Se non mi ritenesse una iscrizione greca rapportata dal Reinesio [Reinesius, Inscript., pag. 633.] e presa da quelle del Ligorio, in cui si legge console con Gordiano Augusto Pompeiano Civica, io non gli darei il nome di Civica, nè mi fiderei di un'altra del Gudio, dove questo console è appellato Civica Pompeiano. Posto nondimeno ch'egli usasse questi due cognomi, almen certo sarà che fu personaggio diverso da Pompeiano veduto da noi console nell'anno 231, perchè qui non vien chiamato console per la seconda volta. Guasto sarà il testo di Capitolino [Capitolinus, in Gordiano III.], dove ha il nome di Popiniano, avendo noi troppe testimonianze di leggi e di marmi che Pompeiano fu il suo cognome. Abbiam già veduto di sopra come Artaserse avea ristabilito la monarchia de' Persiani. Dopo la guerra a lui fatta da Alessandro Augusto stettero per qualche tempo quieti quei popoli; ma, defunto Artaserse, divenne Sapore suo figliuolo successore non men dei regni che dell'ambizione del padre. La Mesopotamia posseduta dai Romani, siccome sottoposta una volta al dominio persiano, tosto fu l'oggetto delle superbe sue mire. Eutichio [Eutichius, Annal. Eccles.] il loda per la sua giustizia; Agatia [Agathias, Histor., lib. 4.] cel descrive tutto il rovescio, uomo crudele, sanguinario, implacabile e di maniere affatto tiranniche. Entrò costui con formidabil esercito sui principii del suo governo nella Mesopotamia; prese Carre ed altre città circonvicine, e mise l'assedio a quella di Nisibi. Fabbricato quivi un castello alto presso le mura di quella città, continuamente infestava quegli abitanti, i quali erano già vicini a rendersi, quando gli convenne per urgente bisogno ritornar coll'armata nelle sue contrade. S'accordò co' cittadini di Nisibi, che se promettessero di lasciare in piedi quel castello fino al suo ritorno, egli se ne andrebbe. Ma non sì tosto fu partito, che i Nisibini con fossa e muro nuovo chiusero quel castello nella città. Tornato poi Sapore, e rinnovato l'assedio con impadronirsi di Nisibi, fiera strage fece di parte di quel popolo, e il resto condusse in ischiavitù con immenso bottino. I progressi di questo ferocissimo re fecero paura fino all'Italia. Applicossi perciò con tutto vigore il senato romano ad ammassar gente e danaro per reprimere il borioso nemico, e fu determinato che il giovine imperador Gordiano in persona andrebbe a comandar l'armata, o, per dir meglio, ad apprendere il mestier della guerra [Capitolin., in Gordiano III.]. Intanto si pensò ad accasarlo, ancorchè, secondo i conti di Erodiano, non fosse giunto per anche all'età di diciotto anni. La madre sua, da noi poco conosciuta, probabilmente fu quella che gli trovò la moglie, cioè Furia Tranquillina Sabina, così appellata nelle medaglie [Mediobarb., in Numismat. Imperat.] e in alcune iscrizioni [Thesaurus Novus Inscription., pag. 251.], ma Sabina in altre. Era essa figliuola di Misiteo, uomo di competente nobiltà, ed allora solamente noto pel suo sapere, per la sua eloquenza e prudenza, e non per impiego alcuno. Altro non sappiamo di essa Tranquillina, se non che portò il titolo di Augusta, senza apparire che da lei nascesse prole alcuna. Fu bensì celebre Misiteo suo padre, perchè divenuto suocero dell'imperadore e creato prefetto del pretorio. Nè tardò egli a valersi della sua autorità per dar sesto alla corte e mettere sul buon cammino lo Augusto suo genero. Fin qui era stato il giovine Gordiano sotto il governo della madre, che, poco avvertita, il lasciava aggirare a lor talento dagli eunuchi della corte. Costoro lo allevarono in divertimenti fanciulleschi e in bagattelle, e insieme d'accordo vendevano la giustizia e i posti. Proponeva Mauro, uno di essi, qualche risoluzione in lode o in biasimo di taluno. Sopra ciò chiedeva Gordiano il loro parere a Gaudiano, Reverendo e Montano; ed approvando questi la proposizion dell'altro, tutto si faceva. Per consiglio di essi avea creato Felice prefetto del pretorio, e data la quarta legione a Sarapammone, uomini indegni di sì fatte cariche. L'erario del principe caduto nelle griffe di queste arpie si trovava affatto senza sangue. Venne a tempo il saggio Misiteo per liberar da peste sì abbominevole l'Augusto suo genero. Abbiamo da Capitolino [Capitol., in Gordiano III.] una lettera da lui scritta ad esso Gordiano, in cui si rallegra di aver medicate quelle piaghe, e di aver Gordiano allontanati da sè tali ministri, congiurati contro l'onore di lui e contro il pubblico bene. E Gordiano in altra lettera riconosce d'avere operato in addietro cose che non erano da fare, dicendo, fra le altre cose, di conoscere oramai quanto sia infelice il principe posto in mano di gente, la quale gli taccia il vero, e lo inganni col falso. Però da lì innanzi Gordiano volea saper tutto; e siccome principe di buon intendimento e di miglior volontà, non lasciò indietro disordine alcuno conosciuto, a cui non rimediasse, valendosi in tutto de' consigli del savio suo suocero, a cui dava il titolo di padre. Per tale, e per tutore della repubblica voleva che fosse riconosciuto anche dal senato: e pubblicamente protestava che quel di bene che si faceva, tutto si doveva attribuire a quel ministro d'onore ch'era toccato a lui per suocero. In questa maniera non parve più governo di un giovane il suo; e andò sempre crescendo l'amore del pubblico verso di esso Augusto. Un gran tremuoto in questi tempi si fece udire, per cui traballarono varie città, e si aprirono voragini con inghiottire gli abitatori.


CCXLII

Anno diCristo CCXLII. Indizione V.
Fabiano papa 7.
Gordiano III imperadore 5.

Consoli

Caio Vettio Attico e Caio Asinio Pretestato.

Caio Aufidio Attico si truova nominato il primo console in una iscrizione del Grutero [Gruterus, Inscript., pag. 309, n. 7.]. Più ne restano dove è nominato Vettio, e non Aufidio, e così pure si legge in un marmo riferito nella mia Raccolta [Thesaurus Novus Inscription., pag. 361, num. 3.]. Però è scorretta quella iscrizione, o pur egli portò amendue quei nomi. Gran tempo era che non si praticava in Roma la cerimonia di aprire e chiudere le porte del tempio di Giano, allorchè si dava principio o fine alle guerre [Capitolinus, in Gordiano III.]. Gordiano, già risoluto di passare in Levante per opporre le forze romane a quelle de' Persiani, le fece spalancare sul principio di quest'anno in segno di guerra. Venuta poi la primavera, provveduto di una fiorita armata e di assai danaro, imprese il viaggio per terra alla volta di Bisanzio, per di là traghettare in Asia. Passato per la Mesia, trovò nella Tracia molti nemici del romano imperio, verisimilmente Sarmati, Alani o altra simil gente barbara: tutti, o gli sterminò, o li fece ritirar colla fuga ai loro paesi. Seco era Misiteo suo suocero, prefetto del pretorio, e suo braccio diritto. La provvidenza e l'indefessa vigilanza di questo uffizial comandante si facea ammirar da tutti. Non v'era alcuna città considerabile ne' confini dell'imperio romano che non fosse provveduta di tanto grano, aceto, lardo, orzo e paglia da poter mantenere per un anno l'imperadore col suo esercito, se pure s'han così da interpretar le parole di Capitolino: il che a me par difficile a credersi. Altre aveano provvisione per due mesi, ed altre meno, a proporzione delle lor forze. Essendo prefetto del pretorio, spessissimo visitava l'armi dei suoi soldati; non permetteva che i vecchi militassero, nè si arrolassero fanciulli. Ovunque si accampava l'armata, volea che il campo fosse cinto di fosse, e di notte facea sovente la ronda. Questo suo zelo pel pubblico bene riportava in premio l'amore di tutti, ed era così amato e rispettato dagli uffiziali subalterni, che niun di essi osava di mancare al suo dovere. Dopo l'acquisto della Mesopotamia, Sapore re di Persia più altiero che mai era entrato colle sue armi nella Soria, e forse gli sarebbe riuscito agevole di conquistarla interamente, se non fosse giunto l'Augusto Gordiano a reprimere un sì potente avversario. Secondo le parole di Capitolino, sembra che Antiochia fosse caduta in potere del re barbaro; e ne fa dubitare anche una lettera scritta dal medesimo Gordiano al senato; ma potrebbe essere che quella gran città solamente fosse assediata dai Persiani, e ridotta agli estremi. Certo è almeno, che arrivato colà Gordiano, la liberò dalle lor mani. Seguirono varii combattimenti: in tutti cantarono la vittoria i Romani. Tal terrore misero questi fortunati successi in cuor di Sapore e de' Persiani, che il più frettolosamente che poterono si ritirarono di là dall'Eufrate. Ed esser può che succedesse allora quanto racconta Pietro Patrizio [Petrus Patricius, Legation. Tom. I Hist. Byzant.] ne' frammenti delle ambascerie, cioè, che, avendo Sapore passato l'Eufrate, si abbracciavano l'un l'altro i di lui soldati: tanta era la lor gioia di avere scappato il gran pericolo, in cui si trovavano, credendo ad ogni momento d'avere alle spalle le spade romane. Dovette egli passare quel fiume verso Edessa posta di là; e però mandò messi alla guarnigion romana di quella città, offerendo loro un grosso regalo della sua moneta, se il volevano lasciar passare, fingendo d'andare al suo paese, non per paura, ma per solennizzarvi una festa, non sapendo probabilmente quei soldati che Gordiano avesse data ai Persiani la mala ventura, o pure per la gola del regalo, il lasciarono passare senza molestia alcuna. Il resto delle imprese di Gordiano io riferirò all'anno seguente, perchè non ci consta se nel presente o nel susseguente egli ripigliasse la fortezza di Carre, e vittorioso arrivasse fino alla città di Nisibi, città della Mesopotamia, la quale ritornò anch'essa sotto l'aquile romane. Basterà per ora di dire con Capitolino [Capitolinus, in Gordiano III.], tale essere stata la paura del re persiano, che, senza farsi pregare, abbandonò tutte le città tolte ai Romani, con ritirarne i suoi presidii, consegnandole ai cittadini, senza usar saccheggi o far loro altro danno.


CCXLIII

Anno diCristo CCXLIII. Indizione VI.
Fabiano papa 8.
Gordiano III imperadore 6.