Per quel che riguarda Galerio, l'altro dei nuovi Cesari, anch'egli era nato bassamente in villa presso Serdica, o sia Sardica, capitale della nuova Dacia [Lactantius, de Mort. Persec., cap. 9. Aurel. Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.]. Romula sua madre, nemica de' cristiani in quel paese, perchè non voleano intervenire ai suoi empi sacrifizii e conviti, gli inspirò fin da picciolo un odio grande contro la religione di Cristo. Che i suoi genitori fossero contadini, lo dicono i vecchi storici, e si argomenta dal soprannome di Armentario, che gli vien dato dagli antichi scrittori. Anche egli col mestiere dell'armi si acquistò tal fama, che dai due Augusti fu creduto meritevole di essere promosso alla dignità di Cesare. Noi il vediam nominato nelle medaglie Caio Galerio Valerio Massimiano. Se dice il vero Eutropio [Eutrop., in Breviario.], meritavano lode i di lui costumi; ma Lattanzio [Lactant., de Mort. Persec., cap. 9.], all'incontro, ci assicura che nel portamento e nelle azioni di costui compariva quell'aria di selvatichezza ch'egli portò dalla nascita, ma ch'egli vi aggiunse anche col tempo un'insopportabil fierezza e crudeltà, per cui scompariva quel poco di buono che in lui si trovava [Aurelius Victor, in Epitome.]. Sprezzava egli le lettere e chi le coltivava, non amando se non le persone militari, le quali ancora, benchè ignoranti, erano da lui promosse ai magistrati civili con discapito grande della giustizia. L'ambizione sua vedremo che portò Diocleziano a deporre il baston del comando; così l'avidità del danaro, per cui impose esorbitanti aggravii, trasse i popoli ad una miserabil rovina. A lui specialmente vien attribuita la crudel persecuzione mossa contro ai cristiani, che accenneremo a suo tempo. Quel che fu mirabile [Vopiscus, in Caro. Julian., Oratione I. Aurel. Vict., ibid.], per varii anni si osservò una rara unione fra questi quattro principi, gareggiando tutti nel promuovere gl'interessi della repubblica. Diocleziano veniva considerato quel padre di tutti, e i suoi ordini e voleri fedelmente erano eseguiti dagli altri; ed arte non mancava allo stesso Diocleziano per tener contenti i subordinati colleghi, con dissimular i loro trascorsi, e soprattutto procurando di dar nella lesta ai seminatori di zizzanie e di false relazioni, perchè certo dal suo canto egli non ometteva diligenza alcuna per conservar la buona intelligenza ed armonia con chi si mostrava dipendente da lui. Dicemmo già che un Giuliano avea usurpato l'imperio nell'Africa. Credesi che in quest'anno Massimiano Erculio passasse in quelle parti, come poste sotto il comando suo nel comparto dell'imperio, ed obbligasse quel tiranno a trapassarsi il petto col ferro e a gittarsi nel fuoco. Abbiamo da Eumene, o sia Eumenio [Eumen., in Panegyr. Constant.], che Costanzo, dappoichè fu dichiarato Cesare, con tal fretta passò nelle Gallie a lui destinate per comandarvi, che non v'era per anche giunto l'avviso di avervi egli a venire, anzi nè pure la notizia della sublime dignità a lui conferita. La nuova a lui portata che le genti di Carausio tiranno della Bretagna, venute con molte vele per mare, aveano occupato Gesoriaco (oggidì Bologna di Picardia) fu a Costanzo un acuto sprone per volar colà ed imprenderne l'assedio. Affinchè non potesse approdarvi soccorso alcuno per mare, nè fuggir di là quella man di corsari, fece egli con alte travi, conficcate intorno al porto, piantare una forte palizzata. Fu obbligata quella guarnigione alla resa, e Costanzo l'arrolò fra le sue truppe. Il che fatto, quasichè fin allora il mare avesse rispettata la palizzata suddetta, a forza d' onde la smantellò. Diedesi poi Costanzo a far preparamenti di navi per liberar la Bretagna dalle mani di esso Carausio, il quale godea bensì la pace in quell'isola, ma non lasciava di star ben armato e in guardia per difendersi, qualora si vedesse assalito. A quest'anno, o pure al seguente, scrive Eusebio [Eusebius, in Chron.] che i popoli Carpi e Basterni furono condotti ad abitar nelle provincie romane: segno che nel loro paese con vittoriosi passi erano entrati i Romani, se pur coloro non furono dalla forza di altri Barbari cacciati dal loro paese. La nazion loro vien creduta germanica, ma abitante alla Vistola, in quella che oggi si chiama Polonia. Probabilmente questa guerra appartiene all'anno 294, siccome diremo.
CCXCIII
| Anno di | Cristo CCXCIII. Indizione XI. |
| Caio papa 11. | |
| Diocleziano imperadore 10. | |
| Massimiano imperadore 8. |
Consoli
Caio Aurelio Valerio Diocleziano Augusto per la quinta volta e Marco Aurelio Valerio Massimiano Augusto par la quarta.
Settimio Acindino fu in quest'anno prefetto di Roma, e continuò in tal dignità anche nell'anno seguente. Si aspettava Carausio, occupator della Bretagna, la guerra dalla parte della Gallia, senza avvedersi che una più perniciosa, perchè occulta, gli si preparava in casa [Aurelius Victor. Eutropius. Eumenes.]. Alletto, o sia Alesto, ministro di sua maggior confidenza, fosse per timore che piombasse il gastigo sopra i delitti da lui commessi, o pure per sola vaghezza di comandare, l'assassinò con torgli la vita: dopo di che prese col titolo d'Augusto il dominio di quelle provincie, ed ebbe forza e maniera per tenerlo lo spazio di alcuni anni. Questo accidente, per cui forse rimasero sconcertate alcune segrete misure di Costanzo Cesare, cagion fu ch'egli per ora non impiegasse l'armi sue verso la Bretagna, ma che le volgesse contro de' Cauchi, o Camavi, e dei Frisoni, che possedevano il paese bagnato dalla Schelda, cioè quel che ora vien chiamato i Paesi Bassi. Ancorchè in quei tempi un tal paese fosse pien di boschi e paludi, ossia di acque stagnanti, cioè di siti difficili a farvi guerra, tanta nondimeno fu l'industria e la ostinazion di Costanzo, che ridusse tutte quelle barbariche popolazioni a rendersi. Il che fatto, trasportò quella gente colle mogli e figliuoli nelle Gallie, dando loro terreno da coltivare, senza lasciar armi ad essi, acciocchè si avvezzassero ad ubbidire, senza più pensare a ribellarsi. Ciò che in questi tempi operassero i due Augusti e Galerio Cesare, resta ignoto. Dalle leggi che abbiamo, date nell'anno presente ed accennate dal Relando [Reland., Fast. Consul.], si vede Diocleziano soggiornante nell'Illirico, o nella Tracia, provincie governate da esso Galerio, ma senza apparire quali imprese militari si facessero in quelle parti. Se vogliam credere ad Eusebio [Eusebius, in Chron.], cominciò Diocleziano in questi tempi a farsi adorare qual dio, cioè, per quanto io m'avviso, con obbligar le persone ad inginocchiarsi davanti a lui, come si usava coi boriosi re di Persia, da' quali forse avea appreso questo costume, laddove bastava in addietro salutare i precedenti Augusti con inchinar la fronte, come si faceva anche coi giudici. S'egli pretendesse di più, nol saprei dire. Proruppe ancora in isfoggi di vanità, col mettersi a portar gemme nelle vesti, e fino nelle scarpe: dal che s'erano guardati quei precedenti imperadori che furono in concetto di moderati e savii.