Consoli

Caio Giunio Tiberiano per la seconda volta e Dione.

Che Tiberiano fosse promosso in quest'anno al secondo consolato, si raccoglie da un'iscrizione da me [Thesaurus Novus Inscript., p. 268, n. 1.] data alla luce. E lo confermano i Fasti Fiorentini e il Catalogo de' prefetti di Roma pubblicati dal Bucherio. E perciocchè nell'anno 281 vedemmo console Caio Giunto Tiberiano, fondata conghiettura abbiamo per credere che fosse il medesimo che procedesse console ancora in quest'anno. Vero è che il suddetto Catalogo ci dà prefetto di Roma nell'anno presente Giunio Tiberiano: ma già abbiam detto essere probabile che fosse introdotto l'uso di unir insieme talvolta la dignità di console e di prefetto. Che il secondo console Dione fosse figliuolo, o piuttosto nipote di Cassio celebre storico, s'è giudicato con assai verisimiglianza, e perciò a lui pure han dato fondatamente alcuni il nome di Cassio Dione. L'autore [Genethliac. Maximian., cap. 4.] del Genetliaco di Massimiano (sia egli Eumene, o pur Mamertino) racconta l'abboccamento seguito in Milano fra i due Augusti. Concorrono forti motivi per crederlo succeduto in quest'anno [Pagius, Crit. Baron.], e certo seguì ne' primi mesi dell'anno. Correva allora un verno rigorosissimo [Genethliac. Maximian., cap. 9.] con ghiaccio e nevi dappertutto, e sì aspro freddo che, per così dire, gelava il fiato delle persone. Contuttociò Diocleziano dalla Soria sen venne per la Pannonia in Italia. Massimiano dalle Gallie per le vie di Monaco passò anch'egli in queste parti con tal sollecitudine, viaggiando amendue con poco seguito di notte e di giorno, che quasi pervennero prima de' corrieri da loro spediti innanzi. L'abboccamento di essi si fece, come dissi, in Milano con plauso inusitato di quel popolo, per lo inaspettato loro arrivo e presenza, non meno che per la mirabil loro concordia. Il senato romano spedì in questa congiuntura i più illustri senatori a quella città, per complimentare i due Augusti, giacchè si seppe che non erano per passar a Roma. Non si può fallare pensando che l'oggetto di un tale abboccamento fosse di consultare insieme de' mezzi per sostenere l'imperio in mezzo a tante turbolenze, e domare i ribelli; e che allora divisassero di venire alla risoluzione, di cui parleremo all'anno seguente. Abbiamo poi dal suddetto panegirico [Panegyr. Maximian., cap. 16.] (recitato, per quanto sembra, nell'anno presente in Treveri alla presenza di Massimiano) che in questi tempi nel cuor dell'imperio si godeva gran tranquillità, e che copiosissimi erano stati i raccolti. All'incontro, i Barbari tutti si trovavano involti in fiere guerre insieme. Cioè in Africa erano fra loro in rotta i Mori; nella Sarmazia i Goti combattevano contra dei Borgognoni, i quali, avendo la peggio, s'erano raccomandati agli Alemanni per soccorso, con dirsi (cosa che pare strana) aver poi essi Borgognoni occupato il paese degli amici. Similmente i Tervigi, altra spezie di Goti, uniti coi Taifali, aspra guerra aveano mosso ai Vandali e Gepidi. Lo stesso maligno influsso provavano i Persiani [Agathias. Eutychius. Sincellus.], perchè Osmida s'era sollevato contra del fratello re di Persia, avendo dalla sua i popoli Sacchi, Russi e Gelli. Finalmente i Blemmii confinanti all'Egitto erano in guerra coi popoli dell'Etiopia. Certamente le discordie presenti dei Barbari tornavano in vantaggio del romano imperio; tuttavia non mancavano ad esso imperio i suoi guai, e ne abbiam già fatta menzione. Lo stesso andarsi sempre più agguerrendo que' Barbari ridondò in danno de' Romani col tempo, siccome andremo vedendo. Potrebbe essere che in questi tempi succedesse ciò che racconta Eumene, o sia Mamertino, con dire che Massimiano Erculio popolò il paese incolto di Cambray e di Treveri con gente del paese de' Franchi, la quale si era sottoposta ai Romani. Anche Eusebio [Euseb., in Chronic.] nota sotto quest'anno, che essendosi ribellate a' Romani Busiri e Copto, città dell'Egitto, furono prese e spianate, non si sa da qual generale degli Augusti. Secondo questo istorico, sembra che non fosse per anche succeduta la ribellione d'Achilleo, se pur l'eccidio delle due suddette città non si dee prendere per indizio della medesima ribellione.


CCXCII

Anno diCristo CCXCII. Indizione X.
Caio papa 10.
Diocleziano imperadore 9.
Massimiano imperatore 7.

Consoli

Annibaliano ed Asclepiodoto.

Noi vedremo prefetto di Roma nell'anno 297 Afranio Annibaliano. Verisimilmente lo stesso fu che procedette console nell'anno presente. Claudio Marcello nel Catalogo del Bucherio [Bucher, in Cyclo.] si truova prefetto di Roma al dì 3 di agosto di quest'anno. In esso appunto succedette una riguardevol novità nel romano imperio. Tra perchè da più parti era esso o minacciato dai Barbari, o lacerato dai ribelli, nè i due Augusti potevano accudire a tutto [Lactantius, de Mortibus Persecutor., cap. 7.]; e perchè Diocleziano, uomo di naturale pauroso, non amava molto di esporsi ai pericoli, prese egli col collega Massimiano la risoluzion di scegliere due valorosi generali d'armata, il braccio de' quali alleviasse loro le fatiche. E per maggiormente tenerli uniti e subordinati al loro comando, giudicarono meglio di dare ad essi il nome di Cesari, equivalente a quel d'oggidì il re de' Romani. Quanto all'anno di tale elezione, discordano forte Cassiodoro, Idacio, Eusebio e la Cronica Alessandrina. Le ragioni addotte dal Pagi [Pagius, Crit.] bastanti sono a persuaderci che ciò succedesse nell'anno presente, allorchè i due Augusti si trovavano in Nicomedia nel dì primo di marzo [Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 7. Eutropius. Aurel. Vict. Eusebius.]. Furono gli eletti Costanzo Cloro e Galerio Massimo, tutti e due adottati per figliuoli da essi imperadori, ed insieme obbligati a ripudiar le loro mogli, siccome era succeduto a Tiberio imperadore, affinchè sposassero le figliuole de' medesimi Augusti. Costanzo prese per moglie Teodora figliastra di Massimiano, e Galerio Valeria figlia di Diocleziano. Ai novelli Cesari fu conceduta la tribunizia podestà, con cui andava congiunta una notabil autorità. Nè qui si fermò la lor fortuna. Per tutto il tempo addietro, avvegnachè vi fossero più imperadori e cesari, sempre l'imperio romano era stato unito. Fecesi ora una specie di divisione, che diede da mormorar non poco a tutti gl'intendenti ed amatori della maestà romana, prevedendo che in tal forma verrebbe ad indebolirsi l'imperio, e a cadere col tempo in rovina: quando, all'incontro, i due Augusti si figuravano che attendendo cadaun d'essi imperadori e cesari alla difesa della propria porzione, e con prontezza ad aiutare gli altri che abbisognassero di soccorso, più saldezza ne acquisterebbe l'imperio. Nè certo questo era smembramento dell'imperio stesso, ma un comparto amichevole fra quei quattro principi; imperciocchè durava la concordia del governo fra loro; le leggi fatte dagli Augusti seguitavano a correre per tutte le provincie; e l'uno di questi principi, secondo le occorrenze, passava nelle provincie dell'altro.

Secondo le antiche notizie [Aurelius Victor, in Epitome.], a Costanzo Cesare furono assegnate le provincie tutte di là dall'Alpi, cioè le Gallie, le Spagne, la gran Bretagna e la Mauritania Tingitana, siccome provincia dipendente dalla Spagna. A Massimiano Erculio Augusto fu data l'Italia e il resto dell'Africa colle isole spettanti alle medesime. A Galerio Cesare la Tracia e l'Illirico colla Macedonia, Pannonia e Grecia. Diocleziano Augusto ritenne per sè la Soria e tutte l'altre provincie d'Oriente, cominciando dallo stretto di Bisanzio, e riserbossi anche l'Egitto, ricuperato dalle mani di Achilleo. Ne già si tardò a sentir le cattive conseguenze di questa moltiplicazion di principi e divisione di Stati. Buon testimonio è Lattanzio [Lactantius, de Mortib. Persecutor., cap. 7.], con dire, che volendo cadaun di que' regnanti tener corte non inferiore a quella degli altri, ed esercito che non la cedesse a que' dei colleghi, si accrebbero a dismisura le imposte e gabelle per soddisfare alle spese, e con tali aggravii, che in moltissimi luoghi erano lasciate incolte le campagne, giacchè, pagati i pubblici pesi, non restava da vivere ai coltivatori e padroni delle medesime. Ed allora fu, per attestato di Aurelio Vittore [Aurelius Victor, Epitome.], che l'Italia, non ad altro obbligata fin qui che a provvedere viveri alla corte e alle milizie di suo seguito, cominciò, al pari delle provincie oltramontane, a pagar tributo, lieve bensì sul principio, ma che andò poscia a poco a poco crescendo sino all'eccesso, e produsse in fine la total sua rovina. Quanto ai suddetti due Cesari, derivavano amendue dall'Illirico, onde erano anche usciti Diocleziano e Massimiano. Costanzo, soprannominato Cloro dagli storici [Pollio, in Claudio.], forse pel color pallido del volto, o verde del vestito, ebbe per padre Eutropio, il quale dicono che fosse uno dei meglio stanti del suo paese, e che per moglie avesse Claudia figliuola di Crispo, cioè di un fratello di Claudio il Gotico imperadore. Certamente gli antichi storici il fanno discendente dalla casa di quell'Augusto per via di donne; e forse per questo ne' suoi posteri si trova rinnovata la famiglia Claudia. Che nondimeno la nobiltà e le facoltà di sua casa non fossero molte, si può dedurre dall'aver egli studiato poco le lettere, e cominciata la sua fortuna dal più basso della milizia, e dal sopportar le fatiche proprie da' soldati gregarii nelle armate di Aureliano e di Probo. Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.] sembra quasi indicare che egli fosse nato poveramente in villa, dicendo che tanto egli come Galerio aveano poca civiltà, ma che, avvezzi alle miserie della campagna e della milizia, riuscirono poi utili alla repubblica. L'anonimo del Valesio [Anonymus Vales. post Ammian.] scrive che Costanzo fu il primo soldato nelle guardie del corpo dell'imperadore, poscia pel suo valore tribuno, o sia colonnello di una legione, e giunse ad esser governator della Dalmazia, con essersi segnalato in varie occasioni di guerra. In tal credito certamente egli salì, che fu giudicato degno di esser creato Cesare in quest'anno dai due Augusti. Nelle iscrizioni e medaglie si vede egli chiamato Flavio Valerio Costanzo. Perchè Valerio, s'intende, essendo egli stato adottato dall'uno degl'imperadori, amendue portanti il nome d'essa famiglia. Perchè Flavio, non si sa, credendosi un'adulazione quella di Trebellio Pollione, che il fa discendere da Flavio Vespasiano. Delle ottime qualità di questo principe parleremo altrove; principe, la cui maggior gloria fu l'essere stato padre di Costantino il Grande, a lui nato circa l'anno di Cristo 274, mentre egli militava nell'Elvezia.