Tito Vitrasio Pollione per la seconda volta e Marco Flavio Apro per la seconda.

Già dissi passato in Oriente l'Augusto Marco Aurelio nell'anno precedente per dar sesto agli affari sconvolti della Soria e dell'Egitto a cagion della ribellione di Cassio. Era egli giunto ad un borgo chiamato Halala nella Cappadocia, a piè del monte Tauro [Antoninus, in Itinerario. Cellarius, in Geograph.], borgo poscia da lui popolato con una colonia, e fatto divenire una città, cui diede il nome di Faustinopoli. Quivi presa da mortal malattia sua moglie Annia Faustina Augusta minore, finì i suoi giorni, e fu attribuita la sua morte alla gotta, male, a cui era soggetta. Dione [Dio, lib. 71.], intestato ch'essa avesse parte nella sollevazion di Cassio, dubitò ch'ella medesima si lasciasse morire per paura d'essere scoperta complice di quella ribellione: sospetto, come già vedemmo, insussistente e privo affatto di verisimiglianza. Il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] la fa defunta nell'anno precedente. Il Petavio [Petavius, de Doctrin. Temp.], il Mezzabarba [Mediobarbus, in Numismat. Imperat.] ed altri nell'anno presente. Non è facile il decidere tal quistione. Solamente abbiamo da Filostrato [Philostr., in Sophist., lib. 27.] nella vita di Erode Attico, che Marco Aurelio rispondendo benignamente alla lettera scrittagli da esso Erode, di cui parlammo all'anno 173, esprimeva il suo dolore per la recente morte di Faustina Augusta, dicendo ch'egli si trovava a quartier d'inverno colle soldatesche che l'accompagnavano: il che può convenire al precedente dicembre, e molto più ai primi mesi dell'anno corrente. Si vuol ora avvertire, che questa imperadrice lasciò di sè un nome obbrobrioso per la sua lascivia: vizio troppo usuale in chi adorava delle deità infami pel medesimo eccesso. Per attestato di Capitolino [Capitolinus, in Marco Aurelio.], fama era che Commodo suo figliuolo fosse nato di adulterio, perchè trovandosi ella a Gaeta, scialacquò la sua pudicizia colla feccia dei barcaiuoli e gladiatori. Sapevasi ancora essere stati de' suoi drudi Tertullo, Utilio, Orfito e Moderato; e perchè Marco Aurelio promosse costoro alle cariche, ed alcuni fino al consolato, ne fu anche proverbiato dalla gente e messo in canzone ne' teatri. Corse inoltre voce, ch'essa perdutamente si innamorasse d'un gladiatore; essendo per questo folle amore lungamente inferma, confessò il suo fallo all'Augusto consorte. Consigliatosi egli coi Caldei, ebbe per risposta, che ucciso quel gladiatore, facesse lavar la moglie nel di lui sangue. Il che fatto, essa guarì e concepì poco dappoi Commodo, principe che vedremo impastato di tutti i vizii della canaglia, e abbandonato all'infamia degli spettacoli gladiatorii. Non ignorava già Marco Aurelio, se non tutti, almeno gran parte dei trascorsi della moglie impudica: pure non seppe mai indursi a prendere alcuna risoluzione gagliarda su questo. E a chi gli disse un dì, che se non volea ucciderla, almeno la ripudiasse, rispose: Ma così facendo, converrà anche renderle la dote; e volea dir l'imperio da lui conseguito per cagion d'essa. Nè egli lasciò mai per le sue follie d'amarla e di andar d'accordo con lei. Morta che fu questa donna, certo indegna d'aver avuto per padre un Antonino Pio, per marito un Marco Aurelio, ne fece il senato una ridicola deità per le istanze del marito Augusto, il quale la pianse, e le alzò un tempio, al cui servigio pose anche delle fanciulle appellate Faustiniane. Giuliano Apostata [Julianus, de Caesarib.] gli diede la burla per questo. Fabia, sorella di Lucio Vero, a lui giovine destinata in moglie, si studiò allora per giugnere al di lui talamo. Ma Marco Aurelio, per non dare una matrigna ai figliuoli, se la passò da lì innanzi con una concubina, giacchè ciò s'accordava colle leggi romane.

Abbiamo dalle medaglie [Mediobarbus, in Numismat. Imper.], che in quest'anno esso imperadore prese per la ottava volta il titolo d'Imperadore: il che ci fa intendere riportata dai Romani qualche nuova vittoria, e questa in Germania, come traluce dalle stesse monete. Nella lettera, o pure nell'orazione mandata da esso imperadore al senato, e riferita da Vulcazio Gallicano [Vulcat., in Avidio Cassio.], dove tanto raccomanda la piacevolezza verso i congiurati con Cassio, credo io che si parli di questa vittoria, per cui s'era rallegrato il senato con lui. Il che è da osservare, perchè prima di quella lettera Commodo Cesare non era per anche giunto ad ottenere la podestà tribunizia. In essa lettera ancora si parla del consolato dato a Claudio Pompejano suo genero, il cui nome non comparendo ne' fasti, ci fa conoscere non esser egli stato console ordinario. Ora Marco Aurelio in quest'anno visitò la Soria, la Palestina e l'Egitto, lasciando dappertutto segni luminosi della sua clemenza coll'aver perdonato a tutte le città che aveano aderito a Cassio, e prese l'armi in favore di lui. Ma non volle veder quella di Cirro, perchè patria di Cassio, essendo ben più probabile che Capitolino [Capitol., in Marco Aurelio.] scrivesse Cirro, città della Soria, che Cipri. Molto men volle passare in Antiochia, città che con isfacciata alterigia avea sostenuto la ribellion cassiana. Anzi verso questa sola diede a divedere il suo sdegno con privar que' cittadini del diritto di adunarsi, di ascoltar pubbliche orazioni, di fare spettacoli (cosa lor tanto cara), e con levar loro simili altri privilegii, spettanti alle città che si governavano colle proprie leggi. Ma non durò molto la collera del buon imperadore. Fra pochi mesi restituì loro tutto, e, nel tornar dall'Egitto consolò quel popolo con visitare la loro città. Mentre andava in Egitto, abbiamo da Ammiano Marcellino [Ammianus, lib. 23, cap. 5.], che fu sì attediato in passando per la Palestina dai ricorsi e dai rissosi cicalecci dei fetenti Giudei, che in fine esclamò: O Marcomanni, o Quadi, o Sarmati, ho pur una volta trovata gente più inquieta e noiosa di voi! Ancorchè gli abitanti di Alessandria avessero incensato Cassio con grandi elogi [Capitol., in Marco Aurel.], pure non si fece pregare per dar loro il perdono. Quivi anche lasciò una sua figliuola, mentre andò alla visita d'altre città dell'Egitto, per le quali tutte comparve sempre vestito alla moda di quel paese, o pur con abito da filosofo. Durante questo suo pellegrinaggio vennero i re dell'Oriente e gli ambasciatori del re dei Parti ad inchinarlo, e a rinnovare i trattati di pace. In somma lasciò questo Augusto per tutta l'Asia e per l'Egitto un gran nome della sua saviezza e moderazione; nè persona vi fu che non concepisse un grande amore e stima per lui. Venuto alle Smirne, imparò ivi a conoscere il sofista [Philost., in Sophistis., c. 34.] Aristide, di cui restano le orazioni. Arrivò ad Atene, e quivi, per provare la sua innocenza, volle essere ammesso ai misteri di Cerere, e solo entrò in quel sacrario. Accrebbe i privilegii a così illustre città, e specialmente beneficò quelle scuole con assegnar buone pensioni a tutti i maestri delle sette filosofiche, cioè Stoici, Platonici, Peripatetici ed Epicurei. Poscia imbarcatosi, spiegò le vele alla volta di Italia, e soffrì nel viaggio una gravissima tempesta di mare. Sbarcato che fu a Brindisi, prese tosto la toga, cioè l'abito di pace, e con questa ancora volle che marciassero tutte le milizie che lo scortavano. Entrò dipoi in Roma colla solennità del trionfo a lui decretato per le vittorie riportate in Germania [Lampridius, in Commodo.]. Nel dì 27 di novembre, impetrata dal senato la dispensa dell'età per Commodo suo figliuolo, il disegnò console per l'anno prossimo venturo. Ad amendue ancora nel dì 28 di ottobre era stato conferito il titolo d'Imperadori per la vittoria, di cui parlammo di sopra; e se si ha da credere a Capitolino [Capitolin., in Marco Aurelio.], in questa occasione fu che Marco Aurelio conferì al figliuolo la podestà tribunizia. Ma siccome già accennai, in vigore delle medaglie che abbiamo, il Noris e il Pagi pretendono conceduta a Commodo questa podestà nell'anno precedente. Lascerò io qui combattere gli eruditi, con dir solamente che non intendo io qui una regola del padre Pagi [Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.]. Egli vuole che gl'imperadori disegnassero prima consoli poi Cesari ed Augusti i lor figliuoli; e pure certo è, che Commodo prima del consolato portò il titolo di Cesare. Lampridio [Lampridius, in Commodo.] scrive, che Commodo trionfò col padre X Kalendas Amazionias nell'anno corrente; e il padre Pagi spiega celebrato questo trionfo X Kalendas januarias, seguendo l'opinion del Salmasio, che credette appellato Amazonio il gennaio; opinione non certa, scrivendo chiaramente Capitolino, che il mese di dicembre fu dal capriccioso Commodo appellato Amazonio; e però quel trionfo, secondo lui, cadde nel dì 23 novembre dell'anno presente. Pretende esso padre Pagi dato in quest'anno il titolo d'Augusto al medesimo Commodo: punto anch'esso imbrogliato dalle medaglie. Non me ne prenderò io altro pensiero; e solamente dirò, che sarebbe da desiderare che tutte le medaglie fossero legittime, e tutte ben attentamente lette ed accuratamente copiate. Perchè appunto son qui imbrogliati i conti, non oserò io di dar principio all'epoca dell'imperio del sopraddetto Commodo. Diede Marco Aurelio in occasion di tali feste un congiario al popolo. In che consistesse questo donativo si ha da Dione [Dio, lib. 71.]. Nella pubblica concione avendo egli detto, che era stato in pellegrinaggio otto anni, il popolo gridò colle mani alzate otto, volendo dire, che aspettava da lui il regalo di otto monete d'oro per persona. Sorrise l'imperadore; e contuttochè non fosse mai giunto alcuno dei suoi predecessori a donar tanto, pure tutta quella somma fece sborsare al popolo. Per attestato di Capitolino [Capitolinus, in Marco Aurelio.], diede anche degli spettacoli maravigliosi: cosa dopo il danaro la maggiormente grata ai Romani.


CLXXVII

Anno diCristo CLXXVII. Indizione XV.
Eleuterio papa 7.
Marco Aurelio imperad. 17.

Consoli

Lucio Aurelio Commodo Cesare o pure Augusto e Quintilio.

In una iscrizione del Gudio s'incontrano questi consoli disegnati: M. AVRELIO ANTONINO COMMODO AVGVSTO ET QVINTILIO COS. Ma mi sia lecito il ripetere, che l'appoggiarsi ai marmi gudiani, non è cosa sicura nei punti controversi. Non v'ha dubbio, Commodo portò il prenome di Lucio, e in onore del padre assunse quello di Marco. Vivente il padre, il troviam quasi sempre nominato Lucio; anzi credono uomini [Noris, Epistol. Consular. Pagius, in Critic. Baron. Bimard., Epistol., pag. 122. Tom. 1. Thesaur. Novus. Inscript. Mur.] dottissimi, ch'egli solamente dopo la morte di esso suo padre prendesse l'altro: laddove nel marmo del Gudio comparisce Marco in quest'anno. Quivi parimente vien chiamato Quintilio il secondo console, il cui cognome in tutti i fasti è Quintillo. Vedemmo di sopra all'anno 159 console Marco Plautio Quintillo. Questi forse fu suo figliuolo, e portò i medesimi nomi. S'aggiunge l'aver alquanto del pellegrino nell'iscrizione gudiana quel GENIS DEF. ET HERCVLI CVSTODI DELVBR. CAPIT. Abbiamo dunque il primo consolato di Commodo figliuolo di Marco Aurelio, al quale nell'anno presente (altri credono nel seguente) il padre diede [Capitolinus, in Marco Aurel.] per moglie Crispina figliuola di Bruttio Presente, personaggio stato già console. Le nozze furono celebrate alla maniera de' privati: e, ciò non ostante, egli volle rallegrare il popolo con un nuovo congiario. Di ciò v'ha qualche vestigio in una medaglia [Mediobarb., in Numism. Imperat.], dove è segnata la Liberalità VIII d'esso Augusto, ma può dubitarsi se sia ben copiata. Nel tempo ch'esso imperadore si fermò in Roma, levò via vari abusi civili. Moderò le spese che si faceano nei giuochi dei gladiatori. Osserva Dione [Dio, lib. 71.] una particolarità, sempre più comprovante quanto egli fosse alieno dallo spargimento del sangue. Era impazzito il popolo romano dietro ai gladiatori; quanto più sanguinosi erano i lor combattimenti, tanto maggior piacere ne provavano i Romani. Marco Aurelio ordinò che adoperassero nelle lor battaglie spade senza punta e senza taglio, acciocchè si facessero onore colla destrezza, ma non già coll'ammazzarsi. Fece ancora dei regolamenti per correggere il soverchio lusso e la troppa libertà delle matrone e dei giovani nobili. Stese [Euseb., in Chron.] eziandio la sua liberalità a tutte le provincie, con rimettere ad ognuno i debiti che avevano coll'erario, non men suo che della repubblica, e in mezzo alla piazza maggiore di Roma bruciò le carte delle loro obbligazioni.

Pareva intanto, che per la pace riportata a Roma da Marco Aurelio, tutti si promettessero una durevol serenità, quando si scompigliarono di nuovo gli affari della Germania, se pur questi si erano mai acconciati daddovero. Sappiamo da Dione [Dio, in Excerpt. Vales.], che i Quadi, dappoichè l'imperadore fu passato in Oriente, si burlarono degli accordi fatti con lui. Deposero essi il re, verisimilmente dato loro dal medesimo Augusto, ed alzarono al trono Ariogeso. Al vedere Marco Aurelio sprezzata così l'imperiale autorità, e violati i patti, contra il suo solito andò sì fattamente in collera che mise fuori una taglia, promettendo mille scudi d'oro a chi gli desse vivo in mano Ariogeso, e cinquecento a chi gliene portasse la testa. Vero è nondimeno che essendogli poi riuscito di averlo prigione, altro male non gli fece, che di mandarlo in esilio ad Alessandria. Qualche altra turbolenza maggiore dovette accadere al Danubio, e tale ch'egli spedì (a mio credere nell'anno presente) a que' romori i due Quintilii, uomini amendue di molto volere e di non minore sperienza nella guerra. Ma perchè nulla profittavano essi, anzi doveano camminar poco bene gli affari di essa guerra, nell'anno seguente credette l'infaticabile Augusto necessaria la sua persona a quell'impresa, ed egli stesso vi andò, siccome vedremo. Crede il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] rotta solamente nel seguente anno la pace e ricominciata la guerra; ma ben più verisimile è che ciò avvenisse nell'anno presente, perchè Dione riconosce che i due Quintilii aveano prima comandata in quelle parti l'armata, nè riusciva loro di mettere al dovere que' Barbari: il che non si potè fare in poco tempo. Secondo Dione, questa seconda guerra non fu contro i Germani, ma bensì contro gli Sciti. Capitolino all'incontro asserisce [Capitol., in Marco Aurel.], che Marco Aurelio di nuovo guerreggiò coi Marcomanni, Hermunduri, Sarmati e Quadi.