Tutta la Sicilia co' suoi pensieri Caraccioli abbracciava, ma speciale cura si dava di Palermo. Al dì primo di aprile vi pose la prima pietra del camposanto; lodevole risoluzione. Ma spiacque dove fu stabilito, per esser quello stesso presso la chiesa di Santo Spirito, là dove appunto ebbero principio i vesperi contro i Franzesi. Adornò e rese più regolare la piazza pubblica del mercato. Volle, ma non potè condurre a termine il suo intento di aprire due giorni per settimana un mercato pubblico per l'annona.

Tali erano le virtù di Caraccioli, le quali chiaramente splendevano dentro e lontano da Palermo, ma non senza qualche ombra dentro. Quelli che da vicino il vedevano, ed ogni giorno a fare con lui avevano, non si soddisfacevano dell'impeto e dell'imprudenza con cui trattava le faccende, ancorchè, come già abbiamo accennato, Simonetti in qualche modo il ritenesse. Disgustò anche il popolo di Palermo, perchè aveva voluto riformare le feste di Santa Rosalia, e perchè ostentava una certa miscredenza e disprezzo delle cose sacre. Non volle fare il voto solenne per l'immacolata Concezione della Vergine, e motteggiava sovente sopra le cose riputate più rispettabili. Queste erano imprudenze ed errori, le seguenti scandali e sconcezze indegne dell'uomo e del grado. Invitava alla sua mensa le ballerine e le cantatrici, e con esse conversava più famigliarmente che si convenisse. Accadde ancora che, fatta venire una compagnia di comici franzesi, invitò al teatro i vescovi.

Non minore dispiacere arrecava nè minore molestia dava ad ognuno la protezione, con cui favoreggiava i delatori ed i fiscali, onde e le calunnie e le avare investigazioni turbavano le famiglie, e le proprietà incerte o gravate mantenevano. Questa fu una brutta peste che contaminò l'amministrazione di quel famoso vicerè, e lo rese meno commendabile ai contemporanei ed ai posteri. Nè vuolsi tacere che assai subito e sensitivo era verso chi il riprendeva, ed è noto in Sicilia ch'egli perseguitò acerbamente coloro che avevano fatto una satira contro di lui, uomo grande per umanità, non grande per sopportazione; virtù che ricerca maggior signoria di sè medesimo, e che Caraccioli non aveva.

L'imperadore Giuseppe sentì, essendo ancora in Napoli, farsi o prepararsi dal vicerè tante generose riformazioni in Sicilia; ne riceveva non poca allegrezza. Poscia, lasciato Napoli, verso la sua Milano s'incamminava. Ebbe a Roma nuove e prolungate conferenze col pontefice, da solo a solo, nissun cardinale, nissun prelato, nissun domestico ammesso ai segretissimi colloqui.

Ai 20 di febbraio l'austriaco principe arrivava a Milano. In Torino ora si riscaldava ora si raffreddava il grido della sua venuta. Vittorio Amedeo di Sardegna desiderava che la sua città visitasse. Mandò il marchese Balbis, pregando acciò venisse. Furono tra l'inviato del re e lo imperatore molte cose parlate, ma nissuna conclusa. Per non vedere quelle sponde del Po, l'Austriaco si scusò colla brevità del tempo: il duca del Chiablese, fratello di Vittorio, fu mandato a Milano per onorarlo.

Giuseppe fu nella capitale della Lombardia ciò che era stato altrove, ma essendo fra i suoi popoli, con le mani ancor più piene di grazie per dar riparo alla vita dei miseri. Visitò quindi Pavia e la sua famosa università, a cui egli e la sua madre augusta tanto lustro, tanti nobili professori, tanti utili sussidii di scienze avevano procacciato. Era a quei tempi Pavia una vera italica Atene. Ognuno, crediamo, di questo parere sarà, quando dirassi che Scarpa, Spallanzani, Gregorio Fontana, Volta, Scopoli, Franck, Presciani, Tamburini, Mascheroni e tanti altri illustri uomini la studiosa gioventù alle fonti del sapere abbeveravano. Quivi l'imperatore, come in gratissimo seggio, si rallegrava. Tutti quei virtuosi sacerdoti delle muse amorevolmente accolse, e tutti quei preziosi repositorii di libri, dei parti dei tre regni, curiosamente esaminò ed accrebbe, tutti quei ticinesi popoli coi detti ed ancora più coi fatti rallegrò e consolò. Veduta al suo cospetto la facoltà di teologia, così le disse: «Attendete pure ad insegnare i dogmi semplicemente, e non istate a mescolarvi questioni inutili, commenti oscuri, sofisticherie scolastiche. Le superflue parole non ad altro servono che a suscitare gli odii ed a soffocare i principii del vero cristianesimo. Sia chiara e schietta la fede, benigna e tollerante la carità: sia Cristo la nostra face, Cristo il nostro amore; le oziose ed acerbe disputazioni lasciamo a chi mal vede, a chi mal sente, a chi mal ama.»

Così parlato, e poco ancora dimoratosi nell'antica sede del regno lombardo, sede recente di più fortunati influssi, quell'amorevole padre dei popoli a Milano tornò; poscia, valicate le Alpi, sulle sponde del Danubio si ricondusse. Lasciò in Italia immortale memoria de' suoi benefizii, ed un fratello condegno imitatore delle sue virtù.

Tutto il tempo che Giuseppe, di Napoli partito fermossi in Italia, Gustavo di Svezia si trattenne a Napoli. Parea che i due sovrani non avessero gran piacere di trovarsi insieme in alcun luogo. Per tanto, restituitosi il re di Svezia a Roma il dì 10 di marzo, vi rimase sino al 19 di aprile, i maggiori riguardi al capo della Chiesa cattolica dimostrando, e colle maniere cortesi ed affabili la benivoglienza dei Romani conciliandosi. Andato una mattina a vedere il museo, vi trovò come a caso il pontefice, e, trattenendosi seco in conversazione presso a due ore, formò il soggetto d'un bellissimo quadro del celebre pittore franzese Gagneraux.

Assistendo alle funzioni della settimana santa, veramente magnifiche nella principal chiesa dell'universo, non si potè, che pieno di ammirazione non si manifestasse avere i protestanti il torto nel criticare la pompa delle cattoliche funzioni; poichè, essendo ai popoli la religione necessaria, era ben fatto circondarla con tutto ciò che può renderla agli occhi umani rispettabile ed augusta.

Non per tanto, temendo quel monarca che i suoi popoli, della setta di Lutero seguaci, nol credessero disposto rinnovellar l'esempio dato un secolo prima dalla regina Cristina, e assicurarli volendo del suo attaccamento al culto del proprio paese anche in mezzo alla cattolica Italia, pose la romana tolleranza ad uno stranio cimento. Ordinò che fosse alla meglio preparata una cappella nella sala del palazzo che abitava, ed ivi assistette divotamente ad un discorso assai lungo del barone di Taube, vescovo svedese, suo primo predicante e cappellano di corte, accorso da Stoccolma a Roma per adempire ai doveri del suo ministero, e alla celebrazione delle cerimonie pasquali secondo la confessione di Augusta, e con i cavalieri, con tutta la gente della sua comitiva e con altri luterani forestieri che trovavansi a Roma, la cena conforme ai riti di detta confessione ricevette, alla funzione ammettendo quante d'ogni classe persone vollero concorrervi.