Ma l'Inglese, siccome quegli che era uomo audace ed operoso, tosto giungeva alle parole i fatti. Ebbe avviso a Livorno che Genova si guardava solamente da due mila soldati; abbondava d'armi e di munizioni navali; si accingeva ad espugnarla. Giunta a Sestri di Levante, udiva che nuovo soccorso era entrato a custodir Genova per forma che il presidio sommava a sei mila soldati: presidio insufficiente alla vastità delle fortificazioni, ma bastante a rendergli molto dura la impresa; il reggeva Fresia. Dal modo onde si era questi apparecchiato conseguitava che era a Bentinck necessità di insignorirsene per un assalto vivo. A questo ordinava i suoi, che mostravano un grandissimo ardire ed una prontezza incredibile a fare quanto egli volesse. Succedevano i fatti a secondo de' suoi pensieri. Non volendo il presidio dei forti Tecla e Richelieu aspettare l'ultimo cimento, si arrese a patti. Gli assediati, vedendo che, per la perdita di quei forti, correvano pericolo di esser presi alle spalle, fecero avviso di ritirarsi del tutto dentro le mura, lasciando le difese esteriori in potere dei confederati. Già per opera di Bentinck si piantavano le batterie per fulminare la città. In questo, ad accrescere il terrore, arrivava sopra Genova Pellew con tutta la sua armata, attelandosi a fronte di Nervi. Ai piccoli cannoni di Bentinck si aggiungevano i grossi e le bombarde di Pellew per modo che allo assalto che si vedeva imminente, ogni cosa presagiva un successo prospero a chi assaltava. Si venne in sul convenire: Fresia si arrese il dì 18 aprile.
Bentinck, acquistata la possessione di Genova, faceva sorgere speranze di franco stato nei Genovesi. Ordinava pertanto un governo preparatorio, ed i motivi pubblicamente per lui detti suonavano che, stantechè i soldati d'Inghilterra retti da lui avevano scacciato dalle terre di Genova i Franzesi, e che importava che alla quiete ed al governo dello Stato si provvedesse, considerato ancora che a lui pareva che universale desiderio della nazione genovese fosse il tornare a quella antica forma alla quale era stata sì lungo spazio obbligata della sua libertà, prosperità e indipendenza, voleva ed ordinava che quello che i popoli genovesi desideravano, si risolvesse in atto e si mandasse ad effetto.
Già tutta l'Italia era sottratta dallo imperio di Napoleone: solo restava la parte che si comprende tra il Mincio, il Po e le Alpi. Ma la somma delle cose per lei si aveva piuttosto a decidere sulle rive della Senna che su quelle del Po. Infatti, come prima pervennero in Italia le novelle della presa di Parigi e della rinunziazione di Napoleone, pensò il vicerè a pattuire per la sicurezza delle genti franzesi, nè si conveniva che, poichè i Borboni, ai quali erano le potenze amiche, si trovavano reintegrati in Francia, i Franzesi combattessero contro di loro. Inoltre desiderava il vicerè, con facilitare le condizioni ai Borboni ed ai potentati, avvantaggiare le proprie, e fare in modo che gli alleati usassero contro a lui meno inimichevolmente la vittoria. A questo fine uscito di Mantova, si abboccava con Bellegarde, l'uno e l'altro accompagnati da pochi soldati. Convennero che si sospendessero le offese per otto giorni; che intanto i soldati franzesi che militavano col vicerè, passate le Alpi, ritornassero nelle antiche sedi di Francia; che le fortezze di Osopo, Palmanova, Legnago, la città di Venezia si consegnassero in mano degli Austriaci; che gl'Italiani continuassero ad occupare quella parte del regno che ancora era in poter loro; che fosse fatto facoltà ai delegati del regno di andar a trovare i principi confederati per trattare di un mezzo di concordia, e che se i negoziati non riuscissero a felice fine, le offese tra gli alleati e gli Italici non potessero ricominciare se prima non fossero trascorsi quindici giorni da che i primi si fossero scoperti delle intenzioni loro.
La convenzione di Schiarino Rizzino, che in questo luogo appunto si concluse il dì 16 aprile, spegneva del tutto il regno italico. Perchè, segregati i Franzesi dagli Italiani, nasceva una tale disproporzione di forze tra gl'Italiani ed i Tedeschi, che quel patto, il quale dava quindici giorni d'indugio alle ostilità, era indarno.
Il vicerè, acconce le cose sue, già faceva pensiero di ritirarsi negli Stati del re di Baviera, col quale era congiunto di parentado pel patrimonio della principessa Amalia. Ma ecco arrivar novelle, o vere o supposte, che Alessandro imperatore consentirebbe a conservargli il regno, sì veramente che i popoli il domandassero. Accettava Eugenio le liete speranze: fecersi brogli, cominciossi dall'esercito ridotto in Mantova. L'intento parte ebbe effetto e parte no; ma l'importanza consisteva in Milano capitale. Viveva in questo momento il regno diviso in tre sette; alcuni desideravano il ritorno dell'Austria con niuna o poca differenza dall'antica forma; gli altri pendevano per l'independenza, ma chi ad un modo, chi ad un altro; conciossiachè chi l'amava, con avere per re il principe Eugenio, e chi l'amava, con avere per re un principe di altro sangue, specialmente austriaco; questa era la parte più potente.
Dopo molti e caldissimi dibattimenti, decretava il senato che si mandassero tre legati a' confederati, supplicandoli, ordinassero che cessassero le offese; domandassero i legati che il regno d'Italia fosse ammesso a godere dell'independenza promessa e garantita dai trattati; testificassero quanto il senato ammirasse le virtù del principe vicerè, e quanta gratitudine del suo buon governo avesse.
Seppesi la deliberazione. Fece la parte contraria, che abborriva dal nome di Eugenio, un concerto. Entraronvi i capi principali delle armi, le case più eminenti di Milano; si aggiunsero i negozianti più ricchi, e fra gli scienziati e letterati i meno paurosi. Domandavano che si convocassero i collegi elettorali. Era il 20 aprile, quando, essendo il senato raccolto nella sua solita sede, una gran massa di gente, gridando, a lui traeva: era il cielo nuvoloso e scuro, pioveva leggiermente, un'apparenza sinistra spaventava gli spiriti tranquilli. I commossi non ristavano. Eravi ogni generazione di uomini, plebe, popolo, nobili, operai, benestanti, facoltosi. Le donne stesse, e delle prime partecipavano in questo moto. Era tutta questa gente volta a bene, ed il male, non che l'avesse fatto, non l'avrebbe neppure pensato. Ma, come suole, incominciavano ad arrivare e da Milano e dal contado uomini ribaldi che volevano tutt'altra cosa piuttostochè l'independenza. Queste parole scritte andavano attorno: «Hanno la Spagna e l'Alemagna gittato via dal collo il giogo dei Franzesi; halle l'Italia ad imitare.» Tutti gridavano: «Noi vogliamo i collegi elettorali: noi non vogliamo Eugenio.» Fuggirono i senatori partigiani del principe; il senato si disciolse. Entrò il popolo a furia nelle sue stanze, e tutto con estrema rabbia ruppero e lacerarono. Gridossi da alcuni uomini di mal affare mescolati col popolo: «Melzi, Melzi,» e già si mettevano in via per andarlo a manomettere. Un amico di lui gridò «Prina:» era Prina più odiato di Melzi, ed ecco che corsero a Prina, e flagellatolo prima crudelmente, l'uccisero, con insultar anco al suo sanguinoso cadavere lungo tempo. Cercarono di Meiean e di Damay; non li trovarono. La folla frenetica, messe le mani nel sangue, le voleva mettere nelle stanze. Già le case si notavano, già le porte si rompevano, già le suppellettili si recavano; la opulenta Milano andava a ruba. A questo passo i possidenti ed i negozianti, ordinata la guardia nazionale, frenarono i facinorosi e preservarono la città.
Il vicerè, che tuttavia sedeva in Mantova, uditi i moti di Milano indispettitosi, diè la fortezza in mano degli Austriaci. Partiva indi per la Baviera, le italiche ricchezze seco portando.
I collegi elettorali, adunatisi, crearono una reggenza. Decretarono che le potenze alleate si richiedessero dell'indipendenza del regno, di una costituzione libera, e di un principe austriaco, ma indipendente. Si appresentarono i legati a Francesco imperatore a Parigi. Esposte le domande, rispose, anche lui esser Italiano, i suoi soldati avere conquistata la Lombardia: udrebbero a Milano quanto loro avesse a comandare. Entrarono gli Austriaci in Milano il dì 28 aprile: Bellegarde ne prendeva possessione in nome dell'Austria il 23 di maggio. Così finì il regno italico.
Continuava Genova in potestà d'Inghilterra. Il congresso di Vienna decretò, dover Genova cedere in potestà del re di Sardegna.