Aveva ben egli moglie, cioè Prisca, ma non aveva figliuoli maschi da essa. Però, volendo provvedersi di un aiuto, per sostenere il gran peso di quell'ampia monarchia, uno ne scelse, e questi fu Massimiano, appellato Marco Aurelio Valerio Massimiano nelle monete [Mediobarb., in Numismat. Imperat.] ed iscrizioni: nomi ch'egli prese dallo stesso suo benefattor Diocleziano, come se fosse stato adottato da lui. Convennero anche fra loro che Diocleziano prendesse il titolo di Giovio, e Massimiano quello d'Erculio, quasi che fosse rinato Giove, per cui tante belle azioni Ercole fece, come s'ha dalle favole. E ornati di questi due vani e ridicoli titoli si trovano amendue nelle antiche storie. Credesi che Diocleziano fosse nato circa l'anno 255, e Massimiano circa l'anno 250. La patria d'esso Massimiano fu una villa del distretto di Sirmio nella Pannonia, dove egli col tempo fece fabbricare un suntuoso palazzo. I suoi genitori si guadagnavano il pane con lavorare a giornata per altri. Ma il mestier della guerra quel fu che da sì bassa condizione alzò a varii gradi e finalmente alla più sublime grandezza Massimiano [Aurelius Victor. Lactantius. Eutropius.]. Era egli sempre stato amico intrinseco di Diocleziano, e partecipe di tutti i suoi segreti. Parecchi attestati della sua bravura parimente avea dato in varie guerre al Danubio, all'Eufrate, al Reno, all'Oceano [Mamertinus, in Panegyrico.] sotto Aureliano e Probo Augusti; e però Diocleziano, sentendo sè stesso di natural timido e bisognoso di chi avesse petto per lui alle occasioni, elesse l'amico Massimiano per suo braccio diritto, e poi per compagno nel trono, tuttochè non apparisca che fra loro passasse parentela alcuna. Cioè primieramente nel precedente anno il creò Cesare, e cominciò ad appoggiargli i rischi e le più importanti imprese dell'imperio. Da che fu partito dalle Gallie Carino, ovvero dappoichè s'intese la di lui morte, s'erano sollevati in esse Gallie due capi di masnadieri, cioè Lucio Eliano e Gneo Salvio Amando: che così si veggono appellati, e col titolo d'Augusti in due medaglie [Goltzius et Mediobarbus, in Numismat. Imperat.], se pur esse son vere, giacchè Eliano dal Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] è appellato Aulo Pomponio, e può dubitarsi che il desiderio degli amatori dei musei di aver continuata la serie di tutti gli imperadori, abbia mosso gl'impostori ad appagarli. Costoro adunque alla testa di numerose schiere di contadini e ladri, chiamati Bagaudi, si diedero a scorrere e saccheggiar le Gallie, con forzare talvolta anche le stesse città. Diocleziano contra di tal gente non tardò a spedir Massimiano [In Panegyr. Max. et Const. Aurel. Victor. Eutropius.] con assai forze, e questi dopo alcuni combattimenti dissipò quella canaglia, e rimise in pace le Gallie. S'è disputato fra i letterati [Noris. Pagius. Tillemont et alii.] se questa impresa di Massimiano Erculio appartenga all'anno precedente, oppure al presente o seguente. Probabilmente i lettori non amerebbono ch'io entrassi in sì fatto litigio, e massimamente perchè non è sì facile il deciderlo. Quel sì in che convengono essi eruditi, si è che Diocleziano essendo in Nicomedia, e sempre più riconoscendo quanto egli si poteva promettere di questo suo bravo e vecchio amico, cioè di Massimiano, nell'anno corrente il dichiarò anche Augusto e collega nell'imperio nel dì primo di aprile, per quanto si ricava da Idacio nei Fasti [Idacius, in Fastis.]. Fu stupenda cosa in que' tempi il vedere come questi due Augusti, senza legame di sangue, e d'umore l'un dall'altro diverso, pure andassero da lì innanzi sì uniti, o governassero a guisa di due buoni fratelli. Conservava Massimiano quel rustico che egli aveva portato dalla nascita, non meno nel volto che ne' costumi [Aurelius Victor, ibidem. Eutrop., in Breviar. Lactantius, de Mortib. Persecutor.]. Il suo naturale era aspro e violento, privo di civiltà e di umanità; si osservava anche dell'imprudenza nei suoi disegni. Diocleziano, all'incontro, siccome furbo al maggior segno, affettava l'affabilità e la dolcezza [Vopiscus, in Aureliano.], con lamentarsi anche talvolta della durezza di Massimiano. Ma sapeva valersi della di lui ferocia e selvatichezza all'esecuzion de' suoi voleri; e qualor si trattava di qualche risoluzion severa ed odiosa, a lui ne dava l'incumbenza e l'onore, sicuro che l'altro, senza farsi pregare, l'avrebbe ubbidito. Il perchè chi mirava le sole apparenze, diceva che Diocleziano era nato per fare un secolo d'oro, e Massimiano un secolo di ferro. Abbiamo inoltre da Lattanzio [Lactantius, de Mortib. Persecutor., cap. 8.] che Massimiano non si assomigliava già all'altro nell'avarizia, amando di comparir liberale; ma qualora abbisognava di danaro, sapeva anche addossar dei delitti di false cospirazioni ai più ricchi senatori, e fargli uccidere per occupare i loro beni. Parla in oltre Lattanzio dell'insaziabil lussuria di Massimiano, e della violenza che egli usava dappertutto alle figliuole de' benestanti. Un passo di Mamertino [Mamertinus, in Panegyr. Maximiani.] sembra indicare che appena dopo la sconfitta de' Bagaudi facessero un'irruzion nelle Gallie i Borgognoni, Alamanni, Caiboni ed Eruli, popoli della Germania. Furono anch'essi ben ricevuti da Massimiano che si trovava in quelle parti; pochi d'essi si contarono che non restassero vittima delle spade romane, niuno quasi essendone restato che potesse portar la nuova della rotta alle proprie contrade. Vedesi una iscrizione fatta prima del dì 17 di settembre dell'anno presente [Pagius, in Critic. Baron. ad hunc annum.], in cui Diocleziano porta i titoli di Germanico e Britannico, credendosi questi derivati dalla vittoria suddetta, e da qualche altra riportata dai suoi generali nella Bretagna.
CCLXXXVII
| Anno di | Cristo CCLXXXVII. Indizione V. |
| Caio papa 5. | |
| Diocleziano imperadore 4. | |
| Massimiano imperadore 2. |
Consoli
Caio Aurelio Valerio Diocleziano per la terza volta e Marco Aurelio Valerio Massimiano.
Prefetto di Roma [Bucherius, de Cycl.] fu in questo anno Giunio Massimo, da noi veduto console. Un medaglione illustrato dall'incomparabile cardinal Noris [Noris, de Num. Dioclet.], e battuto in quest'anno, ci rappresenta Diocleziano e Massimiano Augusti, condotti in una carretta trionfale: segno che essi celebrarono qualche trionfo, oppure che questo fu loro decretato dal senato. Ciò vien creduto fatto o per le vittorie riportate nel precedente anno da Massimiano contra le nazioni germaniche accennate di sopra, oppure per qualche altra guadagnata contra de' Persiani, siccome dirò, ovvero contra de' Franchi e Sassoni [Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.], i quali per mare faceano delle scorrerie nell'Oceano contro le Gallie. Certamente Mamertino [Mamertinus, in Panegyr. Maximiani.], per lodar Massimiano, scrive (probabilmente con iperbole e adulazione oratoria) che erano seguiti innumerabili combattimenti nelle Gallie contra de' Germani, con aggiugnere che costoro dipoi giunsero nel dì primo di quest'anno fin sotto le mura di Treveri. Massimiano, che quivi era a quartier di verno, e solennizzava l'ingresso del suo consolato, prese l'armi, si scagliò contra di loro, e li mise in rotta. Venuta poi la primavera, valicò il Reno, portando la guerra in casa de' medesimi Barbari, devastando quel paese con loro gran danno. Il movimento poco fa accennato dei Franchi e Sassoni per mare contra le Gallie ebbe principio nell'anno precedente. Massimiano non perdè tempo ad allestire anch'egli una flotta di navi per opporla a quelle barbare nazioni, e ne diede il comando a Carausio, uomo bassamente bensì nato fra i popoli Menapii [Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.] nella Fiandra, oppur nel Brabante, ma di gran credito, specialmente nel condurre navi e far battaglie marittime. Che costui desse delle percosse a que' corsari, pare che si ricavi dal panegirico di Mamertino. Ma a poco a poco si venne scorgendo che Carausio prendea gusto a continuar la guerra in vece di estinguerla, lasciando che i Franchi e i Sassoni venissero a spogliar le contrade romane, per poscia tor loro il bottino, senza pensare a restituirlo a chi si dovea. Ordinò perciò Massimiano colla consueta fierezza che gli fosse tolta la vita. Trapelò quest'ordine, ed avvisatone Carausio, provvide a sè stesso col condur tutta la flotta a lui raccomandata nella Bretagna, dove tratte nel suo partito le milizie romane di guarnigione in quella grand'isola, si fece acclamare Augusto. Il Noris crede ciò fatto nell'anno presente, ed è seco Eusebio [Eusebius, in Chron.]. Il Pagi [Pagius, Crit. Baron.] nel precedente. Diedesi poscia Carausio a far preparamenti per sostenersi in quel grado, fabbricando nuovi legni, facendo leve di gente e tirando al suo servigio una gran copia di Barbari, a' quali insegnò l'arte di combattere in mare. Perchè nel medaglione prodotto dal Noris si vede tirato il carro trionfale da quattro elefanti, potrebbe ciò piuttosto indicar vittorie riportate da Diocleziano in Levante contra de' Persiani. Certo è ch'egli marciò a quella volta, non volendo soffrire che Narseo, o Narse, re di Persia (altri dicono Vararane II) avesse [Mamertinus, in Panegyr. Maximiani, c. 7.] dopo la morte di Caro Augusto occupata la Mesopotamia, e se la ritenesse. Sembra in oltre che l'armi persiane fossero penetrate nella Soria, e ne minacciassero la stessa capitale Antiochia. Chiaramente scrisse Mamertino che i Persiani, o pel terrore o per la forza dell'armi romane, si ritirarono dalla Mesopotamia, e si vide obbligata quella nazione ad aver per confine il fiume Tigri. E verisimilmente fu in quella occasione che il re loro inviò dei ricchi presenti a Diocleziano, con parere eziandio che seguisse pace fra loro. Certamente la storia non ci esibisce per molti anni dissensione alcuna fra i Romani e i Persiani; e però sembra che Diocleziano ottenesse l'intento suo, non solo di ricuperar le provincie e città perdute in Oriente, ma di lasciar quivi anche la quiete. Convien nondimeno confessare che troppo difficil cosa è il riferire a' suoi proprii anni le imprese di questi due imperadori, perchè d'esse fanno bensì menzione i panegiristi d'allora, ma senza ordine di tempi. Perciò può essere che appartenga all'anno seguente, come pensò il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.], la guerra fatta da Massimiano ai Germani di là dal Reno, con dare ampiamente il guasto al loro paese; e che medesimamente si debba differire ad esso anno la rinnovata amicizia dei Persiani con Diocleziano, e la spedizion dei regali fatta da quel re, e mentovata da Mamertino [Mamertinus, in Paneg. Maximian., cap. 10.]. Ma in fine, quel che importa, si è di saper gli avvenimenti d'allora, ancorchè non si possa con sicurezza assegnarne il tempo.
CCLXXXVIII
| Anno di | Cristo CCLXXXVIII. Indiz. VI. |
| Caio papa 6. | |
| Diocleziano imperadore 5. | |
| Massimiano imperatore 3. |