Diedesi principio a questa lagrimevol tragedia, per attestato di Lattanzio, nel dì 25 di febbraio dell'anno presente, in cui il prefetto del pretorio con una man di soldati si portò alla chiesa di Nicomedia, posta sopra una eminenza in faccia al palazzo imperiale. Rotte le porte, si cercò invano la figura del Dio adorato dai cristiani. Vi si trovavano bensì le sacre scritture, che furono tosto bruciate, e dato il saccheggio a tutti gli arredi e vasi sacri. Stavano intanto i due principi alla finestra, da cui si mirava la chiesa, disputando fra loro, perchè Galerio insisteva che se le desse il fuoco, ma con prevalere la volontà di Diocleziano, che quel tempio si demolisse, per non esporre al manifesto pericolo d'incendio le case contigue. Restò in poche ore pienamente eseguito il decreto, e nel dì seguente si vide pubblicato un editto [Euseb., Histor. Eccles., lib. 8, cap. 2.], con cui si ordinava l'abbattere sino ai fondamenti tutte le chiese dei cristiani, il dar alle fiamme tutti i lor sacri libri, con dichiarar infame ogni persona nobile, e schiavo ciascun della plebe che non rinunziasse alla religion di Cristo. Tale sul principio fu l'imperial editto, a cui poscia fu aggiunto che si dovessero cercar tutti i vescovi, ed obbligarli a sagrificare ai falsi dii. Finalmente si arrivò a praticare i tormenti e le scuri; onde poi venne tanta copia di martiri che illustrarono la fede di Gesù Cristo, e servirono col loro sangue a maggiormente assodarla e a renderla trionfante nel mondo. Poco dopo la pubblicazion di questo editto si attaccò il fuoco due volte al palazzo di Nicomedia [Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 14.], dove abitavano Diocleziano e Galerio, e bruciò buona parte. Costantino, che fu poscia Augusto, e si trovava allora in quella città, in una sua orazione [Constantinus, in Oration. apud Eusebium.] ne attribuisce la cagione ad un fulmine e fuoco del cielo. Lattanzio tenne, all'incontro, per certo che autor di quell'incendio fosse lo stesso Galerio Cesare, par incolparne poscia i cristiani, e maggiormente irritar Diocleziano contra di loro, siccome avvenne. Non aspetti da me il lettore altro racconto di questa famosa terribil persecuzione del popolo cristiano, dovendosi prendere la serie della medesima da Eusebio [Euseb., Histor. Eccles., lib. 8.], dal cardinal Baronio [Baronius, in Annalib.], dal Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.], dagli Atti dei santi del Bollando [Acta Sanctorum Bolland.], in una parola dalla Storia ecclesiastica.
Circa questi tempi, per quanto si raccoglie da Eusebio [Eusebius, lib. eod., cap. 6.], tentarono alcuni di farsi imperadori nella Melitene, provincia dell'Armenia, e nella Soria. Di tali movimenti altro non sappiamo se non ciò che il Valerio osservò presso Libanio sofista [Liban., Oration. 14 et 15.]: cioè che un certo Eugenio capitano di cinquecento soldati in Seleucia fu forzato dai medesimi a prendere la porpora, perchè non poteano più reggere alle fatiche loro imposte di nettare il porto di quella città. S'avvisò egli di occupare Antiochia, ed ebbe anche la fortuna di entrarvi con quel pugno di gente; ma sollevatosi contra di lui il popolo d'essa città, non passò la notte che tutti quei masnadieri furono morti o presi. La bella ricompensa che per questo atto di fedeltà ebbero gli Antiocheni da Diocleziano, fu che i principali uffiziali delle città d'Antiochia e Seleucia furono condannati a morte senza forma di processo e senza concedere loro le difese. Questo atto di detestabil crudeltà rendè sì odioso per tutta la Soria il nome di Diocleziano, che anche novanta anni dappoi, cioè ai tempi di Libanio, il cui avolo paterno fra gli altri perdè allora la vita, con orrore si pronunziava il suo nome. Abbiamo poi da Lattanzio [Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 17.] che Diocleziano si portò a Roma in quest'anno per celebrarvi i vicennali, che cadevano nel dì 20 di novembre. Hanno disputato intorno a questo passo il padre Pagi [Pagius, Critic. Baron. ad annum 298.], il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] ed altri, cercando quai vicennali si debbano qui intendere, e come cadessero questi in quel giorno. Non entrerò io in sì fatti litigii, e solamente dirò che oggidì son d'accordo i letterati in credere celebrato in quest'anno, e non già nel precedente, come porta il testo della Cronica di Eusebio [Eusebius, in Chronic.], il trionfo romano d'esso Diocleziano, al quale, per attestato d'un antico panegirista [Incertus, in Paneg. Max. et Const., cap. 8.], intervenne anche Massimiano Augusto, siccome partecipe delle vittorie fin qui riportate contro ai nemici del romano imperio. Con ciò che abbiam detto di sopra all'anno 297 della pace seguita col re di Persia, secondo la riguardevol autorità di Pietro Patrizio [Petrus Patricius, de Legation., tom. I Hist. Byzant.], pare che s'accordi ciò che lasciarono scritto il suddetto Eusebio ed Eutropio [Eutrop., in Breviario.]: cioè che davanti al cocchio trionfale furono condotte le mogli, le sorelle o i figliuoli di Narse re di Persia, i quali già dicemmo restituiti molto prima. Si può verisimilmente credere che solamente in figura, ma non già in verità, comparissero in quel trionfo le principesse e i principi suddetti. Parla ancora Eutropio di sontuosi conviti dati in questa occasione da Diocleziano, ma non già di solenni giuochi, siccome costumarono i precedenti Augusti; perchè egli, studiando il più che potea, il risparmio, si rideva di Caro e d'altri suoi predecessori, che, secondo lui, scialacquavano il danaro nella vanità di quegli spettacoli [Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 17.]. Uscirono perciò contra di lui varie pasquinate in Roma; e non potendo egli sofferire cotanta libertà ed insolenza, giudicò meglio di ritirarsi da Roma, e di andarsene a Ravenna verso il fine dell'anno, senza voler aspettare il primo dì dell'anno seguente, in cui egli dovea entrar console per la nona volta. Ma essendo la stagione assai scomoda a cagion del freddo e delle pioggie, egli contrasse nel viaggio delle febbri, leggiere sì, ma nondimeno costanti, che l'obbligarono sempre ad andare in lettiga. I cristiani, allora vessati in ogni parte, cominciarono a conoscere la mano di Dio contra di questo lor persecutore. Dissi in ogni parte; ma se n'ha da eccettuare il paese governato da Costanzo Cesare, cioè la Gallia; imperciocchè, per attestato di Lattanzio [Idem, cap. 15.], essendo quel principe amorevolissimo verso i cristiani, ed estimatore delle lor virtù, volle bensì, per non comparir discorde da Diocleziano capo dell'imperio, che fossero atterrate le lor chiese, ma che niun danno o molestia venisse inferita alle persone. Anzi, se dice vero Eusebio [Euseb., Hist. Eccl., lib. 7. cap. 13.], furono anche salve le chiese nel paese di sua giurisdizione; o se pur ne furono distrutte alcune, ciò provenne dal furor dei pagani, ma non da comandamento alcuno di Costanzo. Come poi si dica che non mancassero anche alla Gallia i suoi martiri, bollendo la persecuzione suddetta, è da vedere il padre Pagi all'anno presente. Abbiamo poi dal sopra citato Lattanzio [Lactantius, cap. 38.] che nel tempo dei vicennali una nazion di Barbari, cacciata dai Goti, si rifugiò sotto l'ali di Massimiano Augusto, la qual poi presa nelle guardie da Galerio, e indi da Massimino, in vece di servire ai Romani, li signoreggiò e calpestò col tempo.
CCCIV
| Anno di | Cristo CCCIV. Indizione VII. |
| Marcellino papa 9. | |
| Diocleziano imperadore 21. | |
| Massimiano imperadore 19. |
Consoli
Caio Aurelio Valerio Diocleziano Augusto per la nona volta e Marco Aurelio Valerio Massimiano Augusto per la ottava.
Prefetto di Roma noi troviamo nell'anno presente Araclio Ruffino. Appena ebbe principio la persecuzion decretata da Diocleziano e Massimiano Augusti, e da Galerio Cesare contro i seguaci della religion cristiana, che nello stesso tempo l'ira di Dio cominciò a farsi sentire sopra questi persecutori, che crudelmente spargevano il sangue de' giusti; di modo che svanì ogni lor pace e grandezza; e l'imperio romano, già ridotto ad un florido stato, tornò ad essere un caos di rivoluzioni e calamità. Già dicemmo che il capo de' persecutori predetti, cioè Diocleziano, caduto infermo nell'anno precedente, era venuto a Ravenna. Quivi stando, procedette console per la nona volta nelle calende di gennaio, e per isperanza di ricuperar la salute, vi si fermò tutta la state. Ma veggendo che il male, in vece di prendere buona piega, sembrava che peggiorasse, determinò di passare all'aria più salutevole della Tracia; e tanto più perchè gli premeva di dedicare il circo che egli avea fatto fabbricare a Nicomedia. Facevansi intanto dappertutto preghiere ai sordi dii del paganesimo per la conservazion della sua vita. Per la Venezia, per l'Illirico e per le rive del Danubio, arrivò egli finalmente a Nicomedia, dove da tal languidezza fu oppresso, che nel dì 13 di dicembre corse voce di sua morte: il che riempiè tutta la corte di lagrime e di sospetti, e per la città si giunse fino a dire che era stata data sepoltura al suo corpo. Ma egli viveva, con tale indebolimento nondimeno di cervello, che di tanto in tanto delirava; e quantunque non mancassero persone, le quali l'attestavano vivo, pure non pochi sospettavano che si tenesse occulta la sua morte per dar tempo a Galerio Cesare di venire, e d'impedire che i soldati non facessero delle novità. Ma noi nulla sappiamo delle azioni di Galerio in quest'anno. Quanto a Massimiano Erculio Augusto, si ricava da un antico panegirico [Incertus, in Panegyr. Maximian. et Constant., cap. 8.] ch'egli, essendo console per l'ottava volta, soggiornò non poco in Roma. Secondo la Cronica di Damaso [Anastas. Bibliothec.], Marcellino, romano pontefice, terminò in quest'anno il corso di sua vita, alcuni han creduto col martirio, ma senza addurne valevoli pruove. Anche negli antichi secoli sparsero voce i Donatisti ch'egli nella persecuzione si lasciasse vincere dalla paura, e sacrificasse agl'idoli: laonde fu poi formata una leggenda, in cui si rappresentava la di lui caduta, e poi la penitenza, con altre favole, alle quali l'erudizione degli ultimi secoli ha tagliato affatto le gambe, certo ora essendo che questo pontefice fu esente da quel reato. La fierezza poi della persecuzione cagion fu che la sedia di San Pietro stesse vacante per tre anni, non arrischiandosi alcuno ad empierla, perchè il furor de' pagani spezialmente si scaricava sopra i pastori della Chiesa di Dio.