Marco Aurelio Caro Augusto e Marco Aurelio Carino Cesare.
Ne' Fasti pubblicati dal Noris e presso Anastasio bibliotecario, Caro Augusto è detto console per la seconda volta. Perchè gli altri Fasti e varie leggi non accennano questo suo secondo consolato, nè pur io ho ardito di metterlo per cosa certa. Il Panvinio [Panvin., in Fastis Consul.] nondimeno reca un'iscrizione, in cui Caro è chiamato CONSVL II. Aggiugne che nel luglio furono sustituiti con Numeriano Cesare e Matroniano, adducendo l'autorità di Vopisco. Presso di questo storico non ne trovo io vestigio. Nella Cronica Alessandrina [Chron. Paschale, seu Alexandr.] sotto quest'anno, oltre Caro e Carino, sono chiamati consoli Diocleziano e Basso. Di questi due consoli sustituiti pare che s'incontri memoria in un marmo da me pubblicato [Thesaurus Novus Inscripit., pag. 368, n. 1.]. Noi vedremo in fatti fra poco Diocleziano console per la seconda volta: segno di un precedente consolato. Fu in quest'anno prefetto di Roma Titurio Robusto o Roburro. Alcune leggi ci fan vedere Carino e Numeriano decorati col titolo d'Imperadori Augusti: il che vien confermato da Zonara [Zonaras, in Annalib.]; ma è incerto il mese in cui dal padre fossero presi per colleghi dell'imperio. La mente di Probo, terrore de' Barbari, avea fatto calar l'orgoglio ai Sarmati. Ma da che costoro il seppero estinto, si prepararono di nuovo per invadere l'Illirico e la Tracia, con isperanza ancora di maggiori progressi. Mossi dalle lor contrade, trovarono lo Augusto Caro coll'armi in mano, il quale lasciò loro un buon ricordo del valore romano [Vopiscus, in Caro.], con ucciderne sedici mila, e farne venti mila prigionieri. Di più non vi volle a rimettere la pace nell'Illirico. Forse avrebbe fatto di più Caro, se i movimenti de' Persiani non l'avessero chiamato in Oriente a quell'impresa che già era disegnata da Probo, e desiderata dall'esercito suo, per isperanza di fare maggior bottino quivi che nei paesi dei Barbari settentrionali. Non si sa che egli, prima d'imprendere il viaggio di Levante, venisse a Roma. Ne dà qualche indizio Vopisco [Vopiscus, in Carino.], con dire che Diocleziano, udendo lodar i giuochi teatrali e circensi, dati da Caro in Roma, rispose che Caro s'era ben fatto ridere dietro nell'imperio suo. Ma anche in lontananza di esso Caro si poterono far quegli spettacoli. Quel ch'è certo, si portò Caro col suo esercito nella Mesopotamia, ed essendosene ritirati i Persiani, senza difficoltà la ricuperò tutta. Di là entrato nel territorio persiano, arrivò sino a Ctesifonte, capitale allora della Persia. Eutropio [Eutrop., in Breviar.] e Zonara [Zonaras, in Annalib.] scrivono ch'egli la prese insieme con Seleucia; per la quale impresa gli fu dato il titolo di Partico. Vero è che da' Persiani gli fu voltato addosso un canale del fiume Tigri; tuttavia egli pieno di gloria si ritirò in luogo sicuro coll'esercito suo: sicuro, dissi, dai nemici persiani, ma non già dai domestici, essendo anche negli antichi tempi stato disputato di qual genere di morte terminasse i suoi giorni [Vopiscus. Aurel. Victor. Eutropius. Eusebius. Zonaras.]. Ma comune opinione si è ch'egli in vicinanza del fiume Tigri cadesse infermo, e sopraggiunto un temporale sì nero, che dei suoi cortigiani uno non vedeva l'altro, scoppiò un fulmine, da cui morisse soffocato, e che nello stesso tempo si attaccasse il fuoco alla sua tenda. Altri dissero che i di lui camerieri, disperati al mirarlo morto, appiccarono il fuoco alla tenda medesima, ma ch'egli era mancato di vita per la malattia in quel brutto frangente. Tal fu la relazion di sua morte inviata al prefetto di Roma. Se in ciò intervenisse malizia alcuna umana, non v'ha che Dio che lo sappia. Fu egli deificato [Mediobarbus, in Numism. Imperator.], secondo il sacrilego stile de' Romani gentili. Fra le molte favole che s'incontrano nella Cronografia di Giovanni Malala [Johannes Malala, in Chronograph.], vi sono ancor queste, cioè che Caro diede il nome di Caria ad una delle provincie di Oriente, siccome ancora il nome alla città di Caras nella Mesopotamia; e ch'egli tornato a Roma, nel far poi guerra contro gli Unni, restò ucciso, essendo consoli Massimo e Gennaro, cioè nell'anno 288. Verso il fine dell'anno vien creduto che seguisse la morte di Caro, e per cagion di essa restarono imperadori Carino e Numeriano suoi figliuoli. Fuor di dubbio è che Numeriano si trovava con esso lui alla guerra contro ai Persiani; e sembra che Carino tuttavia soggiornasse alle Gallie. L'anno fu questo in cui Eutichiano sommo pontefice diede fine al suo vivere, ed ebbe per successore Caio papa.
CCLXXXIV
| Anno di | Cristo CCLXXXIV. Indizione II. |
| Caio papa 2. | |
| Carino imperadore 2. | |
| Numeriano imperadore 2. | |
| Diocleziano imperadore 1. |
Consoli
Marco Aurelio Carino Augusto per la seconda volta e Marco Aurelio Numeriano Augusto.
Il Panvinio [Panvin., in Fastis Consul.] e il Relando [Reland., in Fastis.], che mettono anche Numeriano Augusto console per la seconda volta, lavorano sul supposto ch'egli fosse sostituito console nell'anno precedente; il che dissi non aver fondamento. Certamente tutti i Fasti e le leggi ed altre antiche memorie parlano bensì del secondo consolato di Carino, ma ciò non dicono di Numeriano. Così nelle medaglie [Mediobarbus, in Numismat. Imp.] il troviamo appellato solamente CONSVL, e non già consul II. Puossi perciò riputar falso quel marmo che vien citato dal Panvinio col consul II. Si trova prefetto di Roma in questo e nel seguente anno Caio Ceionio Varo. Riconosciuti furono per imperadori in Roma e in tutte le provincie i due fratelli Carino e Numeriano, ed abbiam leggi pubblicate in quest'anno col nome di amendue. Resta tuttavia incerto s'essi venissero a Roma. Si crederebbe di sì, all'udir Vopisco [Vopiscus, in Carino.], il quale racconta di aver veduti dipinti i giuochi romani celebrati da loro con rarità di musiche e divertimenti teatrali, e questi nella città di Roma: tuttavia le apparenze sono che dalle Gallie non venisse sì tosto in Italia Carino, e che a Numeriano [Vopiscus, in Numeriano.] non restasse tempo di ritornarci. Imperciocchè mentre esso Numeriano era in viaggio alla volta dell'Italia, e, secondo Sincello [Syncell., Histor.], si trovava in Eraclea della Tracia, tolta gli fu la vita. Aveva egli presa in moglie una figlia di Arrio Apro prefetto del pretorio, cioè di un personaggio che moriva di voglia di esser imperadore; e coll'autorità del suo grado e colla confidenza di suocero, sperava facile l'ottenere il suo intento, sagrificando il giovinetto Numeriano alla sua ambizione. Costui lo aveva spinto ad inoltrarsi nel paese de' Persiani, lusingandosi di farlo perire in quella impresa per man de' nemici. Non ebbe effetto la mina. Avvenne [Victor, de Caesaribus.] che Numeriano fu sorpreso da mal d'occhi, per cui non si lasciava vedere, e viaggiava chiuso in una lettiga, ritornando coll'armata dalla Persia. Si servì di questa occasione Apro per uccidere il genero Augusto, conducendo poi il di lui corpo per più giorni in quella lettiga, come se fosse vivo, per fare intanto de' maneggi affin di salire sul trono. Non è sì facile il capire come alla uffizialità si potesse per tanto tempo nascondere un imperadore, morto, non nel suo palagio, ma in una marcia. Finalmente il fetore del cadavere scoprì il fatto, ed accorgendosi ognuno che non si poteva imputare se non a frode del capitano delle guardie, cioè ad Apro, lo aver tenuta così occulta la morte del principe, fu egli preso e condotto avanti alle insegne e schiere messe in ordinanza. Si tenne un'assemblea di tutta l'armata, ed, alzato un tribunale, si cominciò a trattar di eleggere un altro che fosse buon principe, ed insieme giustissimo vendicatore della morte di Numeriano. Concorsero i voti dei più nella persona di Diocleziano, capitano allora della guardia a cavallo de' domestici, di cui parleremo all'anno seguente. Dall'anno presente appunto prese principio l'era di Diocleziano, appellata anche de' Martiri, e celebre nella storia della Chiesa. Salito dunque Diocleziano sul palco, e proclamato Augusto, mentre i soldati faceano istanza di sapere chi fosse stato l'uccisore del principe, giurò egli prima di non aver avuta parte nella morte di lui; poi, messa mano allo stocco, lo piantò nel petto ad Apro, con dire: Costui è quegli che ha tolto di vita Numeriano. Gloriavasi egli dipoi [Victor, de Caesaribus.] di avere ucciso un Apro, cioè un cignale. Il dire Giovanni Malala [Johannes Malala, Chronogr.] che Numeriano dopo la morte del padre riportò delle vittorie contro i Persiani, può aver qualche sembianza di verità; ma non già il soggiugnere che egli, assediato nella città di Caras dai Persiani, fu preso da essi, ucciso e scorticato, con tenere dipoi la di lui pelle come un trofeo di gloria per loro, di vergogna per gli Romani. Son qui attribuite a Numeriano le disgrazie di Valeriano Augusto. Zonara [Zonaras, in Annalibus.] rapporta bensì questa tradizione, ma aggiugne l'altra più fondata ch'egli fu ucciso da Apro. Nella Cronica poi di Alessandria [Chron. Alexandrin.] è corso doppio errore, perchè Carino, e non già Numeriano, vien detto da' Persiani. Trovandosi una legge di Diocleziano Augusto, data nel dì 15 di ottobre di quest'anno [L. ut nemo invit., Ibi. 3 Cod.], se ne deduce che nel settembre accadesse la morte di Numeriano e l'innalzamento di Diocleziano, con restar tuttavia vivo e in forze l'imperadore Carino. Ed ecco due competitori Augusti, e, per conseguente, guerra civile fra i Romani. Il peggio fu che anche un terzo concorse a questo mercato, cioè Giuliano Valente [Victor, de Caesaribus.], il quale essendo Correttore della Venezia, appena udì la morte di Caro Augusto, che prese la porpora e il titolo d'Imperadore. Sicchè tre emuli si videro disputare il dominio del romano imperio. In Roma fu compianta la morte di Numeriano, giovane universalmente amato per le sue buone qualità, fra le quali si contava ancora l'eloquenza [Vopiscus, in Numeriano.], dicendosi che egli componesse delle declamazioni; e fosse anche sì eccellente nella poesia, che superasse tutti i poeti del suo tempo. Una medaglia (se pure è legittima) vi ha [Mediobarb., in Numismat. Imperat.], in cui si trova la di lui deificazione; e che Roma continuasse dopo la di lui morte a riconoscere per imperadore suo fratello Carino Augusto, senza far caso di Diocleziano e di Giuliano Valente, pare che non se ne abbia a dubitare.