Zosimo scrive ch'egli fece levar di vita un picciolo numero di persone troppo in addietro attaccate al tiranno; ed oltre a ciò Nazario sembra dire che Costantino sradicò dal mondo la di lui schiatta colla morte probabilmente del figliuolo di Massenzio, che non sappiamo se fosse Romolo o pure un altro. La clemenza sua si stese dipoi sopra il restante delle persone [Incertus, in Paneg. Const., cap. 21. Libanius, Oratione 21.], ricevendo in sua grazia chiunque era stato apertamente contra di lui, e conservando loro il possesso dei beni ed impieghi, e fino ad alcuni, dei quali il popolo dimandava la morte. Accettò inoltre al suo servigio que' soldati di Massenzio ch'erano salvati nella rotta, con levar loro l'armi; benchè dipoi loro le restituì, mandandoli solamente divisi alle guarnigioni dei suoi stati sul Reno e sul Danubio. Ma ciò che più d'ogni altra sua risoluzione diede nel genio al popolo romano, e gli guadagnò le benedizioni di ognuno, fu ch'egli abolì affatto la milizia pretoriana. Questo considerabil corpo di gente militare e scelta, istituito anche prima da Augusto, e conservato dai susseguenti imperadori per difesa delle lor persone, dell'imperial palazzo e della città di Roma, l'abbiamo tante volte vedute prorompere in deplorabili insolenza per rovina della medesima città, e divenuto con tante sedizioni l'arbitrio dello imperio, perchè avvezzo ad usurparsi l'autorità di creare o di svenar gl'imperadori. Incredibili specialmente erano stati i disordini da lor commessi sotto Massenzio, principe che per tenerseli bene affezionati, permetteva lor tutto, e sovente dicea che stessero pure allegri e spendessero largamente, perchè nulla lascerebbe mancare a soldati di tanto merito. Costantino ritenne chi volle servire al soldo suo con essere semplice soldato; e, licenziati gli altri, distrusse il castello pretoriano, specie di fortezza destinata lor per quartiere. Noi non sappiamo che altra guarnigione da lì innanzi stesse in Roma, fuorchè i vigili destinati a battere di notte la pattuglia, e forse qualche discreta guardia del palazzo dei regnanti. Ma non fu per questo abolita l'insigne carica di prefetto del pretorio, la quale continuò ad essere una delle prime nella corte imperiale. Anzi, perchè la division fatta da Diocleziano del romano imperio in quattro parti avea introdotto quattro diversi prefetti del pretorio, volendo cadaun de' principi il suo prefetto, cioè il suo capitano delle guardie; così ne seguitò il loro istituto, con trovar noi da qui innanzi i prefetti del pretorio dell'Italia, delle Gallie, dell'Illirico e dell'Oriente. Comparve poi nel senato il novello signore [Incertus, in Panegyr. Const., cap. 18.], e con graziosa orazione piena di clemenza parlò che voleva salva l'antica loro autorità. Gli accusatori, de' quali sotto i principi cattivi abbondò sempre la razza in Roma, e per cui non meno i rei che gl'innocenti perdevano roba ed anche vita, fu vietato l'ascoltarli da lì innanzi, ed intimato contra di essi l'ultimo supplicio. Erano poi innumerabili coloro che Massenzio ingiustamente avea o cacciati in esilio, o imprigionati, o condannati a diverse pene, o spogliati delle loro sostanze [Nazar., in Paneg. Constant., cap. 32 et seq.]. A tutti fu fatta grazia, ad ognuno restituiti i lor beni. In somma parve che Roma rinascesse in breve tempo, perchè nel termine di soli due mesi la benignità di Costantino riparò tutti i mali che nello spazio di sei anni avea fatto la crudeltà di Massenzio. Per questa vittoria dipoi divenne egli padron di tutta l'Italia, e fu meravigliosa la commozione delle persone accorse allora dalle varie provincie a Roma, per mirar coi loro occhi l'invitto liberatore che rotte avea le lor catene. Fu anche inviata in Africa la testa del tiranno accolta ivi con istrepitose ingiurie; e però senza fatica, anzi con gran festa, i popoli ancora di quelle provincie riconobbero per lor signore chi gli avea finalmente tratti da lagrimevole schiavitù.


CCCXIII

Anno diCristo CCCXIII. Indizione I.
Melchiade papa 4.
Costantino imperatore 7.
Licinio imperadore 7.
Massimino imperadore 7.

Consoli

Flavio Valerio Costantino Augusto per la terza volta, Publio Valerio Liciniano Licinio Augusto per la terza.

Fu in quest'anno prefetto di Roma Rufio Volusiano. Ho ben io, secondo l'uso di altri scrittori, notato negli anni addietro, cominciando dal principio dell'Era nostra, le Indizioni, cioè un corso di quindici anni, terminando il quale si torna a contare la prima indizione. Ma tempo è ormai d'avvertire che non furono punto in uso le indizioni ne' secoli passati, e che, per consentimento degli eruditi, ne fu istitutore Costantino il Grande [Panvin., in Fast. Consul. Petav., de Doctrina Tempor. Pagius, in Critic. Baron.]. Il motivo di tal istituzione resta oscuro tuttavia. Opinione fu de' legisti, ch'essa indizione fosse così chiamata da un determinato pagamento di tributi, e il cardinal Baronio [Baron., in Annalib. Eccles.] aggiunse, fatto questo regolamento pel tempo destinato ai soldati di militare, dopo il quale s'imponeva un tributo per pagarli. Conghietture son queste assai lodevoli, ma che nulla di certo a noi somministrano. Quel che è fuor di dubbio, servirono da lì innanzi, e tuttavia servono le indizioni per regolare il tempo. Tiensi inoltre che la prima indizione cominciasse a correre nel settembre dell'anno precedente, e non già per la vittoria di Costantino contra di Massenzio, come immaginò il Panvinio, perchè questa accadde sul fine d'ottobre. Ma perchè appunto nel settembre antecedente non era Costantino per anche padrone di Roma, han creduto alcuni che si desse principio ad essa indizione nel settembre dell'anno corrente: il che alle pruove non sussiste. Potè anche prima della vittoria Costantino introdurre l'uso di tali indizioni, essendo per altro fuor di dubbio che le nuove indizioni cominciavano il corso loro nel dì primo di settembre, o pure nel dì 24 d'esso mese; e questo uso per assaissimi secoli durò in Occidente, con essere poi prevaluto quel della curia romana, la quale da qualche secolo in qua conta dal dì primo di gennaio la novella indizione. Egli è ben credibile che l'Augusto Costantino continuasse a dimorare in Roma almen sino alle calende di gennaio di quest'anno, per solennizzar ivi il terzo suo consolato. Quivi pubblicata fu una legge [Cod. Theodos. L. 13, tit. 10, lib. 1.] in sollievo de' poveri, che dai collettori delle pubbliche imposte erano più del dovere caricati per favorire i ricchi. Passò egli dipoi a Milano, ed era in quella città nel 10 di marzo, come apparisce da un'altra sua legge [Gothofredus, in Chron. Cod. Theodos.]. Chiamato colà Licinio imperadore dall'Illirico, vi venne per isposare Costanza sorella dell'Augusto Costantino, a lui promessa nell'anno precedente, e quivi in fatti si solennizzarono quelle nozze, e si formò un nuovo decreto per la pace delle chiese e persone cristiane.

Fin quando era in Roma Costantino, avviso gli pervenne che i Franchi, gente avvezza a violar per poco i patti e i trattati, faceano de' preparamenti per passar ai danni delle Gallie. E perciò, sbrigato dagli affari dell'Italia, volò alle sponde del Reno [Incertus, Panegyr. Const., cap. 22. Zosimus, lib. 2, cap. 17.], e trovò non ancora passati i Barbari. Fece egli finta di ritirarsi, mostrandosi non accorto dei loro andamenti, ma lasciò in un'imboscata un grosso corpo di gente. Allora fu che i Barbari, credendo lui ben lontano, si arrischiarono a valicare il Reno in gran copia. Ma caduti nell'agguato, pagarono ben caro il fio della loro perfidia. Nè questa bastò. Eccoti giugnere di nuovo Costantino, il quale, radunata una buona flotta di navi, ed imbarcata la sua gente, passò animosamente il Reno, e portò lo sdegno e la vendetta addosso a quelle barbare e disleali nazioni. L'Anonimo Panegirista gonfiando le pive secondo l'uso de' suoi pari, giugne a dire, aver Costantino dato sì gran guasto al loro paese, e fatta cotanta strage di loro, che si credeva non doversi più nominar la nazione dei Franchi, avvezza in que' tempi a solamente nudrirsi di cacciagione. Ci farà ben vedere la storia che sparata oratoria fosse la sua. Sembra che in questo anno appunto il panegirista suddetto, creduto Nazario da alcuni, recitasse in Treveri quel panegirico in lode di Costantino, con dire, fra l'altre cose, che il senato romano ad esso Augusto avea dedicata una statua, come ad un dio liberatore, e che l'Italia gli avea anche essa dedicato uno scudo e una corona d'oro. Ed è anche da osservare che quell'oratore, per altro pagano, sul fine ricorre non al suo Giove, non ad Apollo o ad altra delle false divinità, ma all'invisibile Creatore dell'universo Iddio, pregandolo di conservar vita così preziosa come quella di Costantino. Dovea costui sapere qual già fosse la credenza di questo glorioso imperadore, già divenuto adoratore del solo vero Iddio.

L'anno fu questo, per attestato di Lattanzio, e non già l'anno 316, come han creduto Zosimo, l'autore della Cronica Alessandrina e Idacio, in cui il vecchio Diocleziano, già imperadore, diede fine al suo vivere nella villa del territorio di Salona, città della Dalmazia sull'Adriatico, dove dicemmo ch'egli s'era ritirato a vivere dopo l'abdicazion dell'imperio. Quivi si crede che sorgesse la moderna città di Spalatro. Non si può negare che di belle qualità concorressero in Diocleziano. Due autori pagani, cioè Libanio [Liban., Oratione 14.] e Giuliano l'Apostata [Julian., Oratione I.], il lodano come persona ammirabile in molte cose, benchè non in tutte, riconoscendo fra l'altre, ch'egli avea faticato di molto in utilità del pubblico. Veggonsi tuttavia molte leggi fatte da lui, ed inserite nel Codice di Giustiniano, che spirano prudenza e giustizia. Gran cura ebbe egli sempre di promuovere i buoni [Aurelius Victor, in Epitome.] e di punire i cattivi, di mantenere l'abbondanza dei viveri, e di rimettere in buono stato i paesi spopolati per le guerre. Sotto di lui andarono a vuoto tutti gli sforzi delle barbare nazioni: tanta era l'applicazione di lui, tanti i suoi viaggi e le sue fatiche per reprimere col braccio del suo bravo, cioè di Massimiano Erculio, i nemici del romano imperio. Sapeva anche farsi amare, e soprattutto poi fu con ragione ammirata la di lui saviezza, perchè, quantunque per forza deponesse l'imperio, pure disingannato delle spinose grandezze del principato, non seppe mai più indursi a ripigliarlo, risoluto di finire i suoi giorni in vita privata. Ma non andò esente da biasimo [Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 7.] l'aver egli, secondo la sua politica, moltiplicati i principi, e divise le provincie dell'imperio, siccome abbiamo veduto; perciocchè, oltre all'essere costato carissimo ai popoli il dover mantenere due Augusti e due Cesari, nello stesso tempo dominanti nel paese loro assegnato, e con corte non inferiore alle altre, di qui poi venne uno smembramento della monarchia romana, e le guerre fin qui accennate, ed altre che vedremo fra poco. Moltiplicò eziandio gli uffiziali e gli esattori in cadauna provincia, che servirono a conculcare ed impoverire i popoli. E perciocchè egli sommamente si dilettò di alzar suntuose fabbriche tanto in Roma che in altri paesi, e particolarmente a Nicomedia, con disegno di renderla uguale a Roma, e fatta una fabbrica, se non gli piaceva, la faceva atterrare per alzarne una nuova: di qua vennero infinite angarie alle città, per somministrar artefici, per condurre materiali, e per pagar taglioni; di modo che per ornare le città egli rovinava le provincie. Dell'avarizia di Diocleziano abbiam parlato altrove. Ammassava tesori, ma non per ispenderli, fuorchè una parte nelle fabbriche suddette; poichè per altro se occorrevano bisogni del pubblico, soddisfaceva coll'imporre nuove gravezze. E qualora egli osservava qualche campagna ben coltivata, o casa ben ornata, non mancavano calunnie contro ai padroni, per carpir loro non solamente gli stabili, ma anche la vita, perchè egli senza sangue non sapea rapire l'altrui. Cosi Lattanzio. Ed anche Eusebio attesta aver egli colle nuove imposte così scorticati i popoli, che più tollerabile riusciva loro il morire che il vivere.

Motivo ancora alla pubblica censura diede il fasto di Diocleziano per lo suo sfoggiare in abiti troppo pomposi, siccome accennammo di sopra; e il peggio fu che introdusse il farsi adorare, cioè l'inginocchiarsi davanti a lui: cosa allora praticata solamente coi falsi dii, e non gli dispiaceva di ricevere il titolo di Dio, e che si scrivesse alla sua divinità. Questi conti avea da fare un così ambizioso ed avaro principe col vero Dio, ad onta ancora del quale aggiunse in fine agli altri suoi reati quello della fiera persecuzione che egli, come capo dell'imperio, mosse contra degl'innocenti seguaci di Cristo. Noi già il vedemmo, appena cominciata questa persecuzione, colpito da Dio con una lunga e terribile malattia, e poi balzato dal trono. Certamente per alcuni anni nel suo ritiro fu onorato da que' principi che regnarono dopo di lui, perchè tutti da lui riconoscevano la lor fortuna, ed era da essi sovente consultato negli affari scabrosi. Ma il fine ancora di Diocleziano non andò diverso da quello degli altri persecutori della Chiesa di Dio. Fioccarono le disgrazie e i crepacuori sopra di lui nell'ultimo di sua vita. Vide abbattute da Costantino le statue ed iscrizioni sue; vide Valerla sua figliuola, già moglie di Galerio Massimiano, e Prisca sua moglie, rifugiate nell'anno 311 nelle terre di Massimino imperador d'Oriente, maltrattate da lui, spogliate dei lor beni, e poi relegate ne' deserti della Soria. Mandò ben egli più volte de' suoi uffiziali [Lactantius, de Mortib. Persec., cap. 41.] a pregare quel crudele Augusto di restituirgli due sì care persone, ricordandogli le tante sue obbligazioni; ma nulla potè ottenere: negativa, per cui crebbe tanto in lui il dolore e il dispetto, che, veggendosi sprezzato ed oltraggiato da tutti, cadde in una tormentosa malattia. A farlo maggiormente disperare dovette altresì contribuire, se è vero, ciò che narra Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.], cioè che avendolo Costantino e Licinio pregato d'intervenire in Milano alle nozze poco fa accennate, egli se ne scusò con allegare la sua grave età: del che mal soddisfatti quei principi, gli scrissero una lettera minaccievole, trattandolo come da lor nemico. Per questo disgustoso complimento, venuto dietro alle altre suddette disavventure, egli si ridusse a non voler nè mangiare nè dormire, sospirando, gemendo, piagnendo, e rivoltandosi ora nel letto, or sulla terra, tanto che disperato chiuse gli occhi per sempre circa il mese di giugno dell'anno presente. Fu egli poi deificato secondo l'empietà d'allora, per attestato di Eutropio [Eutrop., in Breviar.]. Nelle medaglie [Mediob., Numism. Imper.] nol veggo col titolo di Divo, ma bensì in un editto di Massimino e in altre memorie si truova a lui compartito questo sacrilego onore. Fiorirono a' suoi tempi Sparziano, Lampridio, Capitolino, Vulcazio Gallicano e Trebellio Pollione, scrittori della Storia Augusta tante volte di sopra mentovati, senza de' quali resterebbe per due secoli troppo involta nelle tenebre la storia romana. Fiorì ancora Porfirio, filosofo celebre del paganesimo, e nemico giurato della religione cristiana: intorno ai quali si possono vedere il Vossio, il Tillemont, il Cave ed altri autori.