Scrive Erodiano [Herodianus, lib. 6.], che arrivato Alessandro all'anno tredicesimo del suo imperio (numero senza fallo scorretto), si svegliò la guerra coi Persiani, ed avere esso Augusto sulle prime creduto bene di scrivere lettere ad Artaserse, per esortarlo a desistere dalle novità, e a contentarsi del suo, perchè non gli andrebbe così ben fatta, volendo combattere coi Romani, come gli era accaduto con altri popoli, ricordandogli le imprese di Augusto, Lucio Vero e Settimio Severo in quelle parti. Si rise l'orgoglioso Artaserse di queste lettere, e la risposta che diede, fu coll'entrare armato nella Mesopotamia, e dar principio ad assedii e saccheggi nel paese romano. Venute queste nuove a Roma, benchè Alessandro fosse allevato nella pace, pure, per parere ancora de' suoi consiglieri, fu creduta necessaria la di lui presenza alle frontiere della Soria. Gran leva dunque di gente si fece per l'Italia e per tutte le altre provincie; e formato un poderosissimo esercito coll'unione de' pretoriani ed altri soldati di Roma, si congedò Alessandro dal senato, ed imprese il viaggio alla volta di Levante. Attesta il medesimo Erodiano che niuno vi fu dei senatori e de' cittadini romani che potesse ritener le lagrime al vedere allontanarsi da loro un principe sì buono, sì amato ed adorato da tutti. Fece il viaggio per terra coll'armata, e data nell'Illirico la revista a quelle legioni seco le prese. Passato poscia lo stretto della Tracia, continuò il suo viaggio sino ad Antiochia, capitale della Soria, dove attese a far i preparativi necessarii per così pericolosa guerra. Racconta Lampridio [Lampridius, in Alexandro.] la bella maniera tenuta da lui nella marcia dell'esercito suo. Prima di muoversi di Roma, fece attaccare ne' pubblici luoghi in iscritto la disposizione del viaggio, indicando il giorno della partenza, e di mano in mano assegnando i luoghi, dove l'armata dovea far alto nelle notti, o prendere il riposo di un giorno. Mandati innanzi tali avvisi, si trovava dappertutto preparata la tappa, cioè la provvisione de' viveri; nè vi fu verso ch'egli volesse mai mutare alcuna delle posate prescritte, per paura che i suoi uffiziali non facessero traffico delle marcie, per guadagnar danaro. Non altro cibo prendeva egli che l'usato dagli altri soldati, pranzando e cenando colla tenda aperta, affinchè ognuno il potesse vedere. Gran cura si prendeva egli perchè nulla mancasse di vettovaglia, di armi, di abiti, di selle e di altri arnesi alle soldatesche; ed in tutto esigeva la pulizia, di maniera che si concepiva, in mirar quelle truppe sì ben guarnite, un'alta idea del nome romano. Più di ogni altra cosa poi gli stava a cuore la disciplina militare, e che niun danno fosse inferito agli abitanti e alle campagne per dove passava l'armata. Visitava egli in persona le tende, nè permetteva che nella marcia alcuno, anche degli uffiziali non che de' soldati, uscisse di cammino. Se taluno trasgrediva l'ordine, le bastonate o altre convenevoli pene erano in pronto. E ai principali dell'esercito, che avessero mancato in questo, e danneggiato il paese, faceva una severa correzione, con intonar loro la massima imparata da' Cristiani, cioè con dire: Avreste voi caro che gli altri facessero alle terre vostre quel che voi fate alle loro? Perchè un soldato maltrattò una povera vecchia, il cassò e il diede per ischiavo ad essa donna, acciocchè col mestiere di falegname, ch'egli esercitava, la mantenesse. Ed avendo fatta doglianza di ciò gli altri soldati, fece lor conoscere la giustizia di questo gastigo, che servì a tenere gli altri in freno. Per così bei regolamenti, e col tenere sì forte in briglia le milizie, dappertutto dove queste passavano, si dicea, che non già de' soldati, ma dei senatori erano in viaggio; ed ognuno, in vece di fuggirli, gli amava, vedendo tanta modestia e sì bell'ordine in gente non avvezza se non a far del male, con benedire Alessandro, come se fosse stato un dio.
Veramente Zosimo [Zosimus, lib. 1.] scrive che i soldati erano malcontenti di Alessandro per questo rigore di disciplina; e vedremo in fine che fu così. E pure Lampridio, scrittore più antico, e che avea bene studiato le precedenti storie, attesta ch'egli era amato da essi, come lor fratello e lor padre. Aggiugne questo medesimo storico [Lampridius, in Alexandro.], che arrivato il giovine imperadore ad Antiochia, e trovato che alcuni soldati di una legione si perdevano nelle delizie, e andavano ai bagni colle donne, li fece tosto mettere in prigione. Cominciò per questo tutta la legione a far tumulto e doglianze. Allora Alessandro salito sul tribunale, si fece condurre davanti quei prigioni alla presenza di tutti gli altri ch'erano in armi, e parlò con vigore intorno alla necessità di mantener la disciplina, e che il supplicio di coloro dovea insegnare agli altri. Grande schiamazzo allora insorse; ed egli più franco che mai ricordò loro, dover essi alzar le grida contra dei Persiani, e non contra il proprio imperadore, che cava il sangue dai popoli per vestire, nudrire ed arricchir le milizie. Li minacciò ancora, se non dimettevano, di cassarli tutti, e che forse non si contenterebbe di questo, rimproverando loro, che dimenticavano di essere cittadini romani. Più forte cominciarono essi allora a gridare ed a muovere l'armi, come minacciandolo. Ma egli, non istate, soggiunse, a bravare. L'armi vostre han da essere contro i nemici di Roma. Nè vi avvisaste di farmi paura. Quand'anche uccideste un par mio, alla repubblica non mancherà un nuovo Augusto per governar lei e punire voi altri. E perciocchè non si quetavano, con gran voce gridò: Cittadini romani, deponete l'armi e andatevene con Dio. Allora (e par cosa da non credere) tutti, posate l'armi, le casacche militari e le insegne, si ritirarono. Gli altri soldati e il popolo raccolsero quelle armi e bandiere, e portarono tutto al palazzo. Di là poi ad un mese, pregato, rendè loro l'armi, con far nondimeno morire i lor tribuni, per negligenza de' quali erano caduti in tanta effeminatezza quei soldati. Questa legione dipoi si segnalò sopra le altre nella guerra contro i Persiani. Formò Alessandro di sei legioni una falange di trenta mila combattenti: il che ci fa intendere che allora ogni legione era composta di cinque mila armati. Altre guardie ancora avea con gli scudi intarsiati d'oro e d'argento. A tutti dopo la guerra di Persia fu data maggior paga che agli altri soldati.
CCXXXI
| Anno di | Cristo CCXXXI. Indizione IX. |
| Ponziano papa 2. | |
| Alessandro imperadore 10. |
Consoli
Pompeiano e Peligniano.
Non mi son io attentato a chiamare il primo di questi consoli Civica Pompeiano, perchè quel Civica viene da una sola iscrizione del Gudio, le cui merci sono a me sospette. Nell'anno 209 era stato console Civica Pompeiano. Un altro ne troveremo all'anno 241. Ma certo non è che ancor questo Pompeiano fosse appellato Civica. Il secondo console vien chiamato da Cassiodoro, dal Panvinio e da altri Feliciano; ma più è sicuro il cognome di Peligniano. L'Augusto Alessandro, prima di mettersi in campagna, volle tentar di nuovo se colle buone si potea frenar l'alterigia del Persiano Artaserse [Herodianus, lib. 6.], e gli spedì nuovi ambasciatori lusingandosi che la presenza sua, sostenuta da sì poderoso esercito, avesse da inspirare al Barbaro pensieri più ragionevoli. Se ne tornarono essi senza risoluzione alcuna. All'incontro, inviò Artaserse ad Alessandro quattrocento dei suoi, tutti di alta statura, con vesti fregiate d'oro ed archi sfarzosi, credendo con tal comparsa di atterrire i Romani. Consistè la loro ambasciata in comandare orgogliosamente all'imperador dei Romani di uscire quanto prima di tutta la Soria e di ogni altra provincia di là dal mare, perchè tutto quel paese apparteneva ai Persiani, come antica dipendenza della loro corona. Da così insolente comando irritato Alessandro, col parere del suo consiglio, ordinò che tutti quegli ambasciadori, spogliati de' loro arnesi, fossero relegati nella Frigia, con dar loro campagne da coltivare. Nè volle fargli uccidere, perchè una iniquità sarebbe stata il punir colla morte gente non presa in battaglia, e che eseguiva gli ordini del suo re; quasi che non fosse anche una iniquità e un violare il diritto delle genti quel privarli di libertà, e il non lasciarli ritornare al loro signore. Si venne dunque all'armi. Se crediamo ad Erodiano [Herodian., lib. 6.], tre corpi fece Alessandro delle sue genti, come gli fu suggerito da' suoi generali, e da chi meglio sapeva il mestier della guerra, perchè egli nulla mai faceva di sua testa nelle spedizioni militari [Lamprid., in Alexandro.]; ma voleva prima udire il sentimento de' più vecchi e sperimentati nell'arte della milizia. Uno ne spinse nella Media per via dell'Armenia; un altro nel paese de' Parti, e riserbò per sè il terzo, per condurlo egli stesso. Ma o perchè Alessandro fosse di sua natura e per l'educazione alquanto timido, o perchè l'Augusta Mammea sua madre nol volesse vedere esposto ai pericoli, o perchè succederono diserzioni e tumulti in Soria, egli non s'inoltrò punto contro i nemici; e cagion fu che il secondo corpo fu disfatto dai Persiani, con vittoria nondimeno che costò loro ben caro; e che il primo, dopo aver ben resistito alle forze de' Persiani, nel ritornare in Armenia, per gli disagi perisse. Aggiugne lo stesso Erodiano che il corpo di riserva di Alessandro per le malattie calò di molto, e fu a rischio di lasciarvi la vita il suddetto imperadore per una grave infermità che il sorprese. Ma perchè la grande armata de' Persiani notabilmente anch'essa si sminuì, cessò dipoi la guerra; e per tre o quattro anni stettero que' Barbari in pace. Così Erodiano. Non così Lampridio, il quale, più che al racconto di quello storico, prestando fede a ciò che tanti altri aveano scritto de' fatti di questo imperadore, da lui ben esaminati, gli attribuisce una insigne vittoria riportata contra dei Persiani. E maggiormente lo pruova, coll'aver veduto gli atti del senato e la relazione dell'avvenimento glorioso fatta dal medesimo Alessandro al senato, dopo il suo ritorno a Roma nel dì 25 di settembre. Non si può sì facilmente credere che le parole di Alessandro fossero soli vanti e menzogne, sì perchè non fu egli di carattere millantatore, sì perchè poco sarebbe occorso per ismentirle. Disse dunque Alessandro di avere sconfitto i Persiani, nell'armata dei quali bella e terribil mostra faceano settecento elefanti colle lor torri guernite di arcieri. Trecento di questi essere stati presi, ducento morti, e diciotto venivano condotti a Roma. Vi erano mille carri falcati. Cento venti mila cavalli si contavano parimente nell'esercito nemico; dieci mila di essi rimasero sul campo; gli altri si salvarono colla fuga. Molti erano stati i Persiani presi, e poscia venduti per ischiavi. Si erano ricuperate le città perdute della Mesopotamia; Artaserse, colla perdita delle bandiere, avea presa la fuga. I soldati romani se ne ritornavano ben ricchi, nè sentivano più le fatiche della guerra dopo sì felice vittoria. A questa relazione tennero dietro le acclamazioni del senato. Aggiugne Lampridio che in quella calda azione Alessandro correva per le file della sua armata, animando i soldati, lodando chi meglio combatteva, combattendo anch'egli, e trovandosi esposto alle freccie nemiche. Dopo sì segnalata vittoria se ne tornò Alessandro ad Antiochia, per passare, come io vo credendo, il verno colla sua armata. E che in quest'anno esso Augusto fiaccasse le corna al superbo Artaserse, e non già nel precedente, come volle il padre Pagi, e non nel seguente, come pensò il Tillemont, bastantemente si raccoglie dalle monete [Mediobarb., in Numism. Imperat.] rapportate dal Mezzabarba, correndo la di lui tribunizia podestà X, cioè nell'anno presente, perchè ivi si vede menzionata VICTORIA AVGVSTI. Solamente non si sa intendere come Alessandro non prendesse il titolo d'Imperadore per questa vittoria. Forse lo impedì la sua modestia. Dal senato ancora fu acclamato Persico Massimo: e pure questo suo titolo non s'incontra nelle medaglie. Ha poi un bel dire Erodiano che i Persiani da sè stessi desisterono dalla guerra; perchè se così felicemente, com'egli vuole, fossero proceduti i loro affari, e le armate romane fossero rimaste disfatte, inverisimil cosa è come i medesimi non avessero proseguita la vittoria, ed occupata ai Romani la Mesopotamia.