Il nome di Giulio, dato dai compilatori de' Fasti ad Africano, dipende da una conghiettura del Panvinio [Panvin., in Fast. Consul.], senza che se ne vegga pruova alcuna; e però non mi son io attentato e darglielo, siccome cosa dubbiosa. In vece di Massimino, noi troviamo Massimo [Reland., Fast. Consul.] in varii Fasti: il che potrebbe far dubitare se Massimino prendesse il consolato. Ma essendo stati soliti i novelli Augusti nel primo nuovo anno a prenderlo, ed essendovi altri lumi, ragionevolmente possiam credere che Massimino procedesse console nell'anno presente. Poco più di un mese tenne santo Antero papa il pontificato romano, e diede fine alla sua vita col martirio [Blanchinius, ad Anastas.]. Succedette a lui nell'apostolica sede Fabiano. Andiamo ora a vedere chi fosse colui che nell'enorme delitto della morte data al buon Alessandro Augusto, si aprì la strada al trono cesareo. Caio Giulio Vero Massimino (che così egli si fece chiamare) era di nazione barbara [Capitolin., in Maximino seniore.], perchè figlio di Micea o Micca, uomo goto, e di Ababa o Abala, donna alana. Nacque in un villaggio ai confini della Tracia, e però veniva considerato come Trace d'origine. Dicono che fosse terribile d'aspetto; che la sua statura eccedesse otto piedi; che la sua forza fosse prodigiosa; che in un sol pasto mangiasse quaranta ed anche sessanta libbre di carne: il che se sia da credere, lascerò giudicare agli altri. Essendo egli in sua gioventù pastore di professione, lo sceglievano gli altri per loro capo a fine d'opporsi ai ladri. Conosciuto costui da Severo Augusto, allorchè era nella Tracia, per uomo di straordinaria robustezza, fu arrolato nella cavalleria, poscia nelle guardie del corpo, e promosso dipoi a varie cariche militari, spezialmente sotto Caracalla, nelle quali si acquistò molto credito, perchè infaticabile, perchè non mangiava addosso ai soldati; anzi, ricompensandoli, e gran cura prendendo di loro, si facea amare da tutti. Per odio che portava a Macrino, siccome distruttore della casa di Severo, si ritirò al suo paese, e con difficoltà tornò alla milizia sotto l'impuro Elagabalo, creato tribuno, ma senza comparire per tre anni a salutarlo, nè a baciargli la mano. Morto Elagabalo, venne a Roma, accolto con grande allegrezza da Alessandro Augusto, da lui lodato al senato, e creato tribuno della legione quarta, composta di giovani di nuova leva, acciocchè loro insegnasse la milizia. Chi per la sua forza il chiamava Ercole, chi Milone Crotoniate, Achille, ec. In questo concetto era Massimino, quando, senza nè pur essere senatore, usurpò il trono de' Cesari, in età d'anni settantadue, se si ha da credere alla Cronica Alessandrina [Chronicon Alexandrinum.] e a Zonara [Zonaras, in Annalibus.]. Aveva egli un figliuolo giovinetto, per nome Caio Giulio Vero Massimino, come s'ha dalle medaglie [Mediob., in Numism. Imperator.]. Massimino, ancor egli è chiamato da alcuni storici, giovane di rara bellezza, di alta statura, e più pulito del padre rozzo e barbaro, ma creduto più superbo di lui stesso benchè Capitolino [Capitolinus, in Maxim. juniore.], che ciò scrive, dica altrove ch'egli era di un natural buono, e che Alessandro Augusto gli avrebbe data in moglie Teoclia sua sorella, se non fosse stato ritenuto dai barbari costumi del di lui padre Massimino. Scrive il suddetto Capitolino che gli fu da esso suo padre conferito il titolo d'Imperadore. Nelle iscrizioni e medaglie che restano di lui, il troviamo ornato solamente del titolo di Cesare e di principe della gioventù. Però è da dire che quello storico s'inganna, o pur, come vuole il Pagi [Pagius, in Crit. Baron.], imperadori erano anche chiamati allora i Cesari.

Creato imperadore Massimino, siccome non gli era ignoto d'essere mirato di mal occhio da chi considerava nella viltà dei di lui natali troppo avvilita l'imperial dignità, e teneva per vittima delle di lui ambiziose voglie l'ucciso Augusto, si rivolse ad assodar, se potea, col terrore il suo trono, giacchè coll'amore non sapea sperarlo [Capitolin., in Maxim. seniore. Herodianus, lib. 7.]. Tosto dunque sotto varii pretesti congedò gli amici e consiglieri d'Alessandro, eletti già dal senato, col rimandar parte d'essi a Roma, e con privare gli altri delle loro cariche. Era la sua mira di far alto e basso senza dipendere da alcuno, per poter più liberamente esercitare la sua tirannia. Tutta la servitù e i cortigiani del passato governo mandò con Dio; moltissimi ancora ne fece uccidere, non d'altro colpevoli che di mostrarsi afflitti per la morte del buon padrone. Tiene Eusebio [Euseb., Histor. Eccles., lib. 6, cap. 28.] che, in odio appunto di Alessandro, nella cui corte si trovavano assaissimi Cristiani, egli movesse una fiera persecuzione contro la Chiesa, per cui crebbe in terra e in cielo il numero de' santi martiri. Tremavano già i Romani per le frequenti nuove [Capitol., in Maximino seniore.] che andavano arrivando della di lui crudeltà, mentre chi faceva crocifiggere, chi dar in preda alle fiere, chi chiuder vivo nelle bestie uccise, chi lasciar la vita sotto le bastonate. Altro nome già non gli si dava, che di Ciclope, di Busiride, di Falari, ec. Cacciossi perciò, coll'andar innanzi tal timore nel senato e popolo romano, che o pubblicamente o privatamente ognun facea dei voti affinchè Massimino mai non vedesse Roma. Fosse la verità, o pure una finzione [Herodianus, lib. 6.], si scoprì una trama ordita contro di lui da Magno, uomo consolare e di gran nobiltà. Dicono ch'egli, avendo prima guadagnati molti uffiziali e le guardie del ponte di barche fatte sul Reno, allorchè Massimino era passato di là, avesse disegnato di far rompere lo stesso ponte, acciocchè Massimino restasse fra le branche de' Germani, e nello stesso tempo pensasse di far proclamare sè stesso Imperadore. Tutti coloro che furono sospetti di tal cospirazione perderono la vita senz'altro esame o processo, di modo che non si potè mai venire in chiaro se fosse vera o falsa, e molti la crederono un'invenzione di Massimino per liberarsi da chi non gli era in grazia. Si fa conto che quattro mila persone rimasero per tal cagione private di vita. Dopo questa tragedia, il corpo dei soldati osroeni ch'era all'armata, siccome gente persuasa che il tanto amato da loro Alessandro Augusto fosse perito per ordine del crudel Massimino, si rivoltarono contra di lui; e trovato per accidente Tito Quartino [Capitolin., in Maximin. seniore. Herod., lib. 6.], già stato console ed amico di Alessandro, ma congedato dal campo, con tutto il suo gridare e resistere, chiamatolo Imperadore, il vestirono di porpora. Ma da lì a poco questi fu assassinato da Macedonio suo amico, che era stato promotor della sedizione, o per rabbia d'essere stato posposto a lui, o per isperanza di qualche gran ricompensa da Massimino, a chi ne portò il capo. La ricompensa fu che Massimino allora il ringraziò, ma poco dipoi il fece ammazzare, come autor della ribellione e traditor dell'amico. Non s'accorda con questi scrittori Trebellio Pollione [Trebellius Pollio, in Tito.], mentre scrive che questo Tito era tribuno de' Mori, e che imperò sei mesi, contraddicendo a sè stesso per aver detto prima ch'egli fra pochi giorni fu ucciso. Secondo questo autore, era sua moglie Calpurnia della nobil famiglia de' Gensorini, cioè de' Pisoni, sacerdotessa, che per l'insigne sua castità fu adorata dai Romani. Gran tempo stette la di lei statua in luogo ben improprio, perchè nel tempio di Venere.

All'anno presente mi sia permesso di riferire la guerra fatta da Massimino ai Germani, quantunque si possa dubitare che appartenga al precedente. Un poderosissimo esercito avea condotto seco Alessandro Augusto in quella spedizione, perchè, oltre a molte legioni di soldati occidentali, s'era studiato, siccome ho detto, di avere gran copia di Osroeni, Armeni, Parti e Mori; e credevasi che il maggior nerbo dell'armata consistesse in costoro, per far quella guerra, perchè erano tutti gente sperta nel saettare: mestier poco praticato dai Germani. Massimino a tanti combattenti ne aggiunse degli altri, e in persona attese ad esercitarli tutti e disciplinarli. Ardeva egli di voglia di far delle grandi prodezze, acciocchè venisse ad intendere il mondo l'importante vantaggio di avere un imperador bellicoso, e dimenticasse, s'era possibile, il suo timido predecessore. Quindi, passato il Reno, diede addosso ai Barbari. Niun d'essi sulle prime osò di venirgli a fronte; tutti si ritirarono nei boschi e nelle paludi, con fare dipoi, il meglio che poteano, la guerra con insidie. Diversi combattimenti seguirono in quelle selve e paludi. Tanta era la temerità di Massimino, che, al pari d'ogni soldato, entrava anch'egli nelle mischie, e menava le mani. Ma corse una volta pericolo della vita; perchè, inviluppato col cavallo nel fango di una palude, fu attorniato da' nemici; e se non erano i suoi, che accorsero in aiuto, si vedeva il fine della sua tirannia. Scrisse egli poscia al senato [Capitolinus, in Maxim. seniore.] d'essere entrato nel paese germanico, d'averne corso ben quattrocento miglia, con uccidere molti de' nemici, farne assai più prigioni, con incendiare i loro villaggi, tutti fabbricati di legno, e col condur via un immenso bottino di bestiami e d'altre robe, che tutte lasciò ai soldati. Erodiano [Herodianus, lib. 7.] aggiugne aver egli dato il guasto ai raccolti di quelle contrade: il che fa intendere aver egli guerreggiato nel giugno e luglio. Mandò anche Massimino a Roma dipinte in alcune tavole le battaglie dai lui fatte in quelle parti, acciocchè anche gl'ignoranti leggessero quivi i trofei del suo valore. Par tali vittorie fu non meno a lui che al figlio Cesare dato il titolo di Germanico; e questo si legge nelle monete battute [Mediobarb., in Numismat. Imperat.] correndo la tribunizia podestà seconda di lui, cioè nell'anno presente, col motto di VICTORIA GERMANICA. Giacchè non si trovavano più nemici da combattere, e si accostava il verno [Herodianus, lib. 7.], coll'armata passò nella Pannonia, e prese il suo alloggio nella città di Sirmio, capitale di quelle contrade, meditando maggiori imprese nell'anno vegnente contra dei Sarmati. Minacciava egli di voler sottomettere al romano imperio tutte le nazioni germaniche; e fatto verisimilmente l'avrebbe: tanta era la sua bravura e l'indefesso operare nel mestier dell'armi, s'egli nello stesso tempo non avesse fatta ai sudditi suoi una guerra anche più cruda che ai Barbari stessi: del che parleremo all'anno seguente.


CCXXXVII

Anno diCristo CCXXXVII. Indizione XV.
Fabiano papa 2.
Massimino imperadore 3.

Consoli

Perpetuo e Corneliano.

In due iscrizioni riferite dal Panvinio [Panvin., in Fast. Consular.] si truova un Lucio Ovinio Rustico Corneliano console disegnato, e un Publio Tizio perpetuo consolare della Toscana e dell'Umbria. Perciò i più han creduto che tali fossero i prenomi e nomi di questi consoli. Perchè non è esente da dubbii sì fatta partita, ho creduto meglio di star col Relando [Reland., in Fast. Cons.], che solamente accenna i loro cognomi. Quali imprese in quest'anno facesse Massimino, dopo avere svernato nella Pannonia, resta a noi molto scuro. Truovansi nondimeno iscrizioni [Gruterus, Inscript., pag. 151 et 158. Sponius, pag. 186. Thes. Novus Inscript., p. 250, n. 5.] a lui poste nel susseguente anno dalle provincie che continuarono ad ubbidirlo, nelle quali è chiamato Dacico Massimo, Sarmatico Massimo ed Imperadore fin sette volte: tutti indizii di battaglie date e di vittorie riportate contra de' Sarmati e Daci. Capitolino [Capitolin., in Maxim. seniore.] attesta anch'egli che Massimino ebbe moltissime guerre, dalle quali ritornò sempre vincitore e con gran copia di prigionieri e di bottino. Nulladimeno ha ciera di una rodomontata l'aver egli scritto al senato. Tante essere state le guerre da lui fatte in poco tempo, quante mai altri ne facesse in vita sua: tanta la preda, che avea superata la speranza di ognuno; tanti i prigionieri, che non bastava il paese romano a contenerli tutti. Dissi che intanto egli peggio trattava i sudditi suoi. Abbisognava di danaro per sostenere quel diluvio di armati; e per cavarne da tutti i lati, si concedeva ad ognuno licenza d'accusare [Herod., lib. 7.]. Stavano sempre aperti gli orecchi di Massimino alle spie e a qualunque giusta o calunniosa relazione, bastando che comparisse l'accusa, perchè ne succedesse tosto la carcerazion delle persone, senza distinzione alcuna di grado o di età. Laonde notte e dì si vedevano da ogni parte anche più lontana del romano imperio condotti sopra carrette in Pannonia uomini incatenati di qualsivoglia dignità civile o militare, cominciando da coloro che erano stati consoli [Capitol., in Maxim. seniore.]; e tutti poi o innocenti o rei venivano condannati alla morte o all'esilio, col confisco de' loro beni e colla rovina delle lor famiglie. Gran disavventura, o almen gran pericolo e batticuore era allora l'essere ricco, coll'esempio di tanti e tanti, i quali, di ricchissimi ch'erano, erano ridotti a limosinar il pane. Nè qui terminò l'insaziabil crudeltà e avidità del tiranno. Mise anche le mani sopra tutte le rendite proprie della città, destinate per mantenimento della pubblica annona, per aiuto della povera plebe, per le feste e per li giuochi allora usati. Passò inoltre a spogliare i templi di tutte le statue, e d'ogni altro ornamento d'oro, d'argento o di rame: che tutto, portato alle zecche, si convertiva in moneta. Per tanti spogli e violenze veggendosi i popoli sì conculcati e tanagliati dal proprio principe, non si può dire come fossero malcontenti ed amareggiati; ma le lor doglianze consistevano in sole parole, in maledizioni, in implorar l'aiuto de' sordi numi offesi, a riserva d'alcuni, che, non potendo soffrire gl'insulti fatti ai lor templi, nel difenderli, si lasciarono piuttosto scannar presso gli altari. Ne mormoravano forte fin gli stessi soldati, perchè tutto dì veniva rimproverato loro dai parenti ed amici che per colpa d'essi tante iniquità erano commesse da Massimino. Sotto quest'anno la corrente dei moderni storici mette la sollevazion dell'Africa contro dell'indegno Massimino, e l'assunzione al trono augustale dei due Gordiani, e la lor caduta, con altri accidenti; ma con restare involti in molte tenebre i fatti d'allora. Quanto a me, credo tutto ciò avvenuto solamente nell'anno seguente, siccome dirò: e che Massimino passasse il presente in far guerra ai Daci e Sarmati, e svernasse dipoi quietamente nella Pannonia.