Sotto Ferdinando I de Medici erasi già in parte conseguito l'intento, e parecchi paduli a stato coltivabile ridotti. Trascurate poi le opere da' suoi successori, ritornarono le terre e l'aria a peggior condizione di prima. Ma non così tosto fu assunto Leopoldo, che pensò alle maremme. Mandovvi il padre Ximenes, mandovvi Ferroni e Fantoni, matematici di chiaro nome e dell'idraulica intendentissimi. Già la pianura di Grosseto o, per meglio dire, la palude di Castiglione, ambedue parti principalissime delle maremme, eransi ridotte a stato tollerabile. Speravasi meglio, anzi il finale intento: usavansi le colmate per le acque dell'Ombrone e della Bruna, introdotte ai tempi delle torbe; usavansi canali e cateratte in più opportuni siti trasportate.
Oltre a ciò, Leopoldo, mosso dal pensiero che le popolazioni scarse fanno l'aria insalubre, le abbondanti sana, allettò con premii ed esenzioni tanto i paesani quanto i forestieri, principalmente gli abitatori dell'agro romano, a fermare la sede loro nella maremma. Pagassesi dell'erario il quarto del prezzo delle nuove case ai fondatori, dessersi terre o gratuitamente od a basso prezzo od a carico di livelli od in enfiteusi; dessesi anco denaro a prestito, e sicuro asilo a chi vi si venisse a ricoverare. Per questo crebbe la popolazione, ed i terreni si coltivarono, e l'aria risanò. Peggiorarono poi le opere per le difficoltà dei tempi; pure rimangono, e forse ancora lungo tempo rimarranno nelle maremme sanesi i vestigii della generosità di Leopoldo.
Nè minor lode meritano gli ordinamenti di questo giusto e magnanimo principe circa il debito dello Stato. Più di tre mila luoghi di monte furono cancellati, restituiti i capitali ai creditori col ritratto dei beni venduti spettanti a regie e pubbliche aziende, impiegando a questo uso anche i capitali provenienti dalla dote e contraddote della regina sua moglie, ed altri costituenti parte del patrimonio suo privato. In tal modo si spense in gran parte il debito che tanto gravava l'erario: così, mentre in altri luoghi d'Italia il debito dello Stato montava continuamente non per altro fine che per crear soldatesche, in Toscana, per opera di Leopoldo, il debito medesimo si estingueva per fondarvi un governo dolce, quieto per sè, sicuro pei vicini.
Nè per questo tralasciavansi provvedimenti di utilità o di ornamento; perciocchè nel tempo medesimo sorgevano scuole per ogni ceto, conservatorii, case di rifugio e di ricovero, ospizii ed ospedali, e gli studii di Pisa e di Siena meglio si ordinavano; nuovi palazzi fondavansi, gli antichi si abbellivano, nuovi passeggi si aprivano, le librerie si arricchivano, il gabinetto di fisica s'accresceva, ed un orto botanico si piantava.
Tra mezzo a tutto questo il principe, siccome quello che giusto era e sincero, non volle starsene oscuro. E però fe' pubblicare la dimostrazione per entrata e per uscita delle rendite dello Stato: in questo quasi specchio dell'economia di Toscana vedonsi ed i risparmii fatti e le imposizioni moderate ed il denaro convertito in cause pietose di sollievo o d'ornamento pubblico.
E qui sarebbe da continuare il discorso intorno alle cose ecclesiastiche; ma siccome ebbero compimento nell'anno seguente, così a quello differiremo il tenerne parola.
MDCCLXXXVII
| Anno di | Cristo MDCCLXXXVII. Indiz. V. |
| Pio VI papa 13. | |
| Giuseppe II imperadore 23. |
Le riforme fatte in Toscana da Leopoldo nelle ecclesiastiche discipline furono materia di molta gravità, e che destò molto grido e molta aspettazione di uomini sì in Italia che fuori di essa. Gli antichi Toscani, più propensi a dar ricchezze ai conventi che alle parrocchie, lasciarono quelli ricchi, queste povere. Leopoldo convocò in quest'anno un'assemblea dei vescovi di Toscana, proponendo loro cinquantasette punti; tutti relativi alla riforma dell'ecclesiastica disciplina. Molti si accordarono, altri si modificarono, altri si serbarono a tempi migliori.