| Anno di | Cristo CLXXXVIII. Indizione XI. |
| Vittore papa 3. | |
| Commodo imperadore 9. |
Consoli
Cajo Allio Fusciano per la seconda volta, e Duillio Silano per la seconda.
Di male in peggio andavano gli affari di Roma per la disattenzione e pazza condotta di Commodo [Lampr., in Commodo.], ma più per la crudeltà ed avarizia del suddetto Cleandro, già arbitro della corte. Costui vendeva tutte le grazie e tutte le dignità tanto militari che civili. Per andare al governo delle provincie, bisognava comperar le cariche. Per denaro le persone di condizion libertina ottenevano la nobiltà, giungevano anche a divenir senatori. I banditi, purchè spendessero, tornavano alla patria, ed erano promossi agli onori; nè si portava rispetto alle sentenze date dal senato e dai giudici. L'oro le faceva abolire. Perchè Antistio Burro, uno de' primi senatori, coll'autorità e confidenza che gli dava l'essere marito di una sorella di Commodo, volle avvertire il cognato Augusto di tanti disordini, si tirò addosso l'ira di Cleandro. Nè andò molto che costui contra di un uomo sì degno fece saltar fuori un processo, quasi che egli aspirasse all'imperio. Ciò bastò per togliere la vita a lui e a molti altri che impresero la di lui difesa. Avvenne tal iniquità prima ancora che Cleandro occupasse il posto di prefetto del pretorio: al che egli probabilmente pervenne circa questi tempi. Tante avanie, concussioni ed uccisioni faceva costui a fine di ammassar tesori, non solamente in suo pro, ma anche per regalar le bagasce dell'imperador suo padrone, e molto più lui stesso [Dio, in Excerptis Vales.], perciocchè egli col tanto scialacquare in ispese o inutili od obbrobriose, si trovava sempre smunto o coll'erario voto. Ma nè pur bastando al di lui bisogno i tanti rinforzi che gli somministrava la malvagità di Cleandro, si ricorse al ripiego di minacciar dei processi anche alle matrone romane, con inventati e finti delitti, atterrendole in maniera, che conveniva venire a composizioni, e a riscattarsi con buona somma di danari. Inventò Commodo inoltre di mettere una tassa di due scudi d'oro a cadaun senatore, loro mogli e figliuoli, da pagarsegli ogni anno nel giorno suo natalizio, e di cinque denari ad ogni decurione della città. Pure tutto questo era una goccia al mare, perchè malamente si consumava tanto oro in cacce, in combattimenti di gladiatori e in altri divertimenti peggiori. Abbiamo da Lampridio [Lampr., in Commod.], che sotto questi consoli furono fatti dei voti pubblici per la salute e prosperità di Commodo; e nelle monete [Mediobarbus, in Numismat. Imp.] si parla della pubblica Felicità, quando altro non si provava che miserie ed affanni. Ma non mai si esercita tanto l'adulazione, che sotto i principi cattivi, ai quali si fa plauso per timore di peggio. Scrive ancora Eusebio [Eusebius, in Chron.], che in quest'anno cadde un fulmine nel Campidoglio, per cui rimase bruciata la biblioteca colle case vicine. Non può già stare il dirsi da lui, che le Terme di Commodo fossero fabbricate nell'anno IV del suo imperio, avendo noi, non meno da Lampridio [Lamprid., in Commodo.] che da Erodiano [Herodianus, Histor., lib. 1.], essere quella stata una fabbrica fatta da Cleandro, il quale molto più tardi salì in alto. Queste terme e un ginnasio, ossia una scuola di atleti e di scherma, opere anch'esse di lui, furono bensì dedicate sotto nome di Commodo; ma Cleandro avea caro che si sapesse esserne egli stato l'autore per guadagnarsi l'amor del popolo a tenore d'alcuni suoi grandiosi disegni, de' quali parleremo fra poco.
CLXXXIX
| Anno di | Cristo CLXXXIX. Indizione XII. |
| Vittore papa 4. | |
| Commodo imperadore 10. |
Consoli
Silano e Silano
Siamo assicurati dai fasti antichi, essere stati in quest'anno consoli ordinari due Silani. Che il primo si chiamasse Giunio Silano, lo conghiettura il Panvinio [Panvin., in Fastis.], ma non è certo. Vogliono che l'altro si chiamasse Servilio Silano, e con più ragione, sapendosi da Lampridio [Lampridius, in Commodo.], che Commodo tolse di poi la vita ad un consolare di questo nome. Una iscrizione riferita dal Fabretti [Fabrettus, Inscript., pag. 635.] si vede posta C. ATILIO, Q. SERVILIO COS., ma non si può arrivar a sapere se appartenga all'anno presente. In questo sì giudicò il padre Pagi [Pagius, Critic. Baron. ad hunc annum.] che accadesse quanto narrano Dione [Dio, lib. 72.] e Lampridio [Lampr., in Commodo.], cioè che si contarono venticinque consoli in un anno solo. Il Panvinio credette questa deforme scena nell'anno 185, senza badare che Cleandro, salito molto più tardi in auge, ne fu l'autore, e per cogliere verisimilmente un grosso regalo da tanti soggetti vogliosi di quell'onore. Quando ciò sia avvenuto nell'anno presente, certo sarà che nel medesimo giunse al consolato anche Settimio Severo, il qual fu poi imperadore, scrivendo Sparziano [Spartianus, in Septimio Sev.] ch'egli sostenne il primo consolato con Apulejo Rufino, disegnato da Commodo a quella dignità insieme con molti altri. Strano poi sembra che il medesimo Sparziano [Spart., in Geta.] dica nato Geta, figliuolo di Settimio Severo, mentre erano consoli Severo e Vitellio, quando avea dato Rufino per collega a Severo. Seguitava intanto Cleandro [Dio, lib. 72.] a far delle estorsioni, e a vendere gli onori, impoverendo la sciocca gente che correva a comperare da lui il fumo. Uno di questi fu Giulio Solone, uomo ignobile, che per la vanità di salire al grado di senatore, consumò quasi tutte le sue facoltà, di modo che fu detto argutamente, che Solone, a guisa de' condannati, era stato spogliato de' suoi beni, e relegato nel senato. Ma quando men se l'aspettava, arrivò ancora Cleandro al fine dovuto ai pari suoi. Il precipizio suo vien differito dal padre Pagi all'anno seguente; dal Tillemont vien riferito [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] al presente. In tale incertezza credo io meglio di parlarne qui. Entrò in questi tempi [Dio, lib. 72.] una fierissima peste in Italia [Herodianus, lib. 1.], e per le poche precauzioni che si costumavano allora, si diffuse ben tosto per tutte le città, e passò anche oltramonti. Questo di raro avea essa, che non men gli uomini che le bestie perivano. In casi tali, quanto più vaste e popolate son le città, tanto maggiormente infierisce il malore nella folta misera plebe. Così fu in Roma. Dione, testimonio di veduta, asserisce che per lo più ogni dì vi morivano duemila persone. Rinnovossi inoltre allora l'uso di certi aghi attossicati, co' quali fu data la morte a non pochi. Commodo, per consiglio de' medici, si ritirò a Laurento, luogo fresco alla marina, e pieno di lauri, creduti allora per l'odor loro un possente scudo contro la peste. A questo gravissimo male s'aggiunse la carestia, facile disgrazia, massimamente alle grandi città, dove immenso è il popolo, e dove allorchè infierisce la peste, molti si guardano dall'accostarvisi per timor della vita. Dicono che Dionisio Papirio, presidente dell'annona, accrebbe maggiormente la penuria dei viveri, colla mira che il popolo già irritato contra di Cleandro, per le tante ruberie, ne attribuisse a lui la colpa, e si alzasse a rumore contra di lui, siccome in fatti avvenne. Sapevasi ch'egli avea comperata gran quantità di grano, nè lo lasciava uscire de' suoi granai. In mezzo a sì calamitosi tempi mirabile è la facilità, con cui può sorgere e prender piede una voce ed opinione anche più spallata. Fu dunque detto che Cleandro tendesse ad occupar il trono imperiale. Le ricchezze da lui adunate, e il grano ammassato avea da servire a guadagnar in suo favore i pretoriani e l'altre milizie romane. Di più non occorse, perchè si facesse una sollevazione. Non vanno ben d'accordo Dione ed Erodiano in raccontar le circostanze del fatto. Molto meno Lampridio [Lampr., in Commodo.], che attribuisce la odiosità del popolo contro Cleandro all'aver costui fatto morire Arrio Antonino, personaggio di gran credito, a forza di calunnie, perchè, essendo egli proconsole dell'Asia, avea condannato un certo Attalo, probabilmente creatura del medesimo Cleandro. Confessano poi, tanto Erodiano quanto Dione, che Commodo in tempo di questa sollevazione si trovava nella villa di Quintilio poco lungi da Roma, dove attendeva a' suoi infami piaceri. Aggiugne Dione, che si fecero in quel tempo le corse de' cavalli nel circo: il che mi fa sospettare che fosse già terminata in Roma la peste, e solamente allora si provasse il flagello della carestia.