Anno diCristo CCLXXXV. Indiz. III.
Caio papa 3.
Carino imperadore 3.
Diocleziano imperadore 2.

Consoli

Marco Aurelio Carino Augusto per la terza volta ed Aristobolo; Caio Aurelio Valerio Diocleziano Augusto per la seconda volta in Oriente.

Ancorchè le leggi spettanti a questo anno, e riferite dal Relando [Reland., Fast. Consul.], ed anche i Fasti antichi solamente ci esibiscano consoli ordinarii nell'anno presente Diocleziano Augusto per la seconda volta ed Aristobolo, si ha nondimeno, a mio credere, da tenere che Carino Augusto per la terza volta nelle calende di gennaio procedesse console insieme con Aristobolo. Siccome osservò il cardinal Noris [Noris, Dissertat. de Num. Imper. Dioclet.] coll'autorità di Vittore, Aristobolo era prefetto del pretorio di Carino, e fu ai di lui servigi sino alla di lui morte, succeduta, siccome diremo, in quest'anno. Come dunque può stare che Aristobolo procedesse console con Diocleziano nemico di Carino sul principio dell'anno presente? Però la legge [L. 2, C. si quis aliquem.] che si dice data nelle calende di questo anno, Diocletiano II Augusto, et Aristobulo Coss., o è fallata nel mese, o pure Diocleziano, rimasto solo nell'imperio, fece mutar la data, come ora sta. Sembra dunque credibile ciò che Idacio [Idacius, in Fastis.] scrisse ne' Fasti: cioè che Carino in Occidente con Aristobolo, e Diocleziano in Oriente con altro collega prendessero il consolato. Essendo poi riuscito a Diocleziano, il più furbo uomo del mondo, di sedurre secretamente Aristobolo ed altri del partito di Carino ad essere traditori del loro principe, dal che venne la caduta di esso Carino Diocleziano dipoi, per premiar Aristobolo, il lasciò continuar seco nel consolato, con volere che da' precedenti atti si cancellasse il nome di Carino, e si leggesse in essi il solo suo e di Aristobolo. Alla rovina poi di Carino sommamente contribuì il discredito ch'egli s'era guadagnato colla enormità de' suoi vizii e col suo vivere troppo sregolato. Il ritratto a noi fatto da Vopisco [Vopiscus, in Carino.] cel rappresenta per uomo dato solo ai piaceri, ed anche più illeciti, perduto nel lusso, e con testa insieme leggiera. Nove mogli l'una dopo l'altra aveva preso, ed anche aveva ripudiate, rimandandole gravide per lo più. Abborrì e cacciò in esilio i suoi ottimi amici, per prenderne de' pessimi. I posti principali erano da lui conferiti a gente infame. Uccise il suo prefetto del pretorio, e in suo luogo mise Matroniano, antico mezzano delle sue libidini. Diede anche il consolato ad un suo notaio della medesima scuola, ed empiè il palazzo di buffoni, meretrici, cantori e ruffiani. Per non durar la fatica di sottoscrivere le lettere e i decreti, si serviva della mano di un complice dei suoi impuri eccessi. Aggiungasi che di varii atti della sua crudeltà parla Eutropio [Eutrop., in Breviar.]; al qual vizio si aggiunse ancora l'alterigia, leggendosi questa nelle superbe lettere che scriveva al senato e nel poco rispetto che portava ai consoli, anche prima di essere imperadore. Ne' suoi conviti, ne' suoi bagni si notava una pazza prodigalità. In somma tali erano le di lui perverse inclinazioni e scapestrata vita, che l'imperador Caro ebbe più d'una volta a dire: Costui non è mio figlio; e fu creduto che esso suo padre meditasse di levarlo dal mondo per non lasciar dopo di sè successore sì indegno. Soggiornava probabilmente tuttavia nelle Gallie Carino, quando gli giunsero gli avvisi della morte di Numeriano suo fratello, e che Diocleziano in Oriente, Giuliano Valente nell'Illirico erano stati proclamati Augusti. Laonde [Aurelius Victor, in Epitome.], raunate quante forze potè, si mosse per abbattere, se poteva, cotali competitori. Girata l'Italia, e venuto nell'Illirico, diede battaglia ad esso Valente, ed ebbe la fortuna di vincerlo e di levargli la vita. Continuato poscia il viaggio, arrivò nella Mesia, dove gli fu a fronte Diocleziano coll'esercito suo. Seguirono fra loro varii combattimenti; ma finalmente tra Viminacio e Murgo si venne ad una giornata capitale, in cui riuscì a Carino di rovesciar l'armata nemica e d'inseguirla. Erano molti de' suoi, per attestato di Aurelio Vittore [Idem, ibidem.], disgustati di un sì sfrenato Augusto, perchè non erano salve dalla di lui libidine le mogli loro; e pensando che, s'egli restava vincitore e solo padron dello imperio, maggiormente imperverserebbe, e verisimilmente ancora mossi dalle offerte segrete di Diocleziano, nell'inseguir ch'egli faceva i fuggitivi, lo stesero morto con più ferite a terra. Così in poco più di due anni mancò l'imperador Caro colla sua prole; e Diocleziano Augusto rimasto assodato sul trono imperiale, da uomo accorto, perdonò a tutti, e massimamente ad Aristobolo console, uomo insigne, a cui conservò tutti i suoi onori. Prese anche al suo servigio quasi tutte le milizie che aveano servito a Carino: azione, a cui fece ognuno gran plauso, al veder terminata una guerra civile senza esilii, senza morti e confische di beni, siccome cosa rara e quasi senza esempio sotto Roma pagana. Che Diocleziano vincitore venisse dipoi in questo anno a farsi conoscere a Roma, e a ricevere le sommessioni del senato e del popolo, sembra non inverisimile; e Zonara [Zonaras, in Annalibus.] lo scrive. Nulladimeno le memorie antiche osservate dal cardinal Noris [Noris, de Dioclet. Num.] ci portano a credere ch'egli andasse a passar il verno nella Pannonia, con apparenza che meditasse una spedizione contra de' Persiani, perchè con essi non era seguita pace alcuna.


CCLXXXVI

Anno diCristo CCLXXXVI. Indizione IV.
Caio papa 4.
Diocleziano imperadore 3.
Massimiano imperadore 1.

Consoli

Marco Giunio Massimo per la seconda volta e Vettio Aquilino.

Diocleziano, che abbiam veduto sì prosperosamente portato al soglio imperiale, e sbrigato dagli emuli suoi, era oriondo [Eutrop., in Brev. Lactant., de Mort. Persec.] da Dioclea, città della Dalmazia; portò anche il nome di Diocle, che cangiò poscia in quello di Diocleziano. L'uno dei Vittori [Aurel. Victor, in Epit. Zonaras, in Annal.] e Zonara il fanno di famiglia bassissima; ed opinione anche fu che fosse liberato, o pur figliuolo di un liberto di Anulino senatore. I più nondimeno credeano che suo padre fosse stato uno scrivano o notaio. Non si sa perchè egli assumesse il nome di Caio Valerio Diocleziano, come per l'ordinario era chiamato. Truovasi col nome ancora di Caio Aurelio Valerio Diocleziano, per mostrarsi forse successore ed erede di Marco Aurelio Caro, e di Numeriano suo figlio. Per la via dell'armi andò salendo sino ad essere comandante delle milizie della Mesia; e sotto Numeriano fu capitano della guardia a cavallo. Fama era che gli fosse stato predetto dalla moglie di un druido, a Tungres nelle Gallie, ch'egli sarebbe imperadore [Vopiscus, in Numeriano.]. Imperocchè, facendo i conti con quella donna istessa, questa disse ch'egli era troppo avaro. Diocleziano burlando le rispose che sarebbe poi liberale quando fosse divenuto imperadore. Replicò la donna che non burlasse, perchè tale sarebbe, allorchè avesse ucciso un apro, cioè un cignale. Non cadde in terra questa parola. Da lì innanzi Diocleziano si dilettò molto della caccia e di uccidere dei cignali, ma senza veder mai effettuata la predizione. Allora poi ch'ebbe ucciso il prefetto del pretorio Apro, gridò: Ora sì che ho ucciso il fatal cignale; racconto che ha del curioso, purchè questa cosa nata non fosse e inventata da qualche bell'ingegno dopo del fatto. Il credito di Diocleziano [Aurelius Victor, in Epitome. Lactantius, de Mort. Persecut. Eutrop., in Breviar.] l'aveva portato al posto di console surrogato nell'anno 283, siccome accennai di sopra. Non si può negare: in lui s'univano delle invidiabili qualità, e soprattutto mirabile fu in lui l'accortezza e vivacità della mente. In questa non avea pari; col suo mezzo penetrava facilmente nel cuore altrui per iscoprirne le intenzioni e non lasciarsi ingannare; e mercè d'essa ne' bisogni e pericoli sapea tosto ritrovar ripieghi e scappatoie, con prevedere a tutto, con simulare e dissimulare dovunque occorreva. L'umor suo era veramente impetuoso e violento, ma s'era anche avvezzato a ritenerlo e a comandare a sè stesso; e quando ancora prorompeva in crudeltà, avea l'arte di coprirla, o di rigettarne l'odiosità sopra i consiglieri e ministri. Ancorchè fosse inclinatissimo al risparmio e alla avarizia, sino a commettere ogni sorta d'ingiustizia per danari, pure si mostrava appassionato del fasto, massimamente nella pompa de' suoi abiti, sì ricchi d'oro e di gemme, che superò la vanità de' più vani suoi antecessori. Ma questo fu il più picciolo sfogo della sua superbia. Giunse egli col tempo, ad imitazion di Caligola e di Domiziano, a farsi chiamar Signore, ed adorare qual Dio: pazzia che Vittore scusa con dire ch'egli non lasciò per questo di comparir padre dei suoi popoli. Noi vedremo le di lui militari imprese; e pure Lattanzio ci assicura ch'egli naturalmente era timido e tremava ne' pericoli. Ma in fine, la lunghezza del suo imperio, benchè agitata da assaissime tempeste, è un bastante argomento di credere che Diocleziano fosse uomo di gran testa, e capacissimo di reggere un vasto imperio, con saper tenere in freno i soldati e i grandi, veduti da noi autori in addietro di tante mutazioni e tragedie.