Consoli
Cajo Bellicio Torquato e Tiberio Claudio Attico Erode.
Il secondo console, cioè Attico Erode, fu uno dei celebri personaggi del suo tempo, e trovasi commendato assaissimo da Aulo Gellio [Aulus Gell., Noct. Attic.] e da Filostrato [Philost., de Sophist.]. Si racconta di Attico suo padre, cittadino di Atene, che avendo trovato un gran tesoro, ne scrisse al buon imperadore Nerva, per sapere che ne avesse da fare. La risposta fu, che ne usasse come voleva. Tuttavia temendo egli un dì qualche avania dal fisco, gli tornò a scrivere, come non osando di valersi di tal grazia; e Nerva gli replicò che si servisse di ciò che la fortuna gli avea donato, perchè era cosa sua. Divenne molto più ricco il figliuolo Erode, ma con impiegar in bene le sue ricchezze, con aiutare un gran numero di persone bisognose. La eccellenza sua consisteva nell'eloquenza, in cui forse allora non ebbe pari. Avea esercitati vari governi, e poi fu scelto da Antonino per maestro de' suoi due figliuoli adottivi, cioè di Marco Aurelio e di Lucio Vero, affinchè loro insegnasse la eloquenza greca. Accomodando il padre Pagi le azioni degli Augusti [Pagius, in Crit. Baron.] alle regole da sè stabilite, immagina che in quest'anno Antonino Pio celebrasse i quinquennali del suo imperio. Ma di ciò niun vestigio ci somministra la storia, e nè pur le medaglie, le quali, perchè non esprimono i diversi anni della podestà tribunizia, non ci conducono a discernere i precisi tempi delle opere e degli avvenimenti di questi tempi. Per altro nè pure Antonino Pio lasciò privo il popolo romano de' tanto sospirati spettacoli. Abbiamo da Capitolino [Capitolin., in Antonino Pio.], ch'egli ne diede più volte, facendo comparire in essi degli elefanti, delle corocotte, delle tigri, e insin de' coccodrilli, e de' cavalli marini ed altri ammali stranieri, fatti venire da tutte le parti della terra. E in un dì solo cento lioni si fecero entrar nell'anfiteatro, e se ne fece la caccia.
CXLIV
| Anno di | Cristo CXLIV. Indizione XII. |
| Pio papa 3. | |
| Antonino Pio imperadore 7. |
Consoli
Publio Lolliano Avito e Massimo.
Perchè non è sicuro il nome del secondo console, cioè di Massimo, chiamato da alcuni Cajo Gavio Massimo, io l'ho lasciato andare. Il cardinal Noris [Noris, Epistola Consulari.] e il padre Pagi [Pagius, in Critic. Baron.] portarono opinione, che egli si chiamasse Claudio Massimo, e fosse quel medesimo che fu uno de' maestri di Marco Aurelio, poscia imperadore, mentovato da Capitolino [Capitol., in Marco Aurel.], e che da Apulejo [Apulejus, in Apolog. secund.] vien riconosciuto proconsole dell'Africa, con chiaro indicio, che dianzi egli era stato console. Pensa all'incontro il Panvinio [Panvin., in Fast. Consular.], seguitato in ciò da altri, ch'egli fosse quel Gavio Massimo, che di sopra dicemmo avere esercitata la carica di prefetto del pretorio per venti anni, con citare un'iscrizione, in cui si legge: C. GAVIVS C. F. STRABO MAXIMVS COS. Ma cotale iscrizione nulla conchiude, perchè non si sa di certo che appartenga a lui. All'incontro si dee osservare detto da Capitolino [Capitolinus, in Antonino Pio.], avere Antonino pio arricchiti i suoi prefetti, e donati loro gli ornamenti consolari. Suol significar questa frase, l'aver solamente ottenuto il privilegio di portar la veste palmata, di aver la sedia d'avorio, ed altri onorevoli segni, conceduti ai veri consoli, ma senza essere stato console. Però più probabile sembra l'opinione del Noris e del Pagi. Tuttavia comparendo essa non esente da ogni dubbio, meglio ho creduto di nominar solamente Massimo il console suddetto. Circa questi tempi, siccome abbiamo dagli antichi scrittori cristiani [Justin., in Apolog. Eusebius. Tertull., Philastrius et alii.], sboccarono dall'inferno Valentino, Cerdone e Marcione, eresiarchi e maestri d'altri non meno empii discepoli, che si studiarono d'infettar la nostra santa religione con istravaganti immaginazioni, ed opinioni esecrande, contra de' quali poi aguzzarono le lor penne varii santi e dottissimi scrittori cattolici. Scrivono all'incontro san Giustino ed Arnobio, che Antonino Pio, portato dallo zelo dell'erronea religione pagana, vietasse il leggere i versi dello Sibille, e le opere di Cicerone della Natura degli dii, e della Divinazione, ed altri simili, perchè atti a distruggere le imposture e lo stolto culto de' falsi numi. Di ciò nulla dicono gli autori della sua vita. Per conto de' libri sibillini, finti negli antichi tempi, è da vedere il Du-Pin [Du-Pin, Dissertat. Préliminair. aux Auteurs Ecclésiastiq.], che dottamente esamina questo argomento, senza ch'io ne dica una parola di più. Sembra poi inverisimile questo divieto delle opere di Cicerone, il quale se fosse succeduto, tanta era la stima di quello presso i Romani, che non avrebbono taciuta sì importante particolarità gli scrittori della vita di Antonino Pio, giacchè derisero Adriano solamente perchè egli apprezzava più lo stile di Catone che quello di Cicerone.