| Anno di | Cristo CXCI. Indizione XIV. |
| Vittore papa 6. | |
| Commodo imperadore 12. |
Consoli
Cassio Aproniano e Bradua.
Se il primo console Aproniano portò veramente il nome di Cassio, egli fu padre di Dione Cassio, storico celebratissimo; ma ciò non è senza qualche dubbio. Alle disgrazie che andava provando Roma pel governo tirannico di Commodo e per gli altri mali di sopra accennati, si aggiunse nel presente anno quello di un fiero incendio [Herodianus, lib. 1, et Dio, lib. 72.]. Attaccatosi il fuoco al tempio della Pace, fabbricato da Vespasiano, interamente lo consumò colle botteghe ricchissime delle specierie contigue: tempio il più magnifico che si fosse allora in Roma. Imperciocchè quivi erano conservate le più preziose spoglie del tempio di Gerusalemme; quivi si faceano le assemblee dei letterati; e pare che vi si conservassero anche i loro scritti, giacchè Galeno [Galenus, de libris suis.] il medico si duole che un gran numero de' suoi vi perisse in tal congiuntura. Ma, quel che è più, colà si portavano in deposito i danari e le cose più preziose de' Romani, come in luogo il più sicuro d'ogni altro. Perciò, essendo succeduto di notte quel gravissimo incendio, moltissimi, venuto il giorno, si trovarono poveri di ricchi che erano la sera innanzi. Nè ivi si fermarono le fiamme, perchè passarono ad altri assaissimi nobili edifizii romani, e fra gli altri il tempio di Vesta col palazzo rimase anch'esso consunto. Durò molti giorni il fuoco, dilatandosi qua e là, senza potersi fermare con arte umana, finchè un'improvvisa dirotta pioggia gli troncò i passi. Eusebio [Euseb., in Chronic.] dice che gran parte della città di Roma restò preda delle fiamme. Salvarono le Vestali il palladio, cioè la statua di Pallade, la quale fama era che fosse stata portata da Troja. Dione anch'egli attesta che il fuoco arrivò al palazzo, e vi bruciò la maggior parte delle scritture spettanti al principato. Questa gravissima sciagura moltiplicò l'odio di ognuno contra di Commodo, credendo tale incendio un'ira palese del cielo per le di lui iniquità: e giacchè era ito in rovina il tempio della Pace, giudicarono tutti questa una predizion di guerra vicina per tutto il romano imperio. Intanto la vanità di Commodo cominciava a degenerare in pazzia. Perchè niuno l'uguagliava nella destrezza in uccidere le fiere, e molte e grandi pruove di ciò aveva egli dato in Lanuvio, gli saltò in testa di farsi appellare l'Ercole Romano [Lamprid., in Commodo. Dio, lib. 72. Herodianus Histor., lib. 1.], gloriandosi di essere figliuolo non più dell'ottimo imperadore Marco Aurelio, ma di Giove. In abito d'Ercole volle che gli fossero alzate le statue. Una pelle di lione e una clava gli erano portate innanzi, allorchè faceva viaggio; e queste ne' teatri, intervenendovi egli o non intervenendovi, si mettevano sopra la sedia d'oro imperatoria. Veggonsi ancora molte medaglie [Mediobarbus, in Numismat. Imperat.] dell'anno presente e susseguente, dov'è nominato Ercole Romano, Ercole Commodiano. Oltre a ciò comandò che da lì innanzi Roma si chiamasse Commodiana, e il senato istesso dovette assumere il cognome di Commodiano. Per comandamento suo ancora furono mutati i nomi a tutti i mesi, e si adattarono ad essi quei che esprimevano titoli e nomi del medesimo folle Augusto. Dione [Dio, lib. 72.] gli annovera con quest'ordine: Amazonio, Invitto, Felice, Pio, Lucio, Elio, Aurelio, Commodo, Augusto, Ercole, Romano e Superante. Se crediamo a Lampridio [Lampridius, in Commodo.], il mese di agosto si appellò Commodo: settembre Ercole: ottobre Invitto: novembre Superante o Superatorio: e dicembre Amazonio. Questi due ultimi specialmente se gli teneva egli ben cari; quasichè egli in ogni cosa superasse il resto degli uomini; tanto gli frullava il capo. Qui il Casaubono e il Salmasio insorgono con allontanarsi dalla sentenza di Lampridio, e pretendendo che ad altri mesi si applicassero que' nomi. Poco a noi importa la frenesia del pazzo Augusto, volendo che si formasse un decreto [Dio, lib. 72.], per cui da lì innanzi tutto il tempo ch'egli regnasse, si appellasse il Secolo d'oro, e di questo si facesse menzione in tutte le lettere del senato. Certo è che a sì fatti ordini strignevano le labbra, inarcavano le ciglia i senatori; ma conveniva chinare la testa. Altre pazzie mischiate colle crudeltà e varie disonestà di questo principe si possono raccogliere da Lampridio, che ne fa un lungo catalogo. Ma non si può tacere che debbono parerci falsità la maggior parte degli elogi a lui dati nelle monete. Sopra tutto in esse è chiamato Pio, ed anche Autore e Ristoratore della Pietà. Quando con questo nome si voglia significare il culto della falsa religione gentile, abbiamo in fatti da esso Lampridio [Lampridius, in Commodo.] che col capo raso nella festa d'Iside egli portò la statua di Anubi, ma ridicolosamente, perchè con quella medesima andava gravemente percotendo le teste dei sacerdoti vicini; e voleva che que' sacri ministri d'Iside si battessero maledettamente il petto colle pigne che portavano in mano. Non la perdonò poi la sua sfrenata libidine nè pure ai templi: eccesso detestabile anche presso i Gentili. Nei sagrifizii ancora di Mitra uccise un uomo. Ecco qual fosse la religione di questo forsennato Augusto.
CXCII
| Anno di | Cristo CXCII. Indizione XV. |
| Vittore papa 7. | |
| Commodo imperadore 13. |
Consoli
Marco Aurelio Commodo Augusto per la settima volta e Publio Elvio Pertinace per la seconda.
Guastandosi ogni dì più il cervello a Commodo imperadore, andavano crescendo le sue perverse azioni e, per conseguente ancora, l'odio del popolo, e specialmente de' buoni contra di lui. A capriccio egli faceva uccidere le persone. Alcuni tolse dal mondo, perchè incontratosi in loro, osservò ch'erano vestiti di abito straniero [Lampr., in Commodo.]; altri perchè parevano più belli di lui. Saputo che certuno avea letta la vita di Caligola, scritta da Svetonio, il diede in preda alle fiere, perchè egli era nato lo stesso dì che Caligola. Tralascio altre simili sue crudeltà, narrate da Lampridio. Nè minori di numero erano le sue inezie, che si tiravano dietro le risate di ognuno. Guai nondimeno, se si accorgeva di chi il burlasse e deridesse, perchè tosto il faceva consegnare alle bestie feroci. E pur egli non si guardava dal comparire ridicolo in faccia di tutti, lasciandosi vedere in pubblico vestito ora da donna, ora da Ercole colla clava, ora da Mercurio col caduceo in mano. Ma il colmo delle sue pazzie quel fu d'intestarsi di essere il più bravo ed esperto gladiatore e cacciatore che fosse sopra l'universa terra [Herodianus, Histor., lib. 1. Dio, lib. 72.]. E veramente confessano tutti gli storici, maravigliosa essere stata la destrezza sua nell'uccidere le fiere o lanciando l'asta contra di esse, o scagliando frecce e dardi. Con tal giustezza scaricava i colpi che feriva quasi sempre dove avea presa la mira. Questo fu il solo de' pregi ch'egli ebbe: che per altro differenza non si scorgeva tra lui e un vero coniglio. S'era egli avvezzato a queste cacce in Lanuvio, e ne' suoi palazzi di villa, dove dicono che ammazzò in varii tempi migliaja di esse fiere. Per conto dei gladiatori infinite pruove avea fatto in quell'infame mestiere, combattendo con essi armato di spada e scudo, nudo o pur vestito, facendo anche tutti i giuochi de' reziarii e dei secutori, ch'erano specie di gladiatori. Di sua mano uccise egli talvolta i competitori, senza che alcun di essi ardisse di torcere a lui un capello. Ordinariamente dopo aver quella canaglia sostenuto alquanto gli assalti e riportata talora qualche ferita, se gli dava per vinto, chiedendogli la vita in dono, ed acclamandolo pel più forte imperadore che Roma avesse mai prodotto. S'invanì tanto per tante sue lodi e per la stupenda sua bravura il folle Commodo, che, per attestato di Mario Massimo, le cui storie si sono perdute, ma esistevano a' tempi di Lampridio, ordinò che negli atti pubblici si registrassero queste sue ridicole vittorie, come già si facea delle campali riportate dagli eserciti romani; e queste ascendevano a migliaja e migliaja. Arrivò egli sì oltre (cotanto si era ubbriacato di questa vergognosa gloria), che più non curando il nome di Ercole, s'invogliò di quello di primo fra i gladiatori, con prendere anche il nome di un Paolo già defunto, e stato mirabile a' suoi dì nell'arte obbrobriosa de' gladiatori.