Ma troppa lieve parve in fine quella gloria a Commodo, perchè ristretta nei suoi privati palagi e nelle scuole gladiatorie. Gli venne in capriccio di farsi anche ammirare da tutto il popolo romano; e però fece precorrer voce, che nei giuochi saturnali, soliti a celebrarsi nel dicembre [Herodianus, Histor., lib. 1. Dio, lib. 72.], egli solo volea uccidere tutte le fiere, e combattere coi più bravi dell'arena. All'avviso di questa gran novità, incredibile fu il concorso, non solo del popolo romano, ma anche da varie parti d'Italia. Quattordici dì durarono questi spettacoli. Innumerabili e di varie specie furono le fiere e le bestie, fatte venir dall'India, dall'Africa e da altre contrade, che comparvero nell'anfiteatro, e molte di esse conosciute dianzi solamente in pittura. Si aspettava poi la gente di mirare il valoroso Augusto affrontar nell'arena lioni, pantere, tigri, orsi e somiglianti feroci animali. Ma il per altro pazzo Commodo ebbe tanto senno di far guerra a tali fiere da un corridore alquanto alto, che girava intorno alla platea dell'anfiteatro. Vero è nondimeno, ch'egli di là con tanta maestria e forza scagliava aste e dardi che feriva e trapassava gli animali, cogliendo nella fronte e nel cuor de' medesimi senza fallare. Cento lioni in questa guisa per mano di lui rimasero estinti sul campo. Il popolo tutto andava gridando Bravo e Viva; per lo che si ringalluzziva sempre più il balordo Augusto. E qualora egli si sentiva stanco, Marzia, sua cara concubina, era pronta a porgergli una tazza di buon vino rinfrescato; e il popolo, e i senatori stessi, uno de' quali era lo stesso Dione storico, come si fa nei conviti, gli auguravano salute e vita. Un altro dì lo spettacolo fu di lepri, cervi, daini, tori e di altre bestie da corno. Commodo, calato nella piazza dell'anfiteatro, ne fece una grande strage. In altri giorni uccise una tigre, un cavallo marino, un elefante ed altre bestie. E fin qui se gli potea pur perdonare. Ma da che spiegò di voler anche combattere da gladiatore, non si potè contenere Marzia dal buttarsegli ai piedi, e dal supplicarlo colle lagrime agli occhi di non isvergognare la dignità di un imperadore con quell'infame mestiere. Se la levò egli d'attorno con dirle delle villanie. Chiamati poi Quinto Emilio Leto prefetto del pretorio, ed Eletto mastro di camera, ordinò loro di preparar tutto il bisognevole. Anch'essi con forti ragioni lo scongiurarono di non andarvi; ma indarno sempre. Ad altro non servì la loro resistenza, se non a suscitargli un odio grave contra di loro, quasi che gl'invidiassero la gloria che era per acquistarsi. Erodiano non iscrive che Commodo andasse al combattimento; ma Dione, che v'era presente, ci assicura che vi comparve più volte, e combattè in quella indecente figura; e che i gladiatori fecero battaglia fra loro colla morte di molti di essi, ed anche di parecchi spettatori, che per la gran folla non poteano tirarsi indietro. I senatori, siccome era stato loro imposto erano forzati a gridare: Viva il Signore: Viva il vincitor di tutti: Viva l'Amazonio. Per altro molti della plebe non si azzardarono d'intervenire a quegli spettacoli, parte per l'orrore di mirar un Augusto sì delirante ed avvilito, e parte per una voce corsa, che Commodo volea regalarli di colpi di frecce, come Ercole avea fatto alle Stinfalidi; e tanto più perchè ne' giorni addietro esso Augusto raunati tutti i poveri mancanti di piedi, e fattili vestir da giganti, colla clava gli avea tutti morti, per rassomigliarsi ad Ercole anche in questo. Puossi egli immaginare un più bestiale ed impazzito principe? Confessa Dione, che nè pur egli co' suoi colleghi senatori andò esente da paura; imperciocchè Commodo, dopo aver tagliata la testa ad un passero (se pur tale fu), con essa in mano, e colla spada nell'altra andò alla volta dei senatori con torvo aspetto, ma senza aprir bocca, volendo forse far intendere che potea far loro altrettanto. A tutta prima molti di que' senatori non sapeano contener la risa, ed erano perduti se Commodo se ne accorgea. Dione, col mettersi a masticar delle foglie di lauro, insegnò agli altri di moderarsi, e poco poi stettero ad avvedersi del corso pericolo. L'aver Commodo in appresso comandato che i senatori venissero all'anfiteatro nell'abito che solamente si usava nello scorruccio del principe, e l'essere stata nell'ultimo dì dei giuochi portata la di lui celata alla porta, per dove uscivano i morti, diede a pensare a tutti, che fosse imminente il fine della di lui vita; e così fu. Altri augurii, a' quali badavano forte i superstiziosi Romani, racconta Lampridio [Lampridius, in Commodo.], ch'io tralascio come cose vane.
Non van d'accordo [Herodianus, Histor., lib. 3.] Erodiano e Dione [Dio, lib. 72.] in assegnare i motivi e le circostanze della morte di Commodo. Scrive il primo, che irritato il pazzo Augusto contro Marzia, Leto ed Eletto, perchè gli aveano contrastata la sconvenevol comparsa nel campo de' gladiatori, scrisse in un biglietto l'ordine della lor morte, colla giunta di parecchi altri, e pose la carta sul letto. Entrato un nano suo carissimo in camera, avendo preso quello scritto, uscì fuori, ed incontratosi in Marzia, questa gliel tolse di mano, imaginandosi che fosse cosa d'importanza. Vi trovò quel che non voleva. Avvisatine Leto ed Eletto, concertarono tutti e tre di esentarsi da quel temporale con prevenire la mala volontà dell'iniquo principe. Nulla dice Dione di questa particolarità, ed intanto il lettore si ricorderà, aver quello storico narrato un simil fatto nella morte di Domiziano. Certamente uno di questi due racconti ha da essere falso; ed il presente ha qualche più di verisimiglianza. Dione e Lampridio scrivono che Leto ed Eletto, per timore della propria vita, sì perchè aveano davanti più specchi della somma facilità con cui Commodo la toglieva ai capitani delle sue guardie e a' suoi mastri di camera, e sì ancora perchè conoscevano di averlo disgustato colla ripugnanza alle sue bestialità, unitisi a Marzia, tentarono prima la via del veleno, con darglielo in una tazza di vino ch'egli soleva prendere dopo il bagno. Occupato da lì a poco da gravezza di capo e da sonnolenza, Commodo entrò in letto. Era l'ultimo dì dell'anno. Venuta la notte, si svegliò, e fosse la sua robusta complessione, o pure il molto mangiar e bere dianzi da lui fatto, che l'aiutasse, cominciò a vomitare, e per secesso ancora ad alleggerirsi dell'interno nemico. Allora i congiurati, apprendendo più che mai il rischio loro, introdussero Narciso robustissimo atleta, comperato con promessa di gran regalo, che serrategli le canne del fiato, il soffocò. Sparsero poi voce, ch'egli fosse morto per accidente apopletico. In questa maniera terminò Commodo la vita sua sì malamente menata, in età non più che di trentadue anni, senza lasciar dopo di sè figliuoli. Fu poi detto, ch'egli avea comandato di bruciar Roma, e che ne sarebbe seguito l'effetto, se Leto non lo avesse trattenuto. Sparsero inoltre voce aver egli avuto in animo di uccidere Erucio Claro e Socio Falcone, consoli disegnati, che doveano far l'entrata nel giorno seguente, e di proceder egli console con prendere per collega uno dei gladiatori. Dione par che lo creda; ma morto chi è odiato da tutti, nè più può far paura, a mille ciarle si scioglie la lingua. In quest'anno probabilmente avvenne ciò che narra Capitolino [Capitolin., in Clodio Albino.]. Comandava Clodio Albino alle armi romane nella Bretagna. Fu portata colà una falsa nuova che Commodo era morto; Commodo, dissi, quale il tanta fede avea in lui, che gli avea dianzi mandato il titolo di Cesare, cioè un segno di volerlo per successore. Albino non l'accettò; venuta poi quella falsa voce, egli parlò all'esercito britannico, esortando tutti a ritornare la repubblica romana nell'antico suo stato, e ad abolir la monarchia, con toccar i disordini venuti per cagion degl'imperadori, senza risparmiare lo stesso Commodo. Di questa sua disposizione ed aringa avvertito Commodo, ch'era ancor vivo, mandò Giulio Severo al comando dell'armata britannica, e richiamò Albino; ma per la morte d'esso Commodo non dovette aver esecuzione quell'ordine. Gran credito con ciò Albino si guadagnò presso il senato. Nè si dee tacere, che quando poi da Roma furono spediti pubblici messaggeri alle provincie per dar avviso che più non viveva Commodo, quasi tutti furono messi in prigione dai governatori, per paura che questa fosse una nuova falsa a fine di tentar la lor fede, quantunque tutti sospirassero che fosse vera, siccome dipoi si trovò.
CXCIII
| Anno di | Cristo CXCIII. Indizione I. |
| Vittore papa 8. | |
| Elvio Pertinace imperad. 1. | |
| Didio Giuliano imperad. 1. | |
| Settimio Severo imperad. 1. |
Consoli
Quinto Sosio Falcone e Cajo Giulio Erucio Claro.
Nella notte precedente al dì primo di gennaio, siccome dissi, accadde la morte di Commodo. Prima nondimeno che si divulgasse il fatto, Leto ed Eletto [Dio, lib. 73.] furono a trovar Publio Elvio Pertinace, che tuttavia era console [Herodianus, Histor., lib. 2.]. Egli dormiva, e sentendo che veniva a lui il prefetto del pretorio, s'immaginò quella essere l'ultima sua ora, perchè se lo aspettava, dicendosi che gli era stata predetta in quest'anno. Intrepidamente accolse i due ministri, e rimase ben sorpreso all'intendere che in vece della morte gli esibivano l'impero. La credette a tutta prima una furberia; ma giurando essi, che Commodo non era più vivo, se ne volle chiarire, con inviar uno de' suoi più confidenti a mirar coi suoi occhi il cadavere dall'estinto principe. Allora egli cedette alle lor persuasioni, e con essi andò al quartiere dei pretoriani. Era molto inoltrata la notte, e fuorchè le sentinelle, tutti riposavano. Leto, esposta la morte di Commodo, presentò loro Pertinace, che dal canto suo promise il consueto regalo; e però tutti, almeno in apparenza, consentirono; ma restarono amareggiati, perchè egli, nell'arringa che fece loro, si lasciò scappar di bocca, che v'erano molti abusi, i quali sperava di levar via collo aiuto di essi. Sospettarono coloro, che volesse spogliarli di quanto avea loro prodigamente donato il morto imperadore. Oltre di che, avvezzi colla briglia sul collo sotto un principe giovinastro cattivo, che lor permetteva di far quanto cadeva loro in capriccio, non potevano mirar di buon occhio Pertinace, cioè un vecchio [Capitol., in Pertinace.], di costumi tanto diversi dal precedente Augusto. Imperocchè è da sapere che Elvio Pertinace, nato da povero padre nella villa di Marte del territorio d'Alba Pompea, città oggidì del Monferrato, insegnò grammatica da giovane; ma perchè gli fruttava poco il mestiere, si rivolse alla milizia, e salendo di grado in grado con riputazione, sostenne de' riguardevoli impieghi nella Mesia e nella Dacia. Per calunnie perdè la grazia di Marco Aurelio Augusto, ma per opera di Claudio Pompejano, genero d'esso imperadore, scoperta la falsità delle accuse, fu Pertinace promosso all'ordine senatorio, ed anche al consolato. Ebbe poscia il governo di varie provincie, e massimamente di Soria, dove attese ad empiere la borsa. Sotto Commodo, abbassato dal prepotente Perenne, si ritirò alla sua patria, dove comperò di molti stabili. Dopo la morte di Perenne, siccome accennai di sopra, fu spedito da Commodo in Bretagna, e di là passò al governo dell'Africa. Finalmente tornato a Roma, vi esercitò, dopo Fusciano, uomo severo, la carica di prefetto della città, con tale umanità e piacevolezza, che piacque maggiormente a Commodo, e meritò di procedere di nuovo console con esso lui [Herodianus, Histor., lib. 2.]. Passava Pertinace in questi tempi l'età di anni sessantasei, perchè nato nell'anno 126 della nostra Era; ma era in concetto d'uomo di onore, di molta saviezza ed amorevolezza, e sperimentato nelle cose della guerra. Per attestato di Erodiano [Ibidem.], la sua gravità ed anche la povertà il salvarono sotto Commodo, perchè fra gli altri pregi si contava ancor questo, d'esser egli il più povero dei senatori, ancorchè avesse esercitato molti riguardevoli uffizii. Ma, secondo Capitolino [Capitol., in Pertinace.], si diceva aver egli sempre atteso a raccogliere molto e spendere poco. Un uomo di tal probità, ma insieme poco inclinato alla liberalità, non potea piacere ai soldati, troppo male avvezzati sotto Commodo.
Durava tuttavia la notte, quando si fece sparger voce per la città, che Commodo era morto, ed eletto imperador Pertinace. Saltò fuori tutto il popolo con incredibil festa ed incessanti grida, caricando di maladizioni e villanie il defunto Augusto, cantando i suoi vituperii, e dandogli i nomi di tiranno, di gladiatore, di ernioso, perchè egli patì di una ernia, ch'era visibile agli occhi del pubblico. Anche i senatori, balzati dal letto, corsero, non sapendo dove stare per la gioia, alla curia: e quivi si presentò loro Pertinace, ma senza insegna alcuna d'imperadore e coll'animo assai agitato, perchè sapendo la bassa sua condizione in confronto di tanti altri senatori delle prime e nobili casate di Roma, sembrava a lui un'indecenza, ed anche un passo pericoloso, il prendere un posto più ragionevolmente dovuto ad altri. Però assiso in senato nella solita sua sedia, disse che egli veramente era stato riconosciuto imperadore dai soldati, ma che vecchio inabile ed immeritevole, rinunziava a quell'onore, e che eleggessero chi loro piacesse, essendovi tanti nobili degni più di lui del trono. Secondo Erodiano, prese anche pel braccio Aulo Glabrione, creduto il più nobile de' Romani, e l'esortò a voler egli assumere la dignità imperiale. Capitolino aggiunge, che fece lo stesso con Claudio Pompejano, genero già di Marco Aurelio, e cognato di Commodo; ma che anch'egli si scusò. E qui dee aver luogo ciò che racconta Dione [Dio, in Excerpt. Valesianis.], cioè che Pompejano, siccome persona di gran prudenza, osservato ch'ebbe qual mala bestia fosse Commodo suo cognato, di buon'ora si ritirò in villa, nè si lasciava se non rade volte vedere in città, adducendo per iscusa varie sue indisposizioni, e specialmente la vista sua troppo indebolita. Nè volle già egli venire agli ultimi spettacoli di Commodo, per non essere spettator del disonore della maestà imperatoria, essendosi solamente contentato che v'intervenissero i suoi figliuoli. Creato poi Pertinace imperadore, gli tornò la vista, svanirono i suoi malori; e Pertinace a lui e a Glabrione fece sempre un distinto onore, nè risoluzione imprendeva senza il loro consiglio. Lo stesso Pompejano poi, da che fu morto Pertinace, e si videro imbrogliati forte gli affari, tornò ad ammalarsi, a vedervi poco, e a battere la ritirata. Da ciò si raccoglie essere adulterato il testo di Dione presso Zonara [Zonaras, in Annal.] e Sifilino, là dove è detto, che Claudio Pompejano, genero di Marco Aurelio fu quegli che presentò a Commodo il pugnale per ammazzarlo. Ora i senatori, veduta la umiltà e l'onorato procedere di Pertinace, quasi tutti di buon cuore il confermarono imperadore, e convenne anche fargli forza perchè accettasse l'imperio [Capitol., in Pertinac.], se non che Falcone, il quale dovea la mattina seguente entrar console, gli si mostrò ora, e peggio poi nel progresso, assai contrario, con dirgli di non sapere come avesse da riuscire il di lui governo, da che il mirava sì favorevole a Marzia e a Leto, stati ministri delle iniquità di Commodo. Al che rispose quietamente Pertinace: Voi siete console giovane, nè sapete che cosa sia la necessità di ubbidire. Costoro hanno ubbidito fin qui loro malgrado a Commodo. Subito che han potuto, han dato a conoscere la lor buona volontà.
Quindi proruppe il senato in acclamazioni festose verso il novello regnante, in detestazioni di Commodo, che si leggono a parola per parola presso Lampridio [Lampr., in Commod.], prese dalla storia perduta di Mario Massimo. Soprattutto dimandavano i senatori, che si facesse al cadavero di Commodo il trattamento conveniente a chi era stato nemico degli dii, boia del senato, parricida, nemico della patria, cioè che fosse strascinato coll'uncino per la città, e gittato nel Tevere, siccome si usava co' malfattori più esecrandi. Ma quel corpo, di permissione di Pertinace, era già stato segretamente seppellito in qualche sepolcro, e di là fra qualche tempo Pertinace lo fece trasportare nel mausoleo d'Adriano, perchè non gli piaceva d'irritare i pretoriani, troppo innamorati dell'estinto regnante. Fatta fu anche istanza dal senato, che si rompessero tutte le statue di Commodo, e si abolissero tutte le sue memorie. Non perdè tempo il popolo ad eseguirne il decreto. A Pertinace furono nello stesso tempo accordati tutti i titoli consueti degl'imperadori. Scrive Capitolino [Capitolin., in Pertinac.], che a Flavia Taziana di lui moglie fu dato il titolo di Augusta; ma sì egli, che Dione senatore, presente allora a tutti quegli affari, aggiungono averle bensì il senato decretato questo onore, siccome ancora al di lui figliuolo il titolo di Cesare; ma che Pertinace ricusò l'uno e l'altro, perchè non mirava per anche abbastanza assodato il suo imperio, conosceva l'umor petulante della moglie, nè gli pareva che il figliuolo di età anche tenera fosse capace di tanto onore. Diede egli principio al suo governo con ottime idee e rettissima volontà. Dovea pagarsi il regalo promesso ai pretoriani e agli altri soldati di Roma, e nell'erario non si trovò più di venticinquemila scudi. Mise perciò [Dio, lib. 73.] in vendita le statue, l'armi gioiellate, i cavalli, le carrozze, gli schiavi, le concubine, e tutte le altre vane suppellettili di Commodo, tanto che ne ricavò danaro da pagare in parte il regalo pattuito coi soldati, e da fare un donativo al popolo di cento danari per testa. Emilio Leto nello stesso tempo spogliò d'ordine suo tanti buffoni, che Commodo avea smisuratamente arricchiti coi beni dei senatori uccisi. Trattava il buon Pertinace, uomo senza fasto, cortesemente con tutti, ed affabile era massimamente coi senatori, ciascun de' quali potea liberamente dire il suo parere; e dicea anche egli il suo, ma con tranquillità e rispetto a quello degli altri. Or questi or quelli voleva alla sua tavola, tavola propria di un principe, ma frugale. Per questa frugalità v'erano de' ricchi e magnifici che il mettevano in burla; ma da tutta la gente savia ne veniva egli ben commendato. Applicossi a riformar le spese superflue, a levare gli abusi introdotti, a pagare i debiti del pubblico. Ai pretoriani e alle altre milizie non fu più permesso di rubare nè il far insolenze ed ingiurie a chicchessia. Cessarono le spie e gli accusatori, furono cassate le ingiuste condanne; restituiti i beni indebitamente confiscati; richiamati i banditi; e si potè dar sepoltura convenevole a chi in addietro non la potè conseguire. Abolì per le provincie vari dazi imposti dai cattivi principi alle rive de' fiumi, ai ponti, alle strade. Promosse l'agricoltura per tutta l'Italia, donando le terre abbandonate ed incolte, acciocchè si coltivassero. In somma, sotto sì moderato e buon principe [Herodianus, Histor., lib. 2.] cominciava a rifiorir Roma, ed ogni saggia persona benediceva il tempo presente; ma questo tempo, che pareva così sereno, stette ben poco a rannuvolarsi.