Consoli

Marco Aurelio Severo Alessandro per la terza volta, Dione Cassio per la seconda.

Lo stesso Dione, che terminò in questi tempi la sua storia, confessa che Alessandro Augusto lui volle per collega nel suo consolato, essendo egli stato console sostituito in alcuno degli anni precedenti. Però sembra scorretta una legge riferita dal Relando [Reland., in Fast. Cons.], siccome ancora una iscrizione pubblicata dal Panvinio [Panvin., in Fast. Consular.] e dal Grutero [Gruterus, Thesaurus Inscript., pag. 1079, num. 11.], ed un'altra dal Doni, dove in vece di Dione si legge Dionysio, quando a Dione non fosse stato sostituito un console appellato Dionisio, il che non par da credere. Ne' Fasti ancora del Cuspiniano si legge Dyonisio. Racconta il medesimo Dione [Dio, lib. 80.] d'avere avuto negli anni addietro il governo dell'Africa da Alessandro Augusto, e poi quello della Dalmazia, e successivamente quello dell'Alta Pannonia, dove con vigore cercò di rimettere sul piede dell'antica disciplina quelle milizie. Venuto poscia a Roma nell'anno precedente, gl'insolenti pretoriani, siccome aveano fatto ad Ulpiano, accusarono anche lui, perchè paventavano ch'egli volesse rimettere fra loro stessi la militar disciplina. Alessandro, che ben conosceva il merito di Dione, in vece di fargli del male, per dar gusto a quegli scellerati, il disegnò console per l'anno presente in sua compagnia. Ma perciocchè dubitò che i pretoriani, al vederlo in quella dignità, facessero maggior tumulto e lo uccidessero, credette meglio che Dione stesse per qualche tempo fuori di Roma in quelle vicinanze. Portossi poi Alessandro nella Campania, e colà fu a trovarlo Dione, e stette qualche giorno con lui alla vista dei soldati, che non dissero una parola. Ed egli allora ottenne licenza di potersi ritirare a Nicea di Bitinia patria sua, per quivi passare quel che gli restava di vita, trovandosi già vecchio e mal sano, e probabilmente colla paura in corpo di non finir male, come era succeduto ad Ulpiano. Che a lui nel consolato succedesse Marco Antonio Gordiano in questo medesimo anno si ricava da Capitolino [Capitolinus, in Gordian.], colà, dove scrive essere stato il più vecchio de' Gordiani console in compagnia di Alessandro Augusto, e ch'egli dipoi fu mandato proconsole al governo dell'Africa, con tal piacere di esso Augusto, che con sua lettera ringraziò molto il senato di sì fatta elezione, stante l'essere Gordiano uomo nobile, magnanimo, eloquente, giusto, continente e dabbene. Se ne ricordi il lettore, perchè a suo tempo vedremo il medesimo Gordiano portare il titolo di Augusto.

Fu appunto una delle belle doti dell'imperadore Alessandro quella di scegliere, e di volere che si scegliessero per le cariche e pel governo delle provincie coloro, ne' quali concorreva più abilità a governar altri e maggior probità [Lampridius, in Alexandro.]. Nulla si dava al favore, nulla alle raccomandazioni, molto meno al danaro. Gli eunuchi, i quali erano stati in addietro potentissimi in corte, e venivano chiamati da lui una terza specie del genere umano, tutti furono rimossi dal di lui servigio, ed appena si contentò egli, che di alcuni pochi si servisse la imperadrice, ed in uffizii bassi, e con abito de notante la bassezza del loro stato, togliendo con ciò tanti disordini cagionati per lo passato dalla soverchia autorità che godeano o faceano credere di godere. Alessandro col parer del senato eleggeva i consoli, i prefetti del pretorio ed altri magistrati, lasciando la elezion degli altri al senato medesimo. Diceva egli, meglio essere per lo più il dare gli uffizii a chi non li ricerca, che a chi tante premure usa per ottenerli. Niun senatore nuovo creava egli, se persone di credito prima non rendevano buona testimonianza del merito suo, e non veniva approvato da' senatori suoi consiglieri. E guai se trovava che lo avessero in ciò ingannato: colui era cacciato dal senato, e i suoi fautori gastigati. Una rarissima ed ammirabil maniera ebbe ancora nella elezion de' presidenti delle provincie e di altri magistrati meno importanti. Prima di conferir que' posti, faceva esporre in pubblico i nomi de' proposti per essi, esortando ognuno a scoprire se costoro avessero commesso qualche delitto, purchè ne potessero dar le pruove; poichè nello stesso tempo proibiva sotto pena della vita l'accusare senza poter provare l'accusa. Lampridio [Lampridius, in Alexandro.], storico pagano, attesta aver egli appreso questo rito dai Cristiani ch'esaminavano diligentemente prima chi si avea da ammettere al sacerdozio. E solea dire Alessandro, parergli strano come non si usasse la diligenza medesima, allorchè si voleva eleggere chi dovea avere in mano i beni di fortuna e le vite dei popoli, quando ciò si praticava dai suddetti Cristiani per la elezione de' sacerdoti. Avrebbe egli desiderato che ogni governator delle provincie avesse saputo esercitare il suo uffizio senza bisogno di assessore, tuttavia soffrì sempre l'uso di tali assessori; e diede anche loro buoni salarii. Provvedeva egli in oltre le persone, nel mandarle ai governi, di danaro, servi, mule, cavalli e di altre robe necessarie, dandole poi a' medesimi, se con lode esercitavano i loro impieghi. Se male, voleva che rendessero quattro volte più di quello che avea loro somministrato. In somma, la vita di questo Augusto, tanto più mirabile, quanto ch'egli era assai giovane, sarebbe un bellissimo modello per qualunque principe che amasse la vera gloria, ed imparar volesse il meglio degli esempi altrui, con leggere le vite di que' principi buoni ed uomini illustri, dei quali forse niuna età e nazione è stata priva.


CCXXX

Anno diCristo CCXXX. Indizione VIII.
Ponziano papa 1.
Alessandro imperadore 9.

Consoli

Lucio Virio Agricola e Sesto Catio Clementino.

Il secondo console in qualche testo è chiamato Clemente [Thesaurus Novus Inscription., pag. 357, num. 2.], e in una iscrizione riferita del Cupero, Clemenziano. Se questa è legittima, può essa prevalere agli antichi codici. Credesi che in questi tempi santo Urbano papa gloriosamente compiesse i suoi giorni con ricevere la corona del martirio. Ebbe per successore Ponziano. Tempo è ora di parlare di una strepitosa rivoluzion di cose accaduta in Oriente. La Persia, conquistata alcuni secoli prima da Alessandro il Grande, durò per qualche tempo sotto il dominio dei re della Siria, ossia della Soria, successori del Macedone. Arsace, famoso re de' Parti, loro la tolse circa ducento cinquant'anni prima dell'era cristiana, e continuò ivi a signoreggiare la schiatta degli Arsacidi sino ad Artabano re di quelle contrade, e regnante a' tempi dell'Augusto Alessandro [Dio. Herod. Lamprid. Agathias et alii.]. Contra di Artabano si ribellò un uomo di basso affare, ma di gran coraggio, chiamalo Artaserse, discendente dagli antichi Persiani; il quale messa in armi la nazione sua, e collegato con altri popoli vicini, tre volte diede battaglia ad Artabano, ed altrettante ancora lo sconfisse, ed in fine gli levò la vita. Abbattuto dunque il regno de' Parti, ritornò la corona in capo ed Artaserse Persiano, e si rinnovò la potenza di quella nazione, la quale troveremo, andando innanzi, terribile ai Romani, poi soggiogata dagli Arabi, e di tal possanza anche oggidì dopo incredibili peripezie che fa paura al potentissimo Sultano de' Turchi, e più che paura ha fatto, pochi anni sono, al Mogol, grande imperadore delle Indie orientali. Mise [Dio, in Excerpt. Valesianis.] il vittorioso Artaserse l'assedio alla fortezza di Atra; ma perdutavi indarno molta gente, passò nella Media, e ne conquistò la maggior parte. Rivolse poi le sue forze contro l'Armenia, dove quel popolo assistito dai Medi e dai figliuoli di Artabano, colà rifugiati, il costrinse con suo poco gusto a battere la ritirata. Pretende il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] che nell'anno di Cristo 226, Artaserse sulle rovine del regno de' Parti piantasse il trono de' Persiani, citando in pruova di ciò lo storico Agatia; e che nel seguente anno, o pure nel 228, egli incominciasse la guerra contra dei Romani. Non è Agatia uno scrittore sicuro per tempi sì lontani da lui. Abbiamo di certo da Dione [Dio, in Excerptis Valesianis.] che nell'anno 229 grande apprensione recava Artaserse ai Romani, con minacciare di assalir la Mesopotamia e la stessa Soria, pretendendo di voler ricuperar tutto quanto appartenne una volta ai re di Persia [Herod., lib. 6.], l'imperio de' quali arrivava sino al Mediterraneo e all'Egeo. Vuole il suddetto Pagi che nell'anno precedente l'Augusto Alessandro, per frenare questo minaccioso torrente, si portasse coll'esercito ad Antiochia. Monsignor Bianchini [Blanchinius, ad Anastas. Bibliothecar.] differisce la di lui andata al presente anno, il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] sino all'anno 232. A me sembra più probabile che in quest'anno Alessandro si mettesse in viaggio, giacchè abbiamo una moneta [Mediobarbus, in Numismat. Imperator.], spettante all'anno IX della di lui podestà tribunizia, dove si legge PROFECTIO AVGVSTI.