Anno diCristo CCCII. Indizione V.
Marcellino papa 7.
Diocleziano imperadore 19.
Massimiano imperadore 17.

Consoli

Flavio Valerio Costanzo Cesare per la quarta volta e Caio Valerio Massimiano Cesare per la quarta.

Nummio Tosco esercitò in quest'anno la carica di prefetto di Roma. Gran carestia si patì in Oriente, ed arrivò ad una esorbitanza il prezzo de' grani [Idacius, in Fastis. Lactantius, de Mort. Persecut., cap. 7.]. Nel ripiego che prese in tal congiuntura Diocleziano, si desiderò la prudenza; imperciocchè ordinò che ad un prezzo mediocre si vendesse il grano: dal che venne che i mercanti non ne vendevano più, nè faceano venirne da lontani paesi: sicchè crebbe di lunga mano la penuria e la fame, e succederono sedizioni ed ammazzamenti, con essere in fine costretto l'imperadore a levar quella tassa, e a lasciare che il mondo per questo conto si governasse da sè stesso. Può essere che tale carestia si stendesse anche allo Egitto, paese per altro scelto a pascere gli altri coll'abbondanza sua. Certamente abbiamo dalla Cronica di Alessandria [Chron. Alexandrin.] e da Procopio [Procop., in Histor. arc.] che Diocleziano assegnò alcuni milioni di misure di grano, da darsi annualmente in dono ai poveri di quel paese, con distribuirlo per famiglie: liberalità che durò sino ai tempi di Giustiniano Augusto, e sotto di lui cessò. Abbiamo da Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.] che furono dai due Augusti pubblicate delle giustissime leggi per la quiete pubblica e buono stato delle città, e sopra tutto fu abolito l'uffizio dei frumentarii, cioè di spie, ossia d'inspettori, che si mandavano nelle provincie per indagare se v'erano movimenti, abusi e doglianze. Sembra che sul principio un tal impiego fosse onorevole, e ne ridondasse buon utile al pubblico, perchè, informati gli Augusti dei disordini occorrenti, vi rimediavano. Ma nel progresso del tempo, giusta il costume delle umane cose, il buon istituto degenerò in una vera peste; perchè costoro, con inventar mille false accuse, assassinavano chiunque lor non piaceva, o non si comperava la loro amicizia; e facendo paura anche ai più lontani, mettevano in contribuzione tutti i paesi. Inoltre buoni regolamenti furono fatti per mantenere l'abbondanza de' viveri in Roma, e perchè puntualmente fossero pagate le milizie e promosse le persone meritevoli, e gastigati i malfattori. Finalmente si continuò a cingere di belle e forti mura la città di Roma, e ad abbellir l'altre città con delle nuove e magnifiche fabbriche: il che particolarmente fu fatto in Cartagine, Nicomedia e Milano. Fra gli altri suntuosi edificii Massimiano Erculio Augusto in questa ultima città fece fabbricar le terme, o vogliam dire i bagni, che presero la denominazione da lui. Ne fa menzione Ausonio [Ausonius, de Urbibus.] nella descrizion delle primarie città. Non si può negare, v'erano motivi per poter appellar felice allora lo stato dell'imperio romano; ma, siccome aggiugne lo stesso Aurelio Vittore, neppure allora mancavano pubblici guai e sconcerti. La nefanda libidine di Massimiano Erculio Augusto cagionava non pochi lamenti, non perdonando egli neppure agli ostaggi; e Diocleziano, per non isconciar la quiete e gl'interessi suoi proprii, nè rompere la concordia con esso Massimiano e con Galerio Cesare, chiudeva gli occhi, lasciando far loro quanto volevano d'ingiustizie e prepotenze. Peggio ancora operò nell'anno seguente, come fra poco vedremo.


CCCIII

Anno diCristo CCCIII. Indizione VI.
Marcellino papa 8.
Diocleziano imperadore 20.
Massimiano imperadore 18.

Consoli

Caio Aurelio Valerio Diocleziano Augusto per l'ottava volta e Marco Aurelio Valerio Massimiano Augusto per la settima.

L'uffizio di prefetto di Roma fu appoggiato a Giunio Tiberiano [Bucherius, de Cyclo.] in questo anno; anno non so s'io dica di funesta, oppur di gloriosa memoria alla religione cristiana. Funesto, perchè in esso fu mossa la più orrida persecuzione che mai patisse in addietro la fede di Cristo; glorioso, perchè questa fede si mirò sostenuta da innumerabili campioni sprezzatori dei tormenti e della morte, e che col loro martirio accrebbero i cittadini al cielo [Euseb., Hist. Eccl., lib. 8, c. 1, et in Chron.]. Per testimonianza di Lattanzio [Lactantius, de Mortib. Persecutor., cap. 9 et 10.], fin l'anno di Cristo 298, perchè nel sagrificare agli idoli niun segno si vedeva nelle viscere delle vittime per predir l'avvenire, come si figurarono i troppo crudeli pagani, gli aruspici attribuirono questo sconcerto al sospetto o alla certezza che fosse presente qualche cristiano. Allora Diocleziano in collera ordinò che non solamente tutte le persone di corte, fra le quali non poche professavano la religione cristiana, ma anche i soldati per le provincie sagrificassero agl'idoli, sotto pena d'essere flagellati e cassati. Alcuni pochi per questo ordine sostennero anche la morte, ma per allora gran rumore non si fece. Avvenne che Diocleziano Augusto e Galerio Cesare suo genero unitamente passarono il verno di quest'anno nella Bitinia, nella città di Nicomedia. In quei tempi, come confessa Eusebio, per la lunga pace s'era bensì in mirabil forma dilatata la religion di Cristo, coll'erezion d'infiniti templi nelle stesse città per tutte le provincie romane; ed innumerabil popolo era già divenuto quello degli adoratori della croce per l'Oriente e per l'Occidente. Ma il loglio era anche col grano; già fra gli stessi cristiani s'udivano eresie, si mirava l'invidia, la frode, la simulazione e l'ipocrisia cresciuta fra loro. E fino i vescovi mal d'accordo insieme disputavano di precedenze, l'un mormorando dell'altro, con giugnere poi le lor gregge ad ingiurie e sedizioni, e a dimenticare i doveri e i bei documenti di sì santa religione. Giacchè niun pensava a placar Dio, volle Dio farli ravvedere, volle con leggier braccio gastigar le loro negligenze, lasciando che i pagani sfogassero l'antico lor odio contra del suo popolo eletto [Lactantius, de Mort. Persecutor., cap. 9 et 10.]. Galerio Cesare quegli fu che accese il fuoco. Costui da sua madre, donna di villa, asprissima nemica de' cristiani, imparò ad abborrirli, e ne avea ben dati in addietro dei fieri segni; ma in quest'anno decretò di sterminarli affatto. Trovandosi egli dunque in Nicomedia col suocero Diocleziano, quando ognuno credeva che amendue per tutto il verno trattassero in secreti colloqui dei più importanti affari di stato, si venne a sapere che la sola rovina de' cristiani si maneggiava ne' lor gabinetti. Galerio, dissi, era l'ardente promotore di quest'empia impresa. Diocleziano fece quanta difesa potè, dicendo che pericolosa cosa era l'inquietar tutto il mondo romano; e che a nulla avrebbe servito, perchè i cristiani erano usati a sofferir la morte per tener salda la lor religione; e che, per conseguente, sarebbe bastato il solamente vietarla ai cortigiani e soldati. Fece istanza Galerio che si udisse il parer d'alcuni uffiziali della corte e dalla milizia. Costoro aderirono tutti a Galerio. Volle parimente Diocleziano udir sopra ciò gli oracoli dei suoi dii e dei sacerdoti gentili. Senza che io lo dica, ognuno concepisce qual dovette essere la loro risposta. Fu dunque stabilito di dar all'armi contra dei professori della fede di Cristo; e Galerio pretendeva che eglino si avessero da bruciar vivi; ma Diocleziano per allora solamente accordò che senza sangue si procedesse contra di loro.