non rimetteva in Eugenio il desiderio di farsi famoso in guerra. Corse in Tirolo, vi fece fazioni onorate, ma senza frutto; liberò Brescia dal nemico, ma indarno; ruppelo in una grossa e bene combattuta battaglia a Caldiero, ma tornossene poco dopo là dond'era venuto: il nemico, che era stato rincacciato fin oltre all'Alpone, venne fra breve a rinsultare San Michele di Verona. Appena la fronte dell'Adige, fiume grosso e munito sotto dalla fortezza di Legnago, sopra dai castelli di Verona, si poteva tenere.

Ecco un secondo nembo approssimarsi al Po, nè fia l'ultimo a raccontarsi, ancorchè sia prossimo il fine della tragedia. Aveva il generale austriaco Nugent combattuto virilmente in Croazia ed in Istria contro gl'Italiani che occupavano quella parte del regno. Ma quivi ogni cosa era oggimai divenuta sicura a lui, sì per la ritirata di Eugenio, come perchè le fortezze di Lubiana e di Trieste si erano arrese all'armi tedesche. Sola restava dell'antico austriaco o veneziano dominio in mano del vicerè la città di Venezia. Per la qual cosa Nugent, messosi sulle navi a Trieste, era venuto a sbarcare a Goro con una grossa mano di accogliticci; poi si spingeva tostamente innanzi e s'impadroniva di Ferrara. Quivi correva il paese coi suoi soldati leggieri, chiamando in ogni luogo i popoli a sollevazione. L'importanza del fatto era che si congiungesse con le schiere d'Austria che, venute col grosso dell'esercito, già si erano condotte a Padova. A questo fine, Nugent, passato il Po con una parte de' suoi, e preso alloggiamento in Crespino, si era accostato all'Adige. Dall'altro canto Bellegarde, generalissimo succeduto ad Hiller, per consentire coi movimenti di Nugent, aveva avviato a Rovigo una presa di tre mila soldati sotto la condotta del generale Marshall.

Come prima il vicerè ebbe avviso del tentativo di Nugent, aveva speditamente mandato un corpo sotto il governo del generale Decomby a Trecenta, acciocchè facesse opera d'impedire la congiunzione delle due squadre nemiche. Al tempo stesso Pino, che governava Bologna, assembrava quante genti poteva e le spingeva avanti alla guerra ferrarese. Ripresesi Ferrara, ma indarno pegli accidenti che seguirono. Aveva bene Decomby cacciato Marshall da Rovigo con non poca strage, e costretto a ritirarsi a Boara padovana. Ma gli Austriaci continuamente ingrossavano coll'intento di congiungersi con Nugent, che tuttavia era in possessione di Crespino. Mandava perciò il vicerè nuovi aiuti col generale Marcognet verso il basso Adige, acciocchè cooperassero al fine comune con Decomby. Uscirono i Tedeschi da Boara padovana; Decomby e Marcognet gli assaltavano. Sorgeva un ostinata zuffa: combatterono i Franzesi felicemente a destra, infelicemente a sinistra; si ritirarono i Tedeschi nel loro sicuro nido di Boara padovana; ma colto il destro che offerivano loro la notte e la mala guardia a cui stavano i Franzesi, con un impeto improvviso li ruppero e li costrinsero a ritirarsi prima a Lendinara ed a Trecenta, poi a Castagnero. Riacquistarono Rovigo: fu tolto ogni impedimento alla congiunzione di Nugent e di Marshall. Nugent, fatto sicuro per la congiunzione, s'incamminava a Ravenna, e da Ravenna a Forlì.

Ora trovavasi Gioacchino di Napoli molto perplesso, e siccome le novelle di Germania, di Francia e d'Italia giravano fauste od infauste, si appigliava a questa parte ed a quella, a questo partito ed a quell'altro. Molto in lui poteva il desiderio di conservare il suo reale seggio, molto la paura di Napoleone. Perciò procedendo con la sua naturale varietà, aveva negoziato ora coll'Austria, ora con Bentinck, ora con Eugenio, qualche volta con tutti insieme, nè si accorgeva che tutti il conoscevano. Intanto, già sicuro dell'Austria e dell'Inghilterra, ma non ancora sicuro di sè medesimo, si avviava verso l'Italia superiore. Già occupava Roma, già occupava le Marche, nè ancora l'animo suo scopriva. Pretendeva parole di amicizia verso il regno italico. Lasciato passare in Ancona ed in Roma amichevolmente dai presidii franzesi, gettava gioconde e pacifiche parole di Francia e di Napoleone. Infine, veduta la ritirata del vicerè, udite le novelle dell'avvicinarsi i confederati molto grossi al Reno per invadere la Francia, ed aspettato Bentinck oramai vicino a tempestare in Toscana, rimossa finalmente ogni dubitazione, si risolveva a scoprirsi del tutto ed a fare quello che il mondo non avrebbe potuto pensare e di che si perturbò più d'ogni altra cosa Napoleone. Fermava i suoi casi con l'Austria, stipulando con lei un trattato. Bellegarde annunziava pubblicamente agl'Italiani la congiunzione di Gioacchino con la lega. Gioacchino, scoprendosi nemico in quei paesi dov'era entrato e stato accolto come amico, sforzava il generale Barbon, che custodiva in nome di Francia la fortezza di Ancona, e Miollis che teneva castel Sant'Angelo, alla dedizione. Tutto lo Stato romano veniva all'obbedienza dei Napolitani.


MDCCCXIV

Anno diCristo MDCCCXIV. Indizione II.
Pio VII papa 15.
Francesco I imp. d'Austria 9.

Le forze preponderanti di Bellegarde, i progressi di Nugent sulla sponda destra del Po, l'accostamento del re di Napoli alla lega e la presenza delle sue numerose schiere del Modenese toglievano al vicerè ogni possibilità di conservare gli alloggiamenti dell'Adige. Fatti pertanto gli apprestamenti necessarii, si tirava indietro, e andava a porsi alle stanze assai più sicure del Mincio. Il dì 8 febbraio usciva ottimamente ordinato a campo per combattere in una campale battaglie Bellegarde. Ogni schiera, passato il fiume, correva ai luoghi destinati, quando la fortuna, per un accidente improvviso, ridusse il disegno bene ordinato ad un moto disordinato. Nel momento stesso in cui Eugenio si proponeva di assalire Bellegarde sulla sinistra del Mincio, si era Bellegarde risoluto ad andar a trovare Eugenio alla destra. L'esito però fu che Bellegarde fu costretto a tornarsene sulla sinistra del Mincio, ma intero e ristretto; il che obbligò anche il vicerè a ritirarsi con tutta la sua forza sulla destra.

Intanto Eugenio si accorgeva che non era più in sua facoltà d'indugiar a soccorrere alle cose d'oltre Po, che, per la invasione dei Napolitani diventavano ogni ora più difficili. Munita già di qualche maggiore fortificazione Piacenza, vi mandava con qualche aiuto di nuove genti Grenier. Formava l'antiguardo del nemico Nugent co' suoi Tedeschi, Istriotti ed Italiani; il retroguardo Gioacchino coi suoi Napolitani. Come primo Grenier arrivava, rincacciava con forte rincalzo all'ingiù Nugent, e la sforzava a tornarsene più che di passo al Taro. Nugent però, sperando di arrestarne l'impeto, si era fermato con tre mila soldati a Parma. Il Franzese, urtando la città da ogni parte, vi entrava per viva forza, ritirandosene a tutta fretta colla minor parte de' suoi soldati il Tedesco. Il re di Napoli, tornato più grosso, e sforzato finalmente il passo del Taro, già si avvicinava a due miglia da Piacenza. Quivi l'arrestavano, non la forza degli avversarii, ma più alte e più strepitose sorti.

Pellew e Bentinck comparivano in cospetto di Livorno: avevano molte e grosse navi con sei mila soldati da sbarco, italiani, siciliani, inglesi. Il governatore vuotò la città per patto; vi entrarono gl'Inglesi il dì 8 marzo. Suonavano le armi, suonavano le parole; si scrivevano i manifesti, si sventolavano le bandiere dell'italiana independenza. Bentinck in questo si mostrava molto acceso, Wilson il secondava.