CCXCVI
| Anno di | Cristo CCXCVI. Indizione XIV. |
| Marcellino papa 1. | |
| Diocleziano imperadore 13. | |
| Massimiano imperadore 11. |
Consoli
Caio Aurelio Valerio Diocleziano Augusto per la sesta volta e Flavio Valerio Costanzo Cesare per la seconda.
La carica di prefetto di Roma, secondo l'antico Catalogo del Cuspiniano e Bucherio, fu esercitata da Cassio Dione in quest'anno, nel quale mancò di vita Caio romano pontefice [Anastas. Bibliothecar.]. A lui succedette nella sedia di San Pietro Marcellino. Fecondo di vittorie fu l'anno presente ai principi romani, se pur si può accertare nella cronologia di quei fatti, fatti per altro certissimi. Costanzo Cesare, ardendo sempre di voglia di riacquistar la Bretagna, con torla dalle mani dell'usurpatore Alletto [Eumenes, in Constant. Eutropius. Aurelius Victor.], teneva già in ordine buon esercito e poderose flotte per far vela verso colà. Ma sospettando che i Franchi ed altri popoli della Germania, allorchè vedessero lui impegnato nella guerra oltre mare, secondo il lor uso, tentassero d'inquietar le Gallie, raccomandossi a Massimiano Augusto, padrigno di sua moglie, pregandolo di venir alla difesa di que' confini. Venne in fatti, per attestato d'Eumenio, Massimiano al Reno, e bastante fu la sua presenza a tenere in briglia i popoli nemici. Intanto con ardore incredibile si mossero le flotte di Costanzo verso la Bretagna. Su quella ch'era a Gesoriaco, cioè a Bologna di Picardia, s'imbarcò egli; ed ancorchè il mare fosse gonfio, e poco favorevole il vento, pure animosamente sciolse dal lido. Pervenuto questo avviso all'altra flotta preparata alla sboccatura della Senna, accrebbe il coraggio a quei soldati e marinari in maniera, che al dispetto del tempo contrario si mossero anch'essi. Era comandante d'essa Asclepiodoto prefetto del pretorio. Riuscì a questa col benefizio d'una densa nebbia di andar a dirittura con prospero cammino nella Bretagna, senza essere scoperta da Alletto, che colla sua s'era postato in osservazione all'isola Vetta, oggidì di Wight. Appena ebbe Asclepiodoto afferrato il lido, e sbarcate le truppe e le munizioni tutte, che fece dar fuoco alle navi, acciocchè i suoi, veggendosi tolta la speranza d'ogni scampo, sapessero che nelle lor sole braccia era riposta la salute, ed anche per impedir che que' legni non cadessero in poter de' nemici. Atterrito Alletto parte dalla notizia che Costanzo veniva contra di lui con una flotta, e che l'altra, già pervenuta in terra ferma, minacciava tutte le sue città, lasciata andare l'armata sua navale, co' suoi se ne ritornò anch'egli indietro, e si mise in campagna contra di Asclepiodoto. Senza aspettare di aver unite tutte le sue forze, e senza nè pur mettere in ordine di battaglia quelle che seco avea, coi soli Barbari di suo seguito assalì egli dipoi i Romani. Rimase sconfitto, ed anch'egli lasciò nel combattimento la vita, con essersi poi appena potuto discernere il cadavero suo, per aver egli deposto l'abito imperiale, che avrebbe potuto farlo conoscere nella zuffa o nella fuga. Ma forse molto più tardi accadde la caduta di costui. Intanto la flotta, dove era Costanzo Cesare, più per accidente che per sicura condotta, a cagion delle folte nebbie, imboccò il Tamigi, e per esso si spinse fino alla città di Londra. L'arrivo suo fu la salute di quel popolo; imperciocchè essendosi ridotti colà i Franchi ed altri Barbari che si erano salvati dalla rotta di Alletto, mentre concertavano fra loro di dare il sacco alla città, e poi di fuggirsene, eccoli giugnere loro addosso Costanzo colle sue milizie, e tagliarli lutti a pezzi, con salvar le vite e i beni di que' cittadini. Così in poco tempo tutto quel paese della Bretagna, che ubbidiva già all'aquile romane, tornò alla division di Costanzo, con estremo giubilo di quei popoli, per vedersi liberi dai tiranni e dai Barbari ausiliarii, e più perchè trovarono in Costanzo non un nemico, nè un vendicativo, ma un principe pien di clemenza. Perdonò egli a tutti, ed anche ai complici della ribellione [Eumenes., Panegyr. Constant., cap. 6.], e fece restituire ai particolari tutto quanto era stato loro tolto o dai tiranni passati, o dalle sue medesime milizie. Così fu restituita le quiete e l'allegrezza alle contrade romane della Bretagna; e i popoli, non per anche soggiogati in essa, un sommo rispetto cominciarono ad osservare verso i Romani. Le Gallie anche esse restarono libere dalle molte vessazioni patite in addietro per cagione di que' corsari.
A questo medesimo anno, se non falla la Cronica d'Eusebio [Eusebius, in Chron.], si dee riferir la spedizione di Diocleziano Augusto contra di Achilleo usurpatore dell'Egitto [Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.]. Tenne egli assediata per otto mesi Alessandria, e, secondo Giovanni Malala [Johannes Malala, in Chronograph.], le tolse l'uso dell'acqua, con rompere gli acquidotti. Finalmente entratovi, dimentico affatto della clemenza, non solamente tolse di vita il tiranno ed altri suoi complici, ma permise a' suoi soldati il sacco di quella insigne città, e poi, datole il fuoco, ne fece diroccar le mura. Innumerabili furono coloro che rimasero spogliati delle lor facoltà e cacciati in esilio. Una favola sarà il raccontar esso Malala, che avendo Diocleziano ordinato che non si cessasse di uccidere gli Alessandrini, finchè il sangue loro non arrivasse ai ginocchi del suo cavallo, per accidente nell'entrar egli nella città, inciampando il suo cavallo in un uomo ucciso, si tinse di sangue il ginocchio. Diocleziano allora comandò che desistessero dalla strage, per essersi adempiuto il suo giuramento: perlochè quel popolo alzò dipoi una statua di bronzo al di lui cavallo. Il solo Eumenio da panegirista adulatore esalta la clemenza di Diocleziano, con cui avea data la pace all'Egitto; imperciocchè lo stesso Eutropio [Eutrop., in Breviar.], oltre ad altri scrittori [Euseb., in Chron. Orosius et alii.], ci assicura ch'egli con somma crudeltà trattò que' popoli. Galerio Massimiano presso Eusebio [Euseb., Hist. Eccl. lib. 8, cap. 17.] si truova intitolato Egiziano e Tebaico: indizio ch'egli, siccome il bravo Diocleziano, faticò in quella impresa. Nella Istoria Miscella [Histor. Miscella in Dioclet.] è scritto che Costantino figlio di Costanzo accompagnò Diocleziano colà, e militando diede più segni del suo valore. Se poi crediamo a Suida [Suidas, in Excerpt.], in questa occasione fece Diocleziano cercare e bruciare quanti libri potè ritrovare che trattassero d'alchimia, cioè di cangiare i metalli, convenendoli in oro ed argento. Credono alcuni che, prestando egli fede a que' decantati segreti, volesse levare a que' popoli i mezzi da ribellarsi. Più probabile è, che, tenendoli per cose vane, siccome sono in fatti, egli cercasse di guarir quella gente da cotal malattia. Quando quei libri avessero contenuto il segreto di far oro ed argento, non era sì corto di giudizio Diocleziano che gli avesse dati alle fiamme: avrebbe saputo ritenerli per valersene in suo pro. Oltre a questo, egli visitò tutto il paese; ed abbiamo da Procopio [Procop., de Reb. Pers., lib. 1, cap. 19.], che avendo trovato un gran tratto di paese nell'alto Egitto confinante coll'Etiopia, o sia colla Nubia, il cui mantenimento portava più spesa che profitto a cagion delle scorrerie che vi faceano continuamente i Nubiani, per via di una convenzione lo rilasciò ai medesimi, con obbligarli a tenere in freno i Blemmii ed altri popoli dell'Arabia, acciocchè non molestassero l'Egitto. Aggiugne Olimpiodoro [Olympiodorus, Eclog. in Histor. Byzant.] che Diocleziano, invitato dai Blemmii, andò a divertirsi nel loro paese, e che loro accordò un'annua pensione per averli amici: il che a nulla servì col tempo, essendo troppo avvezzi coloro al mestier del rubare, che tuttavia a' dì nostri continua in quel paese, altri non essendo stati i Blemmii, se non una nazione d'Arabi masnadieri. Osserva ancora Procopio che in que' paesi erano miniere di smeraldi; il che veggo confermato dai moderni viaggiatori, i quali nondimeno asseriscono non sapersi più il sito di quelle, per vendetta fatta da un principe d'Arabi, perseguitato indebitamente dall'avarizia turchesca.
CCXCVII
| Anno di | Cristo CCXCVII. Indizione XV. |
| Marcellino papa 2. | |
| Diocleziano imperadore 14. | |
| Massimiano imperadore 12. |