Consoli
Marco Aurelio Valerio Massimiano Augusto per la quinta volta e Caio Galerio Massimiano Cesare per la seconda.
Afranio Annibaliano tenne in questo anno la prefettura di Roma. Se fosse vero che nell'anno presente Eumenio recitata avesse la sua orazione delle scuole di Autun, come ha creduto il padre Pagi con altri [Pagius, Critic. Baron. De la Baune et alii.], sarebbe da dire che in quest'anno fosse già cominciata la guerra fatta da Galerio Massimiano contro ai Persiani. Ma non è ciò esente da dubbii, potendo essere che nel corrente anno, o pur nel seguente, come pensa il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.], quell'orazione venisse recitata, non contenendo essa indizio certo dell'anno, oltre all'aver anche alcuni dubitato se Eumenio ne sia l'autore. Sia dunque a me permesso rammentar qui la guerra persiana di Galerio, giacchè Eutropio [Eutrop., in Breviario.], Eusebio [Eusebius, in Chronic.], Idacio [Idacius, in Fastis.] e la Cronica Alessandrina [Chronic. Alexandrinam.] la riferiscono dopo la liberazion dell'Egitto: confessando io nondimeno che Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.] e Giovanni Malala [Johannes Malala, in Chronograph.] sembrano rapportarla al tempo avanti. Zonara [Zonaras, in Annalibus.] ne parla come se fossero tutte e due nello stesso tempo succedute. Regnava allora nella Persia non so se Narseo, o sia Narse, o Narsete, o pur Vararane, principe ambizioso, che s'era messo in testa di non la cedere a Sapore, avolo suo, nella gloria di conquistatore. Avea egli già tolto ai Romani l'Armenia, e con formidabil armata minacciava il resto dell'Oriente. Diocleziano, per attestato di Lattanzio [Lactantius, de Mortibus Persecutor., cap. 9.], non si sentendo voglia di far pruova del suo valore contra di coloro, per non incorrere nella sciagura di Valeriano Augusto, diede, secondo il solito, l'incumbenza d'essa guerra al suo gran campione, cioè a Galerio Massimiano Cesare, con andarsene egli a riposare in Antiochia col pretesto di attender ivi alla spedizione di gente e di viveri all'armata di Galerio a misura de' bisogni. Era Galerio uomo arditissimo, ed Orosio [Orosius, Histor., lib. 7, cap. 25.] parla di due combattimenti contro i Persiani, ma senza dirne l'esito. Convengono poi tutti gli storici [Aurelius Victor, in Epitome. Julianus, Oratione I. Ammianus Marcellin. et alii.] che in un d'essi, o pure nel terzo, egli totalmente rimase sconfitto dai nemici, non già per sua dappocaggine, ma per sua temerità, avendo voluto con poche schiere de' suoi assalir le moltissime dei Persiani. Da una o due parole di Eusebio [Euseb., in Chronic.], e da altre di Eutropio [Eutrop., in Breviar.] e di Rufo Festo [Rufus Festus, in Breviar.], ricaviamo che lo stesso Galerio venne in persona ad informar Diocleziano de' suoi sinistri avvenimenti; ma fu sì sgarbatamente, e con tale alterigia e sprezzo ricevuto da Diocleziano, che fu costretto a tenergli dietro per più di un miglio di viaggio a piedi vicino alla carrozza con tutto il suo abito di porpora indosso. Potrebbe essere che nel precedente anno tutto questo avvenisse. Ma per tal disavventura ed ignominia in vece di perdere il coraggio, Galerio maggiormente si sentì animato alla vendetta. Raunato dunque un possente esercito [Jordan., de Reb. Getic., cap. 21. Lactantius, de Mortibus Persecut., cap. 9. Rufus Festus, in Breviar. Eutropius et alii.], massimamente di veterani e di Goti nell'Illirico e nella Mesia, con esso passò nell'Armenia, per azzuffarsi di nuovo col re persiano. Diocleziano anch'egli con molte forze si avvicinò ai confini della Persia nella Mesopotamia, per fiancheggiar Galerio, ma lungi dai pericoli. Mirabile fu questa volta la circospezione e sagacità di Galerio, dopo aver imparato dianzi alle sue spese. In persona con due soli compagni andò egli prima a spiare l'armata nemica, e seppe sì ben disporre le insidie e cogliere il tempo, che, assalito all'improvviso il campo nemico, superiore bensì di forze, ma impedito da gran bagaglio, interamente lo disfece con orrido macello della gente persiana. Scrive Zonara [Zonaras, in Annalibus.] che il re loro se ne fuggì portando seco per buona ricordanza del fatto una ferita. Ma restò prigioniera la di lui moglie, o pure, come altri vogliono, le di lui mogli, sorelle e figliuoli dell'uno e l'altro sesso, con assaissime altre persone della prima nobiltà della Persia. Lo spoglio del campo nemico fu d'immense ricchezze, e ne arricchirono tutti i soldati. Ebbe cura Galerio, per attestato di Pietro Patrizio [Petrus Patritius, de Legat. Tom. I Histor. Byzant.], che fossero trattale con tutta proprietà e modestia le principesse prigioniere: atto sommamente ammirato dai Persiani, i quali furono forzati a confessare che i Romani andavano loro innanzi, non meno nel valore dell'armi che nella pulizia de' costumi. Avrà pena il lettore a credere ad Ammiano Marcellino [Ammianus Marcellinus, lib. 22.], allorchè racconta, che avendo un soldato trovato in quell'occasione un sacco di cuoio, se pur non fu uno scudo, dove era gran quantità di perle, gittò via le perle, contento del solo scudo o sacco: tanto erano allora le armate romane lontane del lusso, e ignoranti nelle cose di vanità. Certo un grande ignorante dovea essere costui!
Giovanni Malala [Joannes Malala, in Chronogr.] lasciò scritto che Arsane regina di Persia, rimasta prigioniera, fu condotta ad Antiochia, ed ivi nel delizioso luogo di Dafne per alcuni anni con tutto onore mantenuta da Diocleziano, finchè, fatta la pace, fu restituita al marito. Aggiunge ch'esso Augusto per la vittoria suddetta provar fece a tutte le province la sua liberalità. Ma non sussiste che per alcuni anni durasse la prigionia della regina persiana. Imperciocchè Narse, dopo essere fuggito sino alle parti estreme del suo reame, rivenne in sè stesso, e spedì a Galerio uno de' suoi più confidenti [Petrus Patricius, de Legat. Tom. I Hist. Byzant.], per nome Afarban, affinchè umilmente il pregasse di pace, con dargli un foglio in bianco per quelle condizioni che più piacessero ad esso Galerio. Nè altro chiedeva quel re, fuorchè la restituzion delle sue donne e de' suoi figliuoli, perchè nel resto sperava buon trattamento dalla generosità romana, la quale non vorrebbe troppo eclissata la monarchia persiana, cioè uno dei due occhi, o pur dei due soli che si avesse allora la terra. L'ambasciata andò; e Galerio in collera rispose che non toccava ai Persiani il domandare ad altrui della moderazion nella vittoria dopo gl'indegni trattamenti da lor fatti a Valeriano Augusto, e che egli restava più tosto offeso delle lor preghiere. Nientedimeno voleva ben ricordarsi del costume de' Romani, avvezzi a vincere i superbi e resistenti, e a trattar bene chi si sottometteva. Con questo licenziò l'ambasciatore, dicendogli che il di lui padrone sperasse di riveder presto persone a lui tanto care. Venne Galerio a Nisibi nella Mesopotamia, dove si trovava Diocleziano, per conferir seco le proposizioni del re nemico. Con grande onore fu allora ricevuto, e si trattò fra loro se si avea da dar mano alla pace. Pretendeva Galerio che si seguitasse la vittoria [Aurelius Victor, Epitome.], in guisa che si facesse della Persia una provincia soggetta all'imperio romano. Ma Diocleziano, che la volea finire, e più dell'altro scorgeva quanto fosse malagevole il tenere in ubbidienza quel vasto regno, si ridusse a più discrete pretensioni. Fu dunque spedito a Narse il segretario Sicorio Probo, il quale, trovato il re nella Media vicino al fiume Asprudis, fu molto onorevolmente accolto; ma non ebbe sì tosto udienza, perchè Narse volle dar tempo a' suoi fuggiti dalla battaglia di comparir colà. L'udienza fu fata alla presenza del solo Afarban e di due altri; e Probo dimandò che il re cedesse ai Romani cinque provincie poste di qua dal fiume Tigri verso la di lui sorgente, ciò l'Intelene, la Sofene, l'Arzacene, la Carduene e la Zabdicene. Pretese inoltre che il Tigri fosse il divisorio delle monarchie, Nisibi il luogo di commercio fra le due nazioni; che l'Armenia sottoposta ai Romani arrivasse fino al castello di Zinta sui confini della Media; e che il re d'Iberia ricevesse la corona dall'imperatore. A riserva dell'articolo Nisibi, Narse accordò tutto, e rinunziò ad ogni sua pretensione sopra la Mesopotamia: con che seguì la pace, e furono restituiti i prigioni. Gloria ed utilità non poca provenne dalla suddetta vittoria all'imperio romano; perchè, a testimonianza di Rufo Festo [Rufus Festus, in Breviario. Libanius, in Basilic.], durò la stabilita pace sino ai suoi giorni, cioè per quaranta anni, avendola rotta i Persiani solamente verso il fine del governo di Costantino, per riaver le provincie cedute, siccome in fatti le riebbero. Galerio per questa sì fortunata campagna si gonfiò a dismisura; e, siccome avvertì Lattanzio [Lactantius, de Mortib. Persec.], prese i titoli fastosi di Persico, Armeniaco, Medico e Adiabenico, quasichè egli avesse soggiogate tutte quelle nazioni. Quel che è più ridicolo, da lì innanzi egli affettò il titolo di figliuolo di Marte, laonde Diocleziano cominciò a temer forte di lui. Si sa che nel presentare a Galerio le lettere di esso Diocleziano col titolo consueto di Cesare, più volte egli esclamò dicendo: E fin a quando io dovrò ricevere questo solo titolo? Potrebbe essere che nel presente anno ancora Massimiano Augusto e Costanzo Cloro Cesare riportassero altre vittorie dal canto loro contra dei Barbari; ma giacchè il tempo preciso delle loro imprese non si può fissare, parlerò dei loro fatti negli anni seguenti.
CCXCVIII
| Anno di | Cristo CCXCVIII. Indizione I. |
| Marcellino papa 3. | |
| Diocleziano imperadore 15. | |
| Massimiano imperadore 13. |
Consoli
Anicio Fausto e Virio Gallo.
Così ho io descritto i nomi di questi consoli, appoggiato a due iscrizioni che si leggono nella mia Raccolta [Thesaurus Novus Inscript., pag 370.], senza dare a Fausto il secondo consolato, come alcuno ha tenuto; e con chiamare il secondo console Virio, e non Severo, come fa la Cronica Alessandrina. Artorio Massimo, per attestato degli antichi cataloghi, fu prefetto di Roma in questo anno. Potrebbe essere che all'anno presente appartenesse la guerra fatta da Costanzo Cesare contra degli Alamanni. Eusebio [Euseb., in Chron.] la riferisce circa questi tempi. Eutropio [Eutrop., in Breviar.] e Zonara [Zonaras, in Annalibus.] ne parlano prima della guerra di Persia. Erano in armi gli Alamanni, e con poderoso esercito venuti alla volta di Langres nelle Gallie, sorpresero in maniera Costanzo, che fu forzato a ritirarsi precipitosamente colle sue genti. Pervenuto a quella città, vi trovò chiuse le porte, per timore che v'entrassero i nemici. Se volle salvarsi, gli convenne farsi tirar su per le mura con delle corde. Ma raccolte in meno di cinque ore tutte le sue milizie, coraggiosamente uscì addosso ai nemici, li sbaragliò, e ne fece restar freddi sul campo sessantamila, come ha il testo latino di Eusebio, Eutropio, Orosio [Orosius, lib. 7, cap. 25.] e Zonara. Ma chi è pratico delle guerre, e sa che d'ordinario troppo da' parziali s'ingrandiscono le vittorie, avrà ben ragionevolmente dubbio, che invece di sessantamila s'abbia a leggere sei mila, come appunto sta nel testo greco di Eusebio e di Teofane [Teophanes, in Chronico.]. In questa battaglia restò ferito Costanzo. Eutropio dopo sì gloriosa vittoria seguita a dire che Massimiano Augusto nell'Africa terminò la guerra contro ai Quinquegenziani con averli domati, e costretti a chieder pace, ch'egli loro non negò.