Consoli
Servio Scipione Orfito e Quinto Nonio Prisco.
Se crediamo al Relando [Reland., Fast. Consular.], il primo console fu Sergio Scipione Orfito; in prova di che egli cita quattro iscrizioni della Raccolta di Marquardo Gudio, nelle quali chiaramente si legge Sergio. Ma io torno a dire (e ne chieggo perdono): convien andar cauto a fidarsi de' marmi del Gudio, dati alla luce pochi anni sono. A buon conto la prima di quelle iscrizioni, che si dice data sotto questi consoli, è patentemente falsa, perchè vi si parla delle Terme Costantiniane, che certo non erano per anche nate. Ho io dunque dato ad esso Orfito il prenome di Servio, perchè nelle iscrizioni rapportate dal Panvinio e dal Grutero si legge SER. che significa Servio e non Sergio. Pensa il Noris [Noris, Epist. Consulari.] che questo console s'abbia da appellare Sergio Vettio Scipione Orfito. Del prenome ho parlato. Per conto del nome di Vettio, lo reputo cosa dubbiosa. Anche lo Spon [Sponius, Section. III, num. 28.] rapporta un'iscrizione, in cui il secondo console è appellato Sosio Prisco. Sarebbe da vedere, se quella fosse un'iscrizione sicura, in cui comparisce un liberto di Tito Augusto, cioè di un principe morto sessanta anni prima. In ogni caso col Fabretti si può immaginare ch'egli fosse chiamato Nonio Sosio Prisco. In un mattone antico da me rapportato [Thesaur. Nov. Inscription., pag. 330, n. 3.] egli vien chiamato Priscino, o per vezzo o per distinguerlo da un altro Prisco. Parlando le medaglie [Mediobarbus, in Numism. Imperat.] di quest'anno di una munificenza usata dall'imperadore Antonino al popolo romano, stima il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] ciò fatto per la celebrazione dei decennali dell'imperio cesareo di Marco Aurelio. Se sia vero, niuno lo potrà dire. Piena avea la testa esso padre Pagi di quinquennali, decennali, quindecennali, vicennali, ec. tutto riferendo ad essi; ma non poco è da diffalcare dalle regole sue.
CL
| Anno di | Cristo CL. Indizione III. |
| Aniceto papa 1. | |
| Antonino Pio imperadore 13. |
Consoli
Gallicano e Vetere.
Il prenome e nome di questi consoli son tuttavia incerti. Ha creduto il Panvinio [Panvinius, in Fastis Consul.], che il secondo si chiamasse Cajo Antistio Vetere, perchè si trova sotto Domiziano un personaggio di tal nome. La conghiettura è assai debole. Meno si può accordare al Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.], il chiamare il primo di questi consoli Glabrione Gallicano, e al Bianchini [Blanc., ad Anastas. Bibliothecar.] l'appellarlo Quinto Romulo Gallicano, senza che essi ne adducano pruove sufficienti. Nell'anno presente, secondo i conti del medesimo Bianchini, passò a miglior vita s. Pio pontefice romano, coronato col martirio, e sulla cattedra di san Pietro fu posto Aniceto. Truovansi medaglie battute in quest'anno dal senato e popolo romano [Mediobarbus, in Numism. Imperator.], in cui vien dato ad Antonino Pio il titolo di Ottimo Principe; e si dice che egli ha accresciuto il numero de' cittadini. Ben giustamente si meritò questo imperadore un sì glorioso titolo, perchè egli spendeva tutti i suoi pensieri e le sue applicazioni per procurare il pubblico bene, tanto di Roma, quanto di tutte le provincie dell'imperio romano [Capitolinus, in Antonino Pio.]. Sapeva egli esattamente lo stato d'esse provincie, e quanto se ne ricavava. Raccomandava agli esattori de' tributi di procedere senza rigore, molto più senza avanie nel loro uffizio; e qualora mancavano a questo dovere, gli obbligava a render conto rigorosamente della loro amministrazione. La porta e gli orecchi suoi erano sempre aperti a chiunque si trovava aggravato da sì fatti ministri, abborrendo egli troppo di arricchirsi colle lagrime e coll'oppressione de' sudditi. Però sotto il suo regno furono ricche e floride le provincie romane tutte. Che se ad alcuna incontravano inevitabili disastri di carestie, tremuoti, epidemie e simili malanni, si trovava in lui un'amorevol prontezza ad esentarle per un convenevole tempo dalle imposte. Le sue maggiori premure riguardavano la giustizia; e però quanto egli era attentissimo e indefesso nel farla, tanto ancora si studiava di scegliere chi credeva abile ed inclinato ad amministrarla agli altri. Chi più si distingueva in questo, più veniva da lui amato e promesso a gradi maggiori. Molti editti fece in bene del pubblico, servendosi de' più celebri giurisconsulti d'allora, cioè di Vinidio Vero, Salvio Valente, Volusio, Metiano, Ulpio Marcello e Jaboleno. Vietò il seppellire i morti nelle città, perchè doveva esser ito in disuso il rigore delle antiche leggi. L'aggravio delle poste con savii regolamenti fu da lui scemato. Probabilmente è di lui una legge, citata da santo Agostino [August., de Adulter. Conjug., lib. 2, cap. 8.], che non fu lecito al marito il volere in giudizio gastigata la moglie per colpa di adulterio, quando anch'egli fosse mancato di fedeltà verso della stessa. Se talun veniva [Marcus Aurel., lib. 1, cap. 16, de Rebus suis.] per proporgli qualche cosa utile al pubblico, con piacere la ascoltava; e lo stesso allegro volto faceva a chiunque gli dava qualche buon avviso, senza aversi a male che quei del suo consiglio s'opponessero al di lui sentimento, nè che vi fossero persone, le quali ingiustamente disapprovassero il governo suo. Molto ancora onorava i veri filosofi: diede pensioni e privilegi per tutto l'imperio romano, tanto ad essi che ai professori dell'eloquenza. Sopportava poi que' filosofi, ch'erano tali solamente in apparenza, e senza mai rimproverar loro la superbia od ipocrisia. E questo basti per ora delle ragioni, per le quali si meritò Antonino Pio l'eminente elogio di Principe Ottimo.