E poichè si parla delle imprese di Pio riferibili a questi tempi, non voglionsi tacere nè la sagrestia di San Pietro in Vaticano, nè il museo Pio-Clementino, grandiosi monumenti al suo genio dovuti. Il più gran tempio che sulla terra sia mancava di quest'accessorio che gli fosse corrispondente; e se neppur questo corrispose al concetto desiderio, restandone infinitamente inferiore per la proporzione, non fu colpa della magnificenza di Pio, ma sì bene dello scarso ingegno dell'architetto, il quale, avendo sopraccaricato l'edifizio di decorazioni, scolture, pitture, dorature, attirossi quel detto di Apelle: «Non valendo a farlo bello, il fece ricco.» Il museo era stato principiato da Clemente XIV e compiuto con pari magnificenza che squisitezza. Pio VI vi aggiunse due bracci che, andando a terminare in un atrio di forma circolare, per esso aprivano un passaggio alla celebre libreria Vaticana. Stupende per numero e per qualità le cose quivi dal pontefice in questo preziosissimo museo adunate, troppo in lungo ne trarrebbe il solo annoverarne le principali, sicchè meglio stimiamo il tacerne, che il dirne meno che si convenga.

In quest'anno Leopoldo di Toscana manda sue navi a trafficare al Malabar ed alla China; riceve un ambasciatore dell'imperador di Marocco, e con esso stringe con un trattato la pace; un altro trattato col papa determina i confini dei rispettivi Stati, sempre perturbati dall'incerto corso del torrente Chiana.

In quest'anno mancò a vivi quella Laura Bassi, del cui dottorato in Bologna dicemmo nell'anno precedente: avea dettato filosofia dalla cattedra nella patria università; l'era stata coniata una medaglia; e lasciava inedito un poema epico sulle ultime guerre d'Italia. Mancò eziandio Giambatista Piranesi, intagliatore ad acqua forte ed a bulino esimio, gloria e splendore dell'arte in Italia.


MDCCLXXIX

Anno diCristo MDCCLXXIX. Indiz. XII.
Pio VI papa 5.
Giuseppe II imperadore 15.

Nissuna transazione politica d'importanza abbiamo ad annoverare in quest'anno, se non fosse la neutralità stretta dalle potenze marittime d'Italia e della rimanente Europa nell'occasione che i Franzesi e gli Spagnuoli moveansi a sostenere gli sforzi delle colonie inglesi di America contro la madre patria. Prevedeasi che questa guerra avrebbe prodotti molti inconvenienti, ed arrecato non picciol disturbo all'italiano commercio. Abbracciarono dunque, principalmente il granduca di Toscana, il re di Napoli e la repubblica di Venezia, una rigorosa neutralità, ed emanarono editti che, manifestandola ai rispettivi sudditi, prescriveano le regole alle quali quell'atto gli obbligava. Venne poi Caterina II, e propose ai popoli dell'Europa che non erano in guerra una neutralità armata, a fine di proteggere il commercio delle nazioni neutre da ogni attacco od insulto per parte delle potenze belligeranti. Secondo tale proposizione, le navi neutre devono godere di navigazione libera, anche da un porto all'altro, sulle coste delle potenze in guerra; tutti gli effetti appartenenti ai sudditi di queste hanno a considerarsi come liberi, tosto che sieno sur un bordo neutro, eccetto le merci stipulate contrabbando: conservando in mezzo al rumore dell'armi la neutralità più esatta, le nazioni neutre trattano come pirati tutti i bastimenti delle nazioni in guerra che tentassero qualche violenza contro le navi mercantili sotto la loro bandiera.

Senza l'ire degli elementi, che nell'anno precedente travagliarono molte parti della Toscana; senza i danni per le eccessive acque patiti da Parma e da Genova pur percossa da grave incendio; senza Bologna che in quest'anno fu spaventata, pel corso di ben otto mesi, da frequente terribile tremuoto che la minacciava dell'ultima rovina; senza lo scoppio della polveriera di Civitavecchia, accesa da un fulmine, la quale in gran parte guastò la città e la fortezza: il Vesuvio presentossi a' Napoletani in uno aspetto che, a memoria d'uomini, non s'era veduto l'eguale. Per tre bocche ne' primi giorni d'agosto l'ignivoma montagna sfogava le viscere ardenti mandando fuori tre torrenti di lave infuocate e vampe di fiamme guizzanti e sanguigne. Ad un'ora della notte dell'8 di quel mese, dietro un tremendo scoppio, ecco che squarciatosi il monte, dei tre spiragli si forma una spaventosa voragine. Mai ad occhio umano non si offerse spettacolo più infernale. Vedevasi dall'ampia apertura l'interno del monte, ma non vedevasi in esso che un'ardentissima massa di vorticoso fuoco. Salivano le fiamme più alto del monte più d'un miglio, e giù quindi scorreva la lava, che pareva dover tutto incendiare e distruggere. Resina e Portici si credettero sepolti ed inceneriti. Quale a pien meriggio illuminate Napoli e tutta la costa. La cenere ed i sassi, che con orribile impeto e fracasso gettava l'enorme cratere, molto lungi andarono e sino a Nola pervennero. Guai ad Ottaiano, dal cratere del Vesuvio lontano tre miglia! rischiava di essere seppellito co' suoi dodici mila abitanti sotto le pietre, come furono in altri tempi Ercolano, Stabia, Pompei, solo un'ora di più che l'eruzione durasse. Allentava il furore; cessava. Con tutto ciò immensi furono i danni che soffersero tutte le terre e ville d'intorno. Napoli si vide piena di spaventati contadini che correvano in folla a cercare in essa un asilo. Denso il fuoco e caliginoso giunse a coprire tutto il Largo del castello di Napoli; ma le pietre infuocate incendiarono interi boschi, sprofondarono i tetti, la campagna fino ad un palmo di altezza coprirono. Tra queste pietre se ne trovarono sino di novecento libbre, e di spumosa materia essendo, immensa superficie presentavano. Le ceneri, quai gruppi di nubi dal vento agitate, oltre a Benevento e sino in Puglia a scaricarsi andarono. I danni in questa trista occasione risentiti furono calcolati a trecento mila ducati.

Da un'altra parte, la grossa terra di Bagolino poco distante da Brescia, terra di tre mila anime, frequente di fucine e fornaci, arse tutta in men di poche ore, con morte d'oltre a cinquecento persone, quali dal fuoco consunte, quali dal fumo soffocate.

Fu in quest'anno abolito in Modena il santo uffizio dell'inquisizione.