Mentre queste cose succedeano, un lagrimevole accidente occorse in Roma diffusamente narrato da Erodiano [Herodianus, lib. 8.]. Due soldati pretoriani di que' pochi che restavano in Roma, mossi da curiosità d'intendere ciò che si trattava nel senato, entrarono dentro, e s'inoltrarono sino all'altare della Vittoria. Giuliano, che poco fa era stato console (non so se diverso dai due sostituiti soprannominati, o pure l'un d'essi), e Mecenate, uno de' senatori, piantati nel petto di que' due soldati i lor pugnali, li stesero morti a terra. Fuggirono gli altri pretoriani al quartiere, e quivi rinserrati aspettavano il tempo di vendicarsi. Uscito Giuliano, commosse il popolo e i gladiatori all'armi contra de' pretoriani: laonde tutti in folla corsero al castello pretorio, credendosi di poterlo superare, e di ingoiare i pretoriani. Ma furono ben ricevuti dalle lor freccie e picche, in maniera tale, che, vegnendo la sera, se ne tornarono confusamente entro la città, riportando solamente delle ferite da quel conflitto. Allora, spalancate le porte del pretorio, ne uscirono i soldati, e diedero addosso a quella disordinata moltitudine, con farne grande strage, e massimamente de' gladiatori. Irritato sempre più il popolo romano per questa grave percossa, cercò aiuto, e continuò pei più giorni a far guerra al pretorio, non sapendo sofferire che un mucchio di soldati tanto inferiori di numero facesse sì lunga resistenza. Tolsero anche gli acquidotti al pretorio, ma allora que' soldati, mossi dalla disperazione, tornarono fuori, e colle spade alle reni inseguirono il popolo fin dentro la città, con ucciderne molti. Trovandosi ivi con isvantaggio, perchè dalle finestre e dai tetti fioccavano i sassi e le tegole, s'avvisarono di mettere il fuoco a varie case. Per disavventura s'andò sì fattamente dilatando l'incendio, che non poca parte della città ne rimase disfatta: ed unitasi coi soldati tutta la feccia de' cattivi, diede un fiero saccheggio alle case de' benestanti. Non v'era giorno che Balbino Augusto, rimasto al governo di Roma, non mandasse fuori qualche editto, per quetare, se mai era possibile, sì gran turbolenza, e pacificare il popolo coi pretoriani; ma nè gli uni nè gli altri l'ubbidivano. E benchè in persona molte volte si sforzasse di fermar quel furore, nulla ottenne, anzi gli fu gittato un sasso; ed altri scrisse che gli arrivò una bastonata addosso [Capitol., in Maximo et Balbino.]. L'unico mezzo per ismorzar quell'izza fu di condurre in pubblico il giovinetto Gordiano Cesare, alla cui visita tanto il popolo che i soldati (perchè era amato da ognuno) si placarono, e formarono una specie di concordia, o, per dir meglio, di tregua, perchè vera pace non fu.

Avea ben Massimino cominciato l'assedio di Aquileia, perchè gli pareva troppo disonore il continuar il viaggio verso Roma, lasciando indietro disubbidiente la prima città d'Italia ch'egli incontrava, e città di tanto riguardo [Herodianus, lib. 7. Capitol., in Maximino seniore.]. Ma ebbe ben tosto ad arrabbiare al vedere la valorosa difesa dei cittadini sì uomini che donne e fanciulli, i quali con bitumi accesi accoglievano chiunque veniva all'assalto, bruciavano le macchine nemiche, e magagnavano continuamente con sassi e fuoco i più arditi del campo nemico. Però quanto più cresceva il coraggio agli assediati, sino a farsi dalle mura le più grande beffe di Massimino, tanto più calava l'animo agli assedianti. Poteano ben quanto voleano i due Massimini montati a cavallo girar per le schiere, animando ciascuno alla bravura e agli assalti: tutto era indarno. Allora l'iniquo Massimino, giacchè non potea infierir contro gli Aquileiesi, sfogò il suo sdegno contra di alcuni dei proprii capitani, imputando loro di mantener intelligenza co' nemici, e di non far molto, perchè nulla intendeano di fare; e li fece morire. Questa ingiustizia alienò da lui l'animo di moltissimi soldati. Si aggiunse che mancava la vettovaglia al campo per gli uomini e cavalli, dappoichè Pupieno Massimo avea fatto ridurre nelle città forti tutti i viveri, e vietatone per mare e pe' fiumi il trasporto. Bestemmiava per questi patimenti la sua armata, ed erano anche tutti mesti e scorati per le nuove, probabilmente da Pupieno Massimo fatte spargere, che tutto il popolo romano era in armi, tutte le provincie romane, e fino i Barbari congiurati contra di Massimino. Pertanto una brigata di soldati, solita ad aver quartiere vicino a Roma nel monte Albano, e che militava allora nel campo di Massimino, ricordevole delle mogli e de' figliuoli lasciati nella stessa Roma, determinò di finir la tragedia. Verso il mezzodì tutti attruppati andarono al padiglione di Massimino, ed essendo di accordo colle guardie, levarono dalle bandiere le immagini di lui. Usciti Massimino e il figliuolo per placarli, rimasero tagliati a pezzi, correndo il quarto anno del loro imperio. Lo stesso trattamento fu fatto al prefetto, e a qualunque altro de' confidenti de' Massimini. Furono i lor cadaveri lasciati ai cani; le sole teste inviate per alcuni corridori a Roma. Dispiacque forte la morte di questi due tiranni ai soldati della Tracia; ma il fatto era fatto. Trattò allora l'esercito di entrare amichevolmente in Aquileia; ma quel popolo non amando ospiti tali, solamente dalle mura gli andava somministrando de' viveri, e seguitò a tener chiuse le porte. Intanto i corridori destinati a portar le teste dei tiranni a Roma, passarono in barca le paludi formate dall'Adige, dal Po e da altri fiumi da Altino sino a Ravenna, e chiamate Sette Mari, e con altro nome la Padusa. Trovato in Ravenna Pupieno Massimo Augusto, che ivi attendeva ad ingrossarsi di gente, recarono a lui e a tutti i Ravegnani un immenso giubilo colla inaspettata felicissima nuova di essere liberato il romano imperio dai due formidabili tiranni. Allora Pupieno Massimo volò ad Aquileia, ricevuto da quella città con indicibil plauso. Concorsero a lui ambascerie dalle città vicine, tutte per congratularsi, e l'armata stessa di Massimino in abito di pace e con corone di alloro in capo, mostrò di accomodarsi alla presente fortuna, prorompendo in liete acclamazioni, ma internamente covando del veleno, per vedersi assoggettata ad un imperadore eletto dal senato, e non da loro. Fece Pupieno Massimo una bella aringa a costoro con promessa di un grosso regalo; e diviso quell'esercito, mandò ogni legione alla sua provincia, e pochi dì fermatosi in Aquileia con varie schiere, colla guardia de' Germani, ne' quali più confidava, si rimise in viaggio, e tornossene a Roma.

Fu così sollecito per le poste il viaggio di coloro che portavano le teste dei due Massimini, che da Aquileia in quattro dì giunsero a Roma [Capitol., in Maximino seniore.]. Perchè era giorno di giuochi, si trovavano allora al teatro Balbino Augusto, il giovine Gordiano Cesare, e il popolo; ed appena comparvero que' messi, che il popolo gridò: Massimino è ucciso. Verificatosi il fatto, ebbero tutti ad impazzir per la gioia. Tosto si raunò il senato, furono fatte le acclamazioni agl'Imperadori; determinato che Pupieno Massimo e Balbino Augusti fossero consoli nel resto dell'anno, e che in luogo di Massimino fosse sostituito Gordiano Cesare. Riconosce lo stesso padre Pagi [Pagius, Crit. Baron., ad annum 239.], voler dire queste parole che Massimino avea prima della ribellione disegnato sè stesso console per l'anno venturo 239, e che, venuta la nuova di sua morte, il senato disegnò console per esso anno Gordiano terzo. Adunque egli dovea riconoscere ancora che non era per anche nata la ribellione dei due Gordiani Africani nel principio dell'anno presente, in cui si soleano disegnare i consoli per l'anno prossimo; nè doversi riferire al precedente anno la esaltazione e morte di essi due Gordiani, e la creazione di Pupieno Massimo e di Balbino. Tutte queste scene nel solo presente anno avvennero; e chi inoltre ben rifletterà ai frettolosi passi di Massimino, troverà confermata la medesima verità. Arrivato vicino a Roma Pupieno Massimo, ebbe l'incontro di Balbino, di Gordiano terzo, e del senato e popolo romano, e gran festa fu fatta; ma in faccia ai soldati altro non si leggeva che malinconia; e per altro verso cominciò ad apparire nebbia di dissensione fra gli stessi regnanti. Cioè, quantunque i due Augusti attendessero con somma moderazione e zelo al buon governo sì civile che militare, pure fra loro si scorgeva della gelosia e poco buona armonia. Balbino sprezzava Pupieno Massimo, perchè bassamente nato; e Massimo non istimava l'altro, perchè non era suo pari nel valore dell'armi. Di questa discordia avvedutisi gl'infelloniti soldati, specialmente i pretoriani, conobbero che non era tanto difficile l'atterrar due imperadori da loro mal voluti, perchè alzati senza di loro al trono, e perchè sempre erano in sospetto di essere degradati, come avvenne a' tempi di Severo Augusto [Capitol., in Maximo et Balbino.]. Ora, allorchè si celebrarono i giuochi scenici, o pure, come vuole Erodiano [Herodianus, lib. 8.], i capitolini, furiosamente vennero i pretoriani al palazzo. Pupieno Massimo, che fu il primo ad accorgersi di questo nuvolo minaccioso, mandò, e dipoi andò anche in persona a Balbino, perchè si facessero venire in aiuto loro i soldati germani. Qui saltò di nuovo in campo la gelosia. Balbino, per sospetto che l'altro li chiamasse per farsi solo imperatore, non acconsentì, e vennero a parole fra loro: quando ecco, forzate le porte e le guardie, arrivar loro addosso i pretoriani, spogliarli, e menarli fuori, con istrappar loro la barba, batterli e caricarli d'ingiurie. Volevano condurli al loro quartiere, per quivi finirli; ma inteso che i Germani prendevano l'armi per soccorrerli, in mezzo alla strada gli svenarono amendue (non ne sappiamo nè il giorno nè il mese), e preso seco il giovanetto Gordiano terzo acclamato Imperadore da essi, andarono a rinserrarsi nella fortezza pretoria. E tal fu l'infelice fine di questi due Augusti, degni certamente per le belle doti loro di miglior fortuna, colla morte dei quali Erodiano termina la storia sua. Rimasto Gordiano III Cesare, dopo tante tragiche scene, solo ed amato non men dal popolo che dai soldati, tuttochè, secondo Erodiano [Herodianus, lib. 8.], egli non avesse che tredici anni di età, fu riconosciuto da tutti Imperadore romano.


CCXXXIX

Anno diCristo CCXXXIX. Indizione II.
Fabiano papa 4.
Gordiano III imperadore 2.

Consoli

Marco Antonio Gordiano Augusto e Manio Acilio Aviola.

In una iscrizione riferita dal Doni e da me [Thes. Inscript., p. 361, n. 1.] apparisce che tal fu il prenome e nome del secondo console, cioè di Aviola. Già dicemmo che Gordiano III era stato nell'anno precedente disegnato console. Portava egli lo stesso nome dell'avolo e del padre Augusto, cioè Marco Antonio Gordiano; perchè nato da una figliuola di Gordiano I, fu verisimilmente adottato da lui, o pure da Gordiano II suo zio materno, benchè Desippo e un altro antico storico il facciano figliuolo di Gordiano II. Il che se fosse, sarebbe stato solamente figlio naturale; perchè, per attestato di Capitolino [Capitol., in Gordiano III.], il secondo dei Gordiani non ebbe mai moglie legittima, e se la passava con ventidue concubine. Il vedere che sua madre, tuttavia vivente dopo l'esaltazion del figliuolo, non vien nominata da alcuno Augusta, potrebbe servire per farla credere di bassa sfera, e non sorella, ma concubina di Gordiano II. Questo principe vi fu alcun degli antichi [Lampridius, in Elagabalo.] che il pretese nominato Antonino; opinione che pare confermata da qualche marmo; ma il più sicuro suo nome è quello di Antonio. Era questo giovinetto principe bello di aspetto, di umore allegro, affabile con tutti, amabilissimo; avea studiato lettere; tante in somma erano le sue belle doti, che faceano a gara il senato, il popolo ed i soldati ad amarlo, dandogli il titolo di lor figliuolo, e chiamandolo la lor delizia. Altro non gli mancava, per ben governar l'imperio, che l'età e la sperienza degli affari; poichè per la buona volontà non la cedeva ad alcuno. Creato dunque che egli fu Augusto, cessarono tutti i tumulti e le brighe di Roma, si pacificarono i soldati col popolo, e cominciò ognuno a goder del riposo e dei solazzi, studiandosi di dimenticare i tanti affanni patiti dopo la morte del buon imperadore Alessandro. Racconta il suddetto Capitolino [Capitolin., in Maxim. et Balbino.], che, tolto di vita il crudo Massimino, i Parti, cioè i Persiani, minacciavano guerra in Oriente; e che i Carpi e gli Sciti l'aveano già mossa contro le due Mesie, provincie dell'imperio romano, con farvi gran danno. Perciò nel precedente anno era già stabilito che Pupieno Massimo andrebbe in Levante per opporsi ai tentativi de' Persiani, e che Balbino con altra armata passerebbe il Danubio, per far fronte ai Barbari, con lasciare il giovane Gordiano al governo di Roma. Ma Iddio altramente dispose, e convien pensare che non fosse grande nè il pericolo, nè il bisogno, perchè in questo anno si godè buona pace in Roma, nè si sa che l'imperio romano patisse scossa o molestia alcuna in quelle contrade. Che questo novello Augusto Gordiano, per maggiormente procacciarsi l'amore del popolo e delle milizie, usasse loro un gran regalo, come si praticava dai nuovi principi, si ricava dalle monete [Mediobarb., in Numism. Imperator.] d'allora, nelle quali è mentovata la prima liberalità di questo Augusto.