Anno diCristo MDCCLXXXVI. Indiz. IV.
Pio VI papa 12.
Giuseppe II imperadore 22.

Abbiam detto di quello che Leopoldo granduca di Toscana volea fare; ora è d'uopo toccare quello ch'ei fece. Questo principe, il quale, al dire d'uno storico esimio, non si potrà mai tanto lodare che non meriti molto più, mostrò quanto possa per la felicità de' popoli una mente sana congiunta con un animo buono e tutto volto a gratificare all'umanità. Solone fece un governo popolare e torbido, Licurgo un governo popolare e ruvido, Romolo un governo soldatesco e conquistatore; fece Leopoldo un governo quieto, dolce e pacifico, tanto più da lodarsi dell'aver concesso molto quanto più poteva serbar tutto.

Erano prima di Leopoldo le leggi di Toscana parziali, intricate, incomode, improvvide, siccome quelle che in parte erano state fatte ai tempi della repubblica di Firenze, tumultuaria sempre e piena di umori di parti, e parte fatte dopo, ma non consonanti con le antiche, le quali tuttavia sussistevano. Altre ancora erano per Firenze, altre pel contado, queste per Pisa, quelle per Siena, poche o nissune generali. Sorgevano incertezze di foro, contese di giurisdizione, lunghezze di affari, un tacersi per istracchezza dei poveri, un procrastinare a posta de' ricchi, ingiustizie facili, ruine di famiglie, rancori inevitabili. Erano altresì leggi criminali crudeli o insufficienti, un commercio male favorito, un'agricoltura non curata, un suolo pestilenziale, possessioni mal sicure, debito pubblico grave, dazii onerosissimi.

A tutto pose rimedio il buon Leopoldo. Annullò i magistrati o superflui, o poco proficui, o privilegiati, e tra questi quello delle regalie, togliendo in tal modo qualunque prerogativa che sottraesse ai tribunali ordinarii quelle cause che percuotevano l'interesse della corona. Esentò i comuni dai fori privilegiati; li rendè liberi nel governo dei loro beni, diede loro facoltà non solamente di esaminare, ma ancora di giudicare dell'opportunità delle pubbliche gravezze per modo che il corpo loro venne a formare nel granducato a certi determinati effetti una rappresentanza nazionale. Condonati, oltre a ciò, dei debiti verso l'erario, e soddisfatti dei crediti, sorsero a grande prosperità; crebbela ancor più il miglioramento del catasto.

Soppressi adunque i privilegii individui e i fori privilegiati, corpi e persone acquistarono equalità di diritti quanto alla giustizia. Tali furono gli ordini civili introdotti da Leopoldo. Circa i criminali annullò altresì ogni immunità e parzialità di foro; abolì la pena di morte, abolì la tortura, il crimenlese, la confisca dei beni, il giuramento de' rei; statuì, le querele doversi dare per formale istanza, e dovere stare il querelante per la verità dell'accusa; restituirssersi i contumaci alla intregrità delle difese; del ritratto delle multe e pene pecuniarie, cosa degna di grandissima lode, si formasse un deposito separato a beneficio di quegli innocenti che il necessario e libero corso della giustizia sottopone talvolta alle molestie di un processo, ed anche del carcere, non meno che per soccorrere i danneggiati per delitti altrui; il che fondò, cosa maravigliosa, un fisco che dava invece di togliere; le pene stabili proporzionate al delitto. Nè contento a questo, diè carico di scrivere un novello codice toscano all'auditor di ruota Vernaccini ed al consigliere Ciani, uomini l'uno e l'altro, i quali non solo volevano e sapevano, ma ancora credevano potersi far bene e utilmente in queste faccende delle leggi, il che non si dice senza ragione a questi nostri dì, in cui da alcuni vorrebbesi insegnare che la miglior legislazione che sia è quella dei tempi barbari.

Fu l'effetto conforme alle pie intenzioni; poichè fu in Toscana una vita felicissima dopo le novità di Leopoldo: i costumi non solo buoni, ma gentili; i delitti rarissimi, nè sì tosto commessi che puniti; le prigioni vuote, ogni cosa in fiore. Così questa provincia, che già aveva dato al mondo tanti buoni esempi, venuta in podestà d'un principe umanissimo, diè ancor quello di un corpo di leggi temperato di modo che nè il governo maggiore sicurezza, nè i popoli potevano maggior felicità desiderare.

A questo medesimo fine contribuirono non poco i nuovi ordini di Leopoldo rispetto all'agricoltura ed al commercio. Rendè i coloni liberi dalle vessazioni, le terre dalle servitù, moderò la facoltà di instituir fidecommissi, riunì la facoltà del pascolo al dominio, onde fu distrutta l'antica legge del pascolo pubblico, per cui veniva impedito ai possessori ed ai coloni di cingere di stabili difese i terreni, e costretti erano a lasciarli in preda al bestiame inselvatichito, con grandissimo guasto delle ricolte. Nacquero da questa provvisione effetti notabilissimi, che e le ricolte si migliorarono, ed i bestiami si addomesticarono.

Considerato poi quanto gli appalti generali dei dazii fossero molesti ai popoli e gravi ai governi buoni, Leopoldo gli abolì. Molte privative ancora furono tolte, quella della vendita dei tabacchi, dell'acquavite e del ferro; a tutti si diè facoltà di cavar miniere; le gabelle sui contratti, e la regalia della carta bollata si moderarono. Sapevasi Leopoldo che tutte queste riforme avrebbero diminuito le entrate dell'erario. Pure non se ne rimase, movendolo il ben pubblico più che il vantaggio del fisco. Ciò non ostante, assai meno diminuirono che s'era creduto; perchè la prosperità del paese e la più attiva circolazione dei generi, che ne risultarono, supplirono in gran parte quello che si perdeva. Mirabile argomento che la prosperità dei popoli prodotta dallo svincolo, non la gravezza delle imposte, è la maggior fonte che sia della ricchezza dell'erario.

Si aggiunsero le dogane interne soppresse, nuove strade aperte, canali scavati, porti e lazzaretti o nuovi o ristorati, fatto sicuro a Livorno agli esteri lo esercizio della religione, aboliti i corpi delle arti e le matricole, surrogati agli impedimenti premii, facilità ed esenzioni, massime in benefizio delle arti della seteria e del lanificio, parti essenzialissime del commercio di Toscana. La libertà delle tratte, mediante un modico dazio rispetto alle sete, tanto operò che se il provento loro in Toscana montò, nel 1780, solamente a libbre cento sessantatre mila cento settantotto; montò nel 1789, diciamlo in questo luogo, a ben trecento mila.

Ma, per parlar di nuovo del governo delle terre, non solo Leopoldo lo migliorò d'assai migliorando la condizione dei coloni, ma rendè ancora coltivabili quelle che per infelicità di suolo si trovavano incolte. Così la val di Chiana, così quella di Nievole, ricche ed ubertose terre; così in gran parte il capitanato di Pietrasanta, e le frontiere del litorale livornese e pisano, usando, secondo i luoghi, appositamente tagli, colmate, argini, canali, furono per opera sua liberate dall'acque, ridotte a sanità e restituite alla coltivazione. Ma opera di molto maggior momento e di quasi insuperabile difficoltà fu il prosciugamento delle maremme sanesi a tal termine condotto che si aveva speranza di totale perfezione. Sono le maremme sanesi un vastissimo padule che dai confini della provincia di Pisa sino a quelli dello Stato ecclesiastico si distende, lungo il mare, lo spazio di circa settanta miglia, e per larghezza dentro le terre da cinque o sei fino a quindici o diciotto. La pianura di Grosseto è la parte più considerabile di queste maremme. Sono in questi luoghi i terreni non sommersi tanto fecondi, quanto l'aria vi è infame e pestilenziale.