CCXXXVIII

Anno diCristo CCXXXVIII. Indizione I.
Fabiano papa 3.
Massimino imperadore 4.
due Gordiani, imperadori 1.
Pupieno e Balbino imp. 1.
Gordiano III imperadore 1.

Consoli

Pio e Ponziano.

Gran lite è qui fra gl'illustratori [Pagius. Relandus. Stampa et alii.] de' Fasti in assegnare i prenomi e nomi di questi consoli. Il primo vien chiamato non Pio, ma Ulpio in alcune leggi e da Censorino; altri gli danno il nome di Annio Pio, ed altri di Marco Ulpio Crinito. Il secondo vien creduto Procolo Ponziano, ovvero Ponziano Procolo, perchè in alcuni fasti, in vece di Ponziano, si trova Procolo. Il nodo è tuttavia qual era prima. Ho io prodotto altrove due inscrizioni [Thesaurus Novus Inscription., pag. 360.] che parlano di due consoli Procoli coi loro prenomi e nomi, senza poter attestare se al presente anno alcuna di esse appartenga. Penso bensì che solamente in questo accadessero le novità dell'Africa [Herodianus, lib. 7. Capitol., in Maximino seniore et in Gordian.]. Le continue condanne ed estorsioni che facea nelle provincie africane il procuratore del fisco per ben somministrar della pecunia a Massimino (che questa era la via di guadagnarsi merito presso di lui) cagion furono che alcuni nobili giovani, capo de' quali fu un Maurizio nella città di Tisdoro, raunata una gran frotta di loro servi e concittadini coll'armi sotto, andarono a trovar costui, per pagare una condanna. Il pagamento fu, che lo ammazzarono. Fecero bensì i soldati della guardia molta resistenza, ma furono messi in fuga. Fatto il colpo, allora meglio che prima conobbero il proprio pericolo, e però pensarono ad un colpo maggiore. Sapendo in quanto odio de' popoli fosse Massimino, mossero assai gente a sedizione, e poi si portarono a trovare Marco Antonio Gordiano proconsole di quella contrada, e, per quanta opposizione e ripugnanza egli mostrasse, lo acclamarono Imperadore Augusto, e il vestirono di porpora, minacciandogli la morte se non accettava. Era Gordiano un venerabil vecchio di ottant'anni, ornato di tutte le più luminose virtù. Mezio Marullo suo padre tirava l'origine dai Gracchi; Ulpia Gordiana sua madre da Traiano imperadore. Pareva ereditario in casa di lui il consolato, avendolo avuto il padre, l'avolo e il bisavolo, oltre ad altri dalla parte di sua moglie. Stato era anch'egli console due volte, l'una con Caracalla imperadore nell'anno di Cristo 215, e nell'anno 229 con Alessandro imperadore. Pochi si contavano che gli andassero avanti in abbondanza di comodi e di facoltà. Da giovinetto si applicò a far dei poemi, e specialmente mise in versi e in prosa le azioni degl'imperadori Antonini, de' quali era innamorato. La pretura e le altre pubbliche cariche da lui furono sostenute con tal magnificenza di giuochi e di altri pubblici solazzi, che si tirò dietro in Roma e per le provincie l'amore e il plauso di tutti i popoli. Ma specialmente divenuto proconsole dell'Africa, a tal segno si diede a conoscere la di lui giustizia, moderazione e prudenza, che quei popoli il riguardavano come lor padre, nè mai cotanto amore aveano portato ad alcuno dei suoi antecessori. Gli davano il nome di Catone, di Scipione e di altri insigni Romani.

Ora il buon vecchio, ancorchè, contra sua voglia, e per non poter di meno, avesse accettate le imperiali insegne, pure, considerando che sbrigata era la sua vita sotto il crudel Massimino, a cui non parrebbe mai innocente un tal fatto, altro ripiego non seppe trovare che quello di cercare di assodarsi il meglio che poteva sul trono, giacchè troppo pericolo era il discenderne. Dichiarato dunque Augusto Marco Antonio Gordiano suo figliuolo, che da alcuni vien creduto chiamato Marco Antonino, s'inviò a Cartagine, dove fu solennemente riconosciuto Imperadore. Fra le ragioni che muovono me a credere succeduta in quest'anno la di lui assunzione al trono, a me par decisiva quella di Erodiano [Herodianus, lib. 7.], che asserisce accaduta tal novità terminato l'anno terzo dell'imperio di Massimino; il che solamente accadde nel presente anno. Fu ben di parere il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] che tal frase si abbia da intendere mentre correva il terzo anno di Massimino; ma conveniva recar esempli chiari comprovanti il suo assunto: il che egli non ha fatto. Secondo la comune significazione, Erodiano parla di un terzo anno finito, e non già cominciato o corrente. Furono dagli Africani abbattute le statue di Massimino, ed alzate quelle de' due Gordiani Augusti, i quali furono e son tuttavia chiamati Africani. Spedirono essi immediatamente a Roma un'ambasciata. Non so se fra gli ambasciatori si trovasse Valeriano, uno de' primarii senatori, che fu poi imperadore, o pure s'egli fu quello che accolse in Roma quegli ambasciatori. Esponevano essi quanto era succeduto, e pregavano il senato di confermar la loro elezione [Capitolin., in Maximino seniore. Herodian., lib. 7.]. Nel tempio de' Castori raunato il senato nel dì 27 di maggio, furono lette le lettere dei Gordiani da Giunio Sillano console, sostituito insieme con Gallicano nel presente anno, e non già nel precedente, ai due consoli ordinarii. Con sonore acclamazioni riconosciuti furono Imperadori essi due Gordiani, e dichiarato nemico pubblico Massimino col figliuolo. Prima nondimeno di divolgar le lettere, e di tener la suddetta assemblea, finto fu che venissero spediti da Massimino alcuni sgherri a Vitaliano prefetto del pretorio, uomo crudelissimo, con lettere ed ordine di dirgli a bocca in segreto cose d'importanza. Ammessi costoro nel di lui gabinetto, mentre egli osservava i sigilli delle lettere, lo ammazzarono, con far poi credere ai soldati, ciò essere stato comandamento di Massimino, solito a far di questi servigi a' suoi ministri. Renduto poi pubblico il decreto del senato, e sparsa voce fra il popolo che Massimino era stato ucciso, che i Gordiani promettano un gran congiario alla plebe e un suntuoso donativo ai soldati, si levò esso popolo a rumore, abbattè le statue e le immagini di Massimino, e scaricò il suo furore addosso a varii suoi uffiziali ed amici, e specialmente infierì contro le spie e gli accusatori che si baldanzosamente esercitavano in addietro l'infame lor mestiere. Molli innocenti ancora vi perirono; e perchè Sabino, prefetto di Roma, volle mettervi freno, restò anch'egli ucciso. Diede poscia il senato incumbenza a venti senatori, già stati consoli, di andar a difendere i confini dell'Italia contro gli sforzi che potesse far Massimino. Scrissero a tutte le provincie, anche fuori d'Italia, esortando ognuno di prender l'armi in favor de' Gordiani e contra di Massimino. I più ubbidirono; altri per paura se ne guardarono, ed uccisero o mandarono a Massimino i messi del senato.

Appena la novità dell'Africa accadde, che per corrieri espressi ne fu portato il doloroso avviso a Massimino [Capitolinus, in Maximino seniore.]. Sopraggiunse poi l'altra di quanto era accaduto in Roma. Allora uscì così fattamente in ismanie quel fiero Augusto, con dar del capo nelle pareti, gittarsi in terra, stracciarsi le vesti, imbrandire la spada, come se volesse uccidere il senato: che non più uomo, ma un forsennato, una bestia parea. Se non usciva di là suo figliuolo, fu creduto che gli avrebbe cavato gli occhi, tanto era infuriato anche contra di lui, perchè sul principio del suo governo volle mandarlo a Roma, ed egli, per l'amore che portava al padre, non si seppe mai staccare da lui. Se foss'ito, dicea Massimino, non sarebbe avvenuto quel che ora intendiamo. Affogata poi col vino la conceputa rabbia, nel dì seguente arringò i soldati [Herod., lib. 5.], vomitando quante ingiurie mai seppe contra dei Gordiani e del senato romano; ed ordinò la marcia dell'esercito verso l'Italia con tal fretta, che appena diede un sol dì di tempo per prepararsi al viaggio. Oltre alla poderosa armata dei Romani, seco ancora menò assaissime schiere di Tedeschi presi al suo servigio, e mandò innanzi le coorti della Pannonia. Marciaron tutti, quando arrivarono dall'Africa nuove di gran consolazione per Massimino. Era suo procuratore nella Numidia Capelliano dell'ordine senatorio. Gli venne ordine fuor di tempo dal vecchio Gordiano di dimettere la carica. Irritato costui pensò tosto a vendicarsene. Aveva egli sotto il suo comando un corpo di brave soldatesche, assai pratiche del loro mestiere, perchè affinate nella guerra continuamente fatta coi Barbari di quelle contrade. Con questa gente, accresciuta da un possente rinforzo di Numidi, tutti spertissimi arcieri, s'inviò alla volta di Cartagine. Grande fu lo spavento non men de' Gordiani che di quel popolo, perchè non aveano truppe regolate da opporre. Tuttavia diede all'armi quella gran città, uscirono a folla i cittadini, per assalire i nemici, avendo alla lor testa Gordiano minore Augusto. Si venne ad un'aspra battaglia, in cui, quantunque i Cartaginesi fossero di lunga mano superiori di numero ai nemici, pure, per la poca loro perizia nei combattimenti, furono sconfitti con grave loro strage. Vi perì lo stesso Gordiano secondo in età di quarantasei anni, e fra la moltitudine dei cadaveri il suo non si potè poi rinvenire. Ciò inteso dal vecchio Gordiano suo padre, per disperazione, e per non cadere in man de' nemici, secondo Capitolino [Capitol., in Gordiano seniore.], si strangolò, dando fino anch'egli alla vita e all'imperio. Vuole Erodiano [Herod., lib. 7.] che egli morisse prima del figliuolo; ma più probabile sembra su questo punto il racconto di Capitolino. Entrato in Cartagine Capelliano, con gran macello di gente, spogliò i templi, e fece un mondo di mali anche in altre città. All'avviso di così inaspettata mutazion di cose, Massimino, ch'era in viaggio, si rincorò forte. Chiunque poi ben prenderà il filo di tali avvenimenti, conoscerà essere guasto il testo di Capitolino, dove scrive che questi due Gordiani tennero l'imperio un anno e sei mesi. Se Massimino, appena udita la loro esaltazione, si mise in viaggio per venire in Italia, e prima di giugnere ad Aquileia ne intese la lor caduta, come può mai stare che sì lungamente regnassero i Gordiani? Però saggiamente il Panvinio [Panvin., Fast. Cons.] ed altri han tenuto che il loro imperio non durasse più d'un mese e sei dì, ed altri han creduto due mesi e qualche giorno.

Allorchè si seppe in Roma l'infelice morte dei due Gordiani, incredibil fu la agitazione degli animi e lo spavento di ognuno al vedersi tolti coloro, nei quali era riposta la comune speranza, e al prevedere gl'immensi mali che si poteano aspettare da Massimino, principe di sua natura sì sanguinario, e tanto più perchè irritato dalla ribellione di Roma. Era fatto il primo passo, convenne fare il secondo, per difendersi fino all'ultimo [Herodian., lib. 7. Capitol., in Maxim. et Balbin.]. Raunato dunque il senato nel tempio di Giove Capitolino a porte chiuse, oppure in quello della Concordia, elesse due nuovi imperadori, cioè Marco Clodio Pupieno Massimo e Decimo Celio Balbino, senatori di gran credito ed abilità. Il primo, cioè Massimo, chiamato Pupieno da altri, perchè avea tutti e due questi cognomi, era di bassa nascita; ma il merito acquistato da lui col valore e colla prudenza nel mestiere della guerra lo avea fatto salire di grado in grado fino a quel di generale, esercitando il quale nell'Illirico e nella Germania, quanto si era renduto formidabile ai Sarmati e Germani, altrettanto s'era fatto amar dai soldati. Alzato al posto di senatore, fu pretore, console, poi proconsole nella Bitinia, nella Grecia e nella Gallia Narbonese, e finalmente era stato prefetto di Roma; personaggio savio, attivo e severo non poco, anzi creduto di genio aspro, e rigoroso esattore del giusto. Balbino, all'incontro, discendeva da famiglia antica e nobilissima: era stato due volte console; avea governato con lode varie provincie; amato da ognuno pel suo natural buono, per la sua affabilità e pel buon uso delle morte sue ricchezze [Capitol., in Maxim. et Balbin.]. Erano allora consoli sostituiti Claudio Giuliano e Celso Eliano, il consolato de' quali, secondo me, appartiene all'anno presente, e non già al precedente, come altri ha creduto. Un altro errore è corso nella vita di questi due imperadori, descritta da Capitolino [Capitol., in Maximin. seniore.]. Sul principio di essa si legge che la loro elezione seguì septimo kalendas junii, cioè nel dì 26 di maggio, mentre si facevano i giuochi apollinari. Noi abbiam veduto di sopra dirsi da lui che i Gordiani furono confermati Augusti dal senato romano nel dì 27 di maggio di questo anno; ed essendo succeduta nel medesimo anno la morte de' Gordiani, e l'innalzamento di Pupieno Massimo e di Celio Balbino, perchè la nuova ne fu portata a Massimino durante il suo viaggio, e prima ch'egli entrasse in Italia, per conseguente è fallato il testo di Capitolino. Oltre a ciò, ha osservato il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron., ad annum 236.] che i giuochi apollinari si celebravano septimo idus julii; e però si dee credere che Capitolino asserisse eletti questi due novelli Augusti nel dì 9 di luglio, non già dell'anno antecedente, come si figurò esso padre Pagi, ma bensì del presente. Proposta dipoi al popolo la loro elezione, grande apprensione ebbe la plebe del genio severo di Pupieno Massimo, e però coll'armi e con le grida si opposero. Trovato fu il ripiego di quetarli con crear Cesare Marco Antonio Gordiano, che alcuni dicono nipote del vecchio Gordiano, e figliuolo del secondo, ed altri nato da una figliuola del primo Gordiano. Erodiano è di questo ultimo parere. L'età di questo terzo Gordiano, il quale si trovava allora in Roma, e fu accolto con giulive acclamazioni, restò dubbiosa anche presso gli antichi. La più verisimile opinione è ch'egli fosse in età di circa dodici anni.

Non si perdè tempo in Roma ad unire quante milizie si potè per marciar contra di Massimino [Capitol., in Maximo et Balbin.]; e Pupieno Massimo Augusto, siccome persona di sperimentata buona condotta nel comando dell'armi, fu prescelto per capo della armata. Ma, prima di muoversi, convenne soddisfare alla superstizion de' Romani, presso i quali non solevano andare alla guerra gl'imperadori, se prima non aveano dato al popolo un combattimento di gladiatori, acciocchè i soldati si avvezzassero al sangue, o si ottenesse il favore della dea Nemesi. Questo fu fatto, siccome ancora altri giuochi nei teatri e nel circo. Dopo di che Pupieno Massimo s'inviò contra di Massimino, e si fermò a Ravenna, per far quivi maggior massa di gente e preparamenti per resistere al ciclope [Idem, ibid.]: così egli nominava Massimino [Herodian., lib. 5.]. Mandò ancora il senato per tutte le provincie e città che aveano alzata bandiera contra del tiranno, personaggi consolari, ed altri già stati pretori, questori, edili, ec., con ordine di fortificar le città capaci di difesa, provvederle d'armi e vettovaglie, e d'introdurvi tutto il grano delle campagne, acciocchè mancasse la sussistenza allo arrivo di Massimino. Allorchè pervenne ad esso Massimino la nuova dei novelli due imperadori, conobbe chiaro che l'odio del popolo romano era irreconciliabile contra di lui, e però doversi riporre tutte le sue speranze nella forza. Sollecitata dunque più che mai la marcia del suo esercito, che tuttavia era fuori della Italia, giunse ad Emona città dell'Istria, e la trovò abbandonata da quegli abitanti. Il non aver essi lasciata ivi vettovaglia alcuna diede da mormorare ai di lui soldati, i quali, dopo tante marcie sforzate e patimenti del viaggio, si erano lusingati di trovar le tavole imbandite, anzi le delizie ai confini dell'Italia. Il peggio fu, che, continuato il viaggio, ebbero avviso, qualmente Aquileia, città allora assai vasta, ricca e popolata, ed una delle più riguardevoli del romano imperio, avea chiuse le porte, e s'era accinta alla difesa. Prima d'imprendere l'assedio di quella città, mandò Massimino uffiziali a parlare a quel popolo, per esortarlo alla pace: al qual fine furono adoperate promesse e parole le più belle del mondo. Ma dentro v'erano Menofilo e Crespino, uomini consolari, che meglio seppero parlare e ritenere il vacillante popolo dall'aprir le porte al nemico, con avere spezialmente finto che Apollo Beleno, singolarmente ivi onorato, avesse, per mezzo degli aruspici, predetto che Massimino resterebbe vinto. Fu di avviso il padre Pagi che questo assedio si facesse in tempo di verno: e il cardinal Noris cita Erodiano [Herodianus, lib. 8.] là dove scrive che il fiume Isonzo era grosso per le nevi delle montagne, le quali dopo un lungo verno si disfacevano, deducendo da ciò che l'assedio si facesse nel principio del mese di marzo. Ma le nevi delle alte montagne più tardi si disfanno, e tanto più dovettero tardare dopo un lungo verno, e però nè pure al giugno e luglio non disconviene l'essere tuttavia ricchi d'acque i fiumi. Passò Massimino coll'armata quel fiume,, volendosi di botti vuote, o pur di quei vasi, ne' quali si portano l'uve alla città; e poi strinse d'assedio Aquileia.