Un'illustre cerimonia fu in quest'anno rinnovata sul Campidoglio romano. Fin dall'anno 1341, Francesco Petrarca, pieno di meriti, era stato dal favore del principe Stefano Colonna portato a vedersi fregiata la fronte della poetica corona nel luogo stesso ove un tempo incoronavansi colla stessa fronda gli sterminatori degli uomini. Nel 1595, eguale onore, per mezzo e colla cooperazione del cardinale Aldobrandini, nipote di Clemente VIII, apparecchiavasi all'immortale Torquato quando invida la morte il tolse al meritato trionfo. Il cavaliere Bernardino Perfetti, celebre verseggiatore sanese, che con impareggiabile facilità improvvisava versi italiani, e versi pieni di sugo, e non di sole frasche, come si esprime il sommo Muratori (tom. VII, col. 521), fu nel 1725 incoronato di alloro, per protezione di Violante di Baviera, vedova gran principessa di Toscana. Quest'anno, una donna di Pistoia, Maddalena Morelli Fernandez, in Italia conosciuta sotto il nome di Corilla Olimpica, divenuta famosa pel dono dei versi estemporanei, era stata coronata nel serbatorio dell'Accademia di Roma con grande applauso di quei dotti accademici. Ma o che di ciò non paga fosse la Toscana Saffo, o che i suoi ammiratori nol fossero, alle istanti sollecitazioni del custode dell'Arcadia presso il governo romano, ed ai maneggi del principe Gonzaga di Castiglione, conseguì ella l'ambito onore di essere coronata solennemente nelle sale stesse del Campidoglio. Dal che una grande scissura sorse tra i letterati, ed in seno della stessa accademia, gli avversi alla donna, o i più severi, o i più invidiosi, quell'atto chiamando una profanazione dell'alloro al Petrarca ed al Perfetti donato, al Tasso destinato. Le satire e le ingiurie fioccarono da varie parti, e produssero processi e rovine dei meno prudenti; in mezzo al quale trambusto, la coronata poetessa, uscendo del Campidoglio al suono dei fischi degli avversarii più sonori degli applausi de' benevoli, dovette allontanarsi da Roma, scortata da gente armata, per non trovarsi esposta a maggiori dileggi e ad oltraggi ancora.
Altra mercede intanto dava la Superba Genova ad un suo cittadino. Il doge Giambatista Cambiaso, decesso nel 1773, aveva a proprie spese, che sommavano ad alcuni milioni di quella moneta, costrutta la pubblica magnifica e spaziosa strada che al commercio apriva libera la comunicazione tra quella capitale e la Lombardia austriaca. Fece dunque la repubblica collocare nel salone del gran palazzo della signoria una statua di marmo rappresentante questo suo cittadino e principe, che fosse ad un tempo gloria di lui e monumento della civica riconoscenza.
MDCCLXXVII
| Anno di | Cristo MDCCLXXVII. Indiz. X. |
| Pio VI papa 3. | |
| Giuseppe II imperadore 13. |
Già da circa quattro anni regnava sul Piemonte il re Carlo Emmanuele. Dalle mutazioni al suo avvenimento succedute, e già al proprio luogo riferite, i Piemontesi si auguravano miglior condizione, non tanto perchè così suole avvenire in ogni cambiamento di signore, quanto perchè il nuovo re aveva voce d'uomo generoso e molto lontano dal procedere stretto e scarso del padre. Diede anche alcuna contentezza ai popoli il vedere allontanato dai consigli della corte il cardinale delle Lance di cui si conosceva l'eccessiva dipendenza da Roma; onde sperarono che le ragioni della potestà laica sarebbero meglio preservate, e si fosse per vivere con qualche maggiore larghezza rispetto alle pratiche della esterior disciplina, le quali, quando con soverchio rigore ristrette sono, fanno gli uomini più ipocriti che religiosi.
Solamente dava noia il conoscersi l'umore guerreggevole, di cui Vittorio era dominato, e l'usare prodigalità, come ei faceva, principalmente verso i suoi soldati; prodigalità che ogni termine di larghezza oltrapassava. Onde accadde che per lo spendio eccessivo si fusero e scialacquarono le sostanze pubbliche, ed in breve tempo restò esausto il tesoro lasciato pieno dal padre, che la fama affermava sommare a dodici milioni di lire piemontesi. Il debito pubblico s'accrebbe di tal maniera, che, quando vennero i tempi grossi, la monarchia ne restò sobbissata ed oppressa.
Ma nel corso del suo vivere ed usare prodigalmente Vittorio, siccome generoso era, molte opere degne di memoria lasciò, e di utilità non poca; imperciocchè e l'accademia delle scienze, che per lo innanzi era semplice e privata società fondata da quei tre sommi uomini Lagrange, Saluzzo e Cigna, con decreto reale approvò; e fondò la specola e l'accademia di pittura e di scoltura. Fra le opere utilissime da lui promosse debbesi annoverare quella d'avere, acciocchè i cadaveri più non si seppellissero nelle chiese, eretto fuori della città, in riva il Po, il cenotafio. Da lui deve eziandio Torino riconoscere il beneficio d'essere illuminata la notte.
Nè è da tacersi che, dando ascolto ad uomini chiari per dottrina e gelosi della prosperità del paese, ei creò l'accademia agraria, da cui non poco pro sorse per la coltivazione dei campi, principale fonte di ricchezza per quella subalpina regione. Agli uomini dotti e zelanti della buona coltivazione de' campi aggiunse mezzi insoliti di fertilità, con condurre canali d'acque irrigatrici ne' luoghi che più ne abbisognavano. Fra gli altri è da ricordare quello che da rimpetto a Cuorgnè conduce l'acque limpidissime dell'Orco a Chivasso; per la qual bisogna ei fu d'uopo cavare in molta lunghezza due monti, opera che non senza maraviglia si vede in essere anche a' dì nostri nel territorio di San Giorgio Cavanese.
Quindi poscia, entrando in ciò che più gli andava a genio, con nuovo modo ordinò le soldatesche, modo che, come troppo complicato, non ebbe l'approvazione degli uomini periti di milizia. Alzò la fortezza di Tortona, cavò il porto di Nizza, la strada dalla capitale a quella marittima città a maggiore comodo ridusse, alle fortificazioni di Villafranca migliore forma procacciò, sussidio inutile, poichè un urto tremendo venne di fuora, e le radici di dentro erano difettose. Mancò il denaro, principale nervo della guerra, e soprabbondarono smoderatamente le soldatesche, da cui, contuttochè buone fossero e valorose, non potè salvarsi lo Stato; che anzi in certo modo l'oppressero, pel numero stesso nocquero e la macchina sfondarono.