Sesto Erucio Claro per la seconda volta, e Gneo Claudio Severo.
Intanto si provava una mirabil tranquillità e un delizioso vivere, tanto in Roma che in tutto il romano imperio, pel savio governo di Antonino Pio, che si facea conoscere buon principe, e maggiormente padre a tutti i sudditi suoi. Marco Aurelio, imperador dopo lui, nello scrivere la vita propria [Marcus Aur., de rebus suis, lib. 1, §. 26.], confessa d'aver molto imparato dagli esempli e dalla voce d'esso Antonino, padre suo per adozione, e ci dà un bel saggio della maniera da lui tenuta di vivere. Capitolino [Capitolinus, in Antonino Pio.] anch'esso ce ne lasciò qualche memoria. L'altezza del grado, a cui era pervenuto Antonino, non gli fece punto mutare, se non in meglio, i costumi, perchè mai non gli andò il fumo alla testa. Vivuto da privato con gran moderazione, saviezza ed affabilità [Eutrop., in Breviar.], maggiormente continuò ad esser tale divenuto Augusto, con ritener lo stesso abborrimento al fasto e alla matta superbia, e con istudiare, tanto superiore come era, di farsi eguale agli altri nobili cittadini: il che, invece di sminuire, accresceva negli altri la stima e l'amore della maestà imperiale. Si faceva egli servire da' suoi schiavi, come usavano anche i privati; andava alle case degli amici; famigliarmente passeggiava con loro, come se non fosse imperadore; e voleva che cadauno di essi godesse la sua libertà, senza formalizzarsi, se invitati non venivano alla cena, se, andando egli in viaggio, non l'accompagnavano. Costantissimo fu il suo rispetto verso il senato, e trattava coi senatori in quella stessa guisa e colla medesima bontà ch'egli, allorchè era senatore, desiderava d'essere trattato dagli imperatori. Ritenne sempre il costume di render conto di tutto quel che faceva al senato ed anche al popolo, allorchè avea da pubblicar degli editti. E qualor voleva il consolato, o qualche altra carica per sè o per gli figliuoli, la domandava al senato al pari degli altri particolari. Scrive lo stesso Marco Aurelio, suo figliuolo adottivo, d'aver fra l'altre avuta a lui l'obbligazione d'essere spogliato della vanità, appunto dappoichè fu adottato e alzato da lui; perchè Antonino gli andava insinuando, che si potea vivere anche in corte quasi come persona privata: cosa appunto praticata da lui, con altre virtù commemorate da Marco Aurelio.
Grave nell'aspetto, nel medesimo tempo era cortese, gioviale e dolce verso tutti, infin verso i cattivi, ai quali levava il poter più nuocere, ma senza punirli quasi mai col rigor delle leggi. Quanto egli fosse mansueto, tollerante delle ingiurie, e nemico del vendicarsi, già si è accennato di sopra. Serviranno nondimeno alcuni avvenimenti a maggiormente comprovarlo. In concetto di uno dei più famosi sofisti greci [Philostrat., in Sophistis.] fu in questi tempi Polemone. La più bella casa che fosse nella città di Smirne era la sua. Si era abbattuto a passar di là Antonino, mentre esercitava la carica di proconsole dell'Asia, e vi andò ad alloggiare. Polemone, che si trovava fuor di città, venuto una notte, ed osservando in sua casa tanta foresteria entratavi senza licenza sua, ne fece tal rumore e tanti lamenti, che il buon Antonino di mezza notte stimò meglio di uscirne, e di cercarsi un altro albergo. Creato ch'egli fu poi imperadore, Polemone venne a Roma, ed ebbe tanto animo di andargli a fare riverenza. Antonino l'accolse colla solita sua cortesia senza che gli turbasse l'animo la memoria del passato, e solamente con galante maniera gli ricordò la sua scortesia, con ordinare che gli fosse data una stanza nel palazzo, e che persona nol facesse sloggiare. Accadde ancora che un commediante andò a lamentarsi ad Antonino, e a chiedere giustizia, perchè il suddetto Polemone l'avea cacciato dal teatro nel bel mezzodì: E me, rispose allora l'imperadore, egli ha cacciato fuor di casa in tempo di mezza notte, e non ne ho fatta querela. Bisogna ben credere che l'alterigia e l'albagia fossero il quinto elemento della maggior parte di que' decantati sofisti greci di allora. Antonino, a cui premeva forte la buona educazion di Marco Aurelio suo figliuolo adottivo fece venir dalla Grecia Apollonio, non già il Tianeo, ma bensì un filosofo stoico [Capitolinus, in Antonino Pio.], ch'era in gran riputazion di sapere allora. Venne costui a Roma, menando seco molti dei suoi discepoli, che graziosamente, per attestato di Luciano [Lucianus, in Demonacte.], furono chiamati da Demonatte filosofo cinico Argonauti nuovi, perchè tutti in viaggio menati dalla speranza di divenir tutti ricconi in Roma. Mandò a dirgli Antonino che venisse al palazzo, per consegnargli il figliuolo; e l'orgoglioso sofista altra risposta non diede, se non che toccava al discepolo di andar a trovare il maestro, e non già al maestro di andare al discepolo. In somma l'essere dotto e prudente non è lo stesso: e pur troppo il sapere suol mandare de' fumi alla testa. Si mise a ridere Antonino, e disse: Mirate che bel capriccio! A costui non è incresciuto di venir sì da lontano a Roma, ed ora gl'incresce di venir solamente dalla sua casa al palazzo. Contuttociò permise che Marco Aurelio andasse a prendere le lezioni, dove Apollonio volle, e durò fatica a contentar costui nel salario. Un saggio ancora della sua mansuetudine diede il buon Antonino nel visitar che fece la casa di Valerio Omulo [Capitolinus, in Antonino Pio.]. Al vedere le belle colonne di porfido, delle quali essa era ornata, se ne maravigliò, e dimandò onde le avesse avute. Omulo, in vece di gradire la stima che facea un imperadore degli ornamenti di sua casa, sgarbatamente gli rispose: In casa d'altri si ha da essere mutolo e sordo. Tanto questa impertinenza, quanto altri motti pungenti del medesimo Omulo, persona satirica e maligna, sopportò sempre con pazienza il buon imperadore Antonino, senza far valere giammai i diritti della maestà imperiale, e senza farne mai vendetta.
CXLVII
| Anno di | Cristo CXLVII. Indizione XV. |
| Pio papa 6. | |
| Antonino Pio imperadore 10. |
Consoli
Largo e Messalino.
Cresceva ogni dì più l'affetto di Antonino Pio verso di Marco Aurelio Cesare, non solamente perchè figliuolo suo adottivo e marito di Faustina sua figlia, ma perchè scopriva in lui ben radicata la saviezza con altre virtù che insegnava la filosofia di quei tempi, e per le quali meritò poi di essere appellato Marco Aurelio Antonino il Filosofo. Avendogli appunto [Capitolinus, in Marco Aurel.] Faustina partorita una figliuola, cioè Lucilla, maritata poi con Lucio Commodo, o sia Lucio Vero, da che divenne Augusto, volle Antonino Pio esaltar maggiormente l'amato suo genero e figliuolo, conferendogli in questo anno la Tribunizia Podestà, l'imperio proconsolare fuori di Roma, e il diritto di far cinque relazioni in qualsivoglia senato. Pretende il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.], che Marco Aurelio fosse in quest'anno ancora dichiarato Imperadore e Collega dell'Imperio con suo padre Antonino. Il cardinal Noris pretese di no, e par ben più sicura la di lui opinione. Il gius della quinta relazione, conferito a Marco Aurelio, non conveniva ad un imperadore, la cui autorità non era ristretta, ma si stendeva a quello che gli piaceva. Scrive inoltre Capitolino, che quel maligno uomo di Valerio Omulo, di cui poco fa si è parlato, osservata un giorno Domizia Calvilla, madre di Marco Aurelio, la quale, dopo il presente anno, venerava in un giardino la statua di Apollo, disse sotto voce ad Antonino: Colei prega ora, che tu chiuda gli occhi, e suo figliuolo sia imperadore. Non ne fece alcun caso l'imperadore; tanto era conosciuta la probità di Marco Aurelio, tanta era la modestia nel principato imperatorio; le quali ultime parole non si sa se si abbiano da riferire a Marco Aurelio, oppure ad Antonino stesso, regnante con tal moderazione, che non credeva dovergli alcuno augurare la morte. Pareva ancora che Antonino Pio portasse affetto all'altro suo figliuolo adottivo, cioè a Lucio Commodo [Capitolinus, in Lucio Vero.]; ma era ben differente il calibro di questo amore. Imperciocchè finchè visse, il lasciò sempre nello stato di persona privata, senza mai conferirgli il titolo di Cesare, nè altra dignità, per cui apparisse che destinava ancor lui all'imperio. Era egli solamente appellato Figliuolo dell'Imperadore, e quando Antonino usciva in campagna, Lucio Commodo non andava in carrozza col padre, ma bensì nel cocchio del capitan delle guardie. Tuttociò chiaramente apparisce da quanto ne scrisse Capitolino; falsa perciò o adultera si può credere qualche medaglia o iscrizione, che sembra insinuare il contrario [Tillemont, Mémoires des Empereurs. Pagius, Crit. Baron.]. Conosceva assai Antonino Pio i difetti di questo giovinetto, ma non lasciava di compatirlo, ed amava in lui la semplicità dell'ingegno, e l'andar egli alla buona nella sua maniera di vivere. Abbiamo dalla cronica alessandrina [Chron. Pascale, Histor. Byzantin.] che nell'anno presente Antonino Pio esercitò la sua liberalità verso i debitori del Fisco, con rimettere loro tutto il debito, e bruciar pubblicamente le cedole delle loro obbligazioni. Ancor questo possiam conghietturare fatto per solennizzar maggiormente la promozion predetta di Marco Aurelio a maggiori onori. Correndo intanto l'anno novecentesimo dalla fondazion di Roma, sono stati di parere alcuni dotti uomini che nell'anno presente si celebrassero in Roma i giuochi secolari con somma magnificenza. L'ha negato il padre Pagi. Ma Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.], secondo l'edizione del padre Scotto, può abbastanza assicurarcene in dicendo: Celebrato magnifice Urbis nongentesimo.