Più visibilmente ancora si fece in quest'anno sentir la mano di Dio sopra un altro persecutore della religione cristiana, forse il più crudele degli altri, cioè sopra Massimino Augusto, signoreggiante nelle provincie d'Oriente. Già vedemmo che anch'egli concorse nello editto pubblicato da Galerio Massimiano imperadore, di concerto con gli altri Augusti, per dar la pace ai Cristiani; ma se ne dimenticò egli ben tosto, e seguitò con più cautela, ma pur seguitò ad infierir contra di loro. Abbiamo da Eusebio [Eusebius, Histor. Eccl., lib. 9, cap. 9.], che, tolto di vita Massenzio, unitamente Costantino e Licinio Augusti diedero fuori nell'anno precedente un proclama in favor de' cristiani; ed inviatolo a Massimino, non solo il pregarono di conformarsi alla loro intenzione, ma in certa guisa gliel comandarono. Per paura mostrò egli della prontezza a farlo; e, pubblicato un editto, l'inviò a Sabino e agli altri uffiziali del suo imperio. Ma nè pure per questo cessò il suo mal talento, perchè di nascosto faceva annegar quei cristiani che gli capitavano alle mani; nè permetteva loro di raunarsi, nè di fabbricar le chiese loro occorrenti. Giacchè i suddetti due Augusti in Milano confermarono il già fatto editto per la pace de' cristiani, alcuni han creduto che comunicassero di nuovo ancor questo a Massimino, ma senza apparirne pruova alcuna. Anzi abbiamo che lo stesso Massimino cominciò la guerra a Licinio nel tempo stesso che questi venne a trovar Costantino in Milano. S'era avuto non poco a male quel superbo [Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 44.] che il senato romano avesse decretata la precedenza di Costantino agli altri due Augusti, nè sapeva digerire la vittoria da lui riportata contro Massenzio. S'aggiunse che egli avea bensì tenuta nascosta la sua lega con Massenzio, ma di questa venne ad accertarsi Costantino colle lettere trovate dopo la morte del tiranno nella di lui segreteria. Il perchè immaginando egli un mal animo in Costantino verso di sè, vieppiù gli crebbe la rabbia al vedere ito Licinio a Milano per abboccarsi con esso Costantino e per contrarre parentela con lui, perchè tutto a lui pareva concertato per la propria sua rovina. Determinò dunque di prevenir egli i veri o creduti suoi avversarii; e preso il tempo medesimo in cui Licinio Augusto si trovava lungi da suoi Stati per la sua venuta a Milano, mosse l'esercito suo, e a gran giornate dalla Soria si trasferì nella Bitinia. Durava tuttavia il verno; il rigor della stagione, le nevi, le pioggie, le strade rotte gli fecero perdere gran parte de' suoi cavalli e delle bestie da soma. Ciò non ostante, senza prendere posa, traghettato lo stretto, passò nella Tracia, e si presentò sotto Bisanzio, dove coi regali e colle promesse tentò indarno di sedurre quella guarnigione, e gli convenne adoperar la forza. Perchè erano pochi i difensori, non più che undici giorni sostennero l'assedio e gli assalti, e poi si renderono. Arrivato Massimino ad Eraclea, ivi ancora fu obbligato a spendere alquanti giorni per ridurre alla sua ubbidienza quella città. Un ritardo tale al corso delle sue armi servì ai corrieri per portare volando in Italia l'avviso della invasione, e a Licinio per tornarsene con diligenza a' suoi Stati. Quivi in fretta raunate quelle truppe che potè, s'innoltrò sino ad Andrinopoli non già col pensiero di venire ad alcun fatto d'armi, ma solamente per fermare le ulteriori conquiste di Massimino, perch'egli non avea più di trenta mila combattenti, laddove il nemico ne conduceva settanta mila. Il racconto è tutto di Lattanzio.

Seguita egli poi a dire che giunsero a vista l'una dell'altra le due armate tra Andrinopoli ed Eraclea [Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 46.]. Era il penultimo dì d'aprile, e Licinio, veggendo di non poter fare di meno, pensava di dar battaglia nel giorno primo di maggio, perchè, essendo quel dì in cui Massimino compieva l'anno ottavo dell'esaltazione sua alla dignità cesarea, sperava di vincerla, come era succeduto a Costantino contra Massenzio in un simile giorno. Massimino, all'incontro, determinò di venire alle mani nell'ultimo di aprile, per poter poi dopo la segnata vittoria festeggiare nel dì appresso il suo natalizio. E la vittoria se la teneva ben egli in pugno, dopo aver fatto voto a' suoi insensati Numi, che guadagnandola, avrebbe interamente esterminati i cristiani. Ora Licinio, che non potea più ritirarsi, nella notte in sogno fu consigliato di ricorrere per aiuto all'onnipotente vero Dio d'essi cristiani con una preghiera ch'egli poi, venuto il giorno, fece scrivere in assaissimi biglietti, e distribuire fra l'esercito suo. La rapporta intera lo stesso Lattanzio [Lactant., de Mort. Persecut., cap. 47.]. La mattina dunque del dì ultimo d'aprile ben per tempo mise Massimino in ordinanza di battaglia le sue milizie: il che riferito nel campo di Licinio, anche egli fu forzato a schierar le sue. Era quella campagna sterile e fatta apposta per sì brutta danza: le due armate stavano già a vista l'una dell'altra, e chi ansioso e chi timoroso di venire al cimento: quando i soldati di Licinio, cavatisi di testa gli elmi, e colle mani alzate verso il cielo, a dettatura de' loro uffiziali, intonarono per tre volte coll'imperadore la preghiera suddetta al formidabil Dio degli eserciti, supplicandolo della forte sua assistenza in quel bisogno, con tal mormorio, che anche si udì dalla nemica armata. Ciò fatto, rimessi in testa gli elmi, imbracciano gli scudi, e pieni di coraggio stanno con impazienza aspettando il segno della battaglia. Seguì un abboccamento fra i due imperadori, ma senza che Massimino volesse piegarsi a condizione alcuna di pace, perchè lusingato dalla speranza di veder desertare tutto l'esercito di Licinio alla sua parte, per esser egli in concetto di principe assai liberale verso le persone militari. Anzi sognava con tanto accrescimento di forze di poter poi procedere contra di Costantino, e di abbattere dopo l'uno anche l'altro. Ed eccoti dar fiato alle trombe, accozzarsi amendue le armate [Eusebius, Histor. Eccl., l. 1, cap. 10.]. Parve che quei di Massimino non sapessero mettere mano alle spade, nè scegliere i lor dardi. Di qua e di là correa Massimino per animarli alla pugna, pregando, promettendo ricompense, ma senza essere ascoltato. Per lo contrario quei di Licinio come lioni menavano le mani, facendo, benchè tanto inferiori di numero, orribil macello dei nemici, i quali sembravano venuti non per combattere, ma per farsi scannare. Già era seguita una fiera strage di loro, quando Massimino, accortosi che la faccenda passasse diversamente dal suo supposto, cadutogli il cuor per terra, gittò via la porpora; e presa una veste da servo, e datosi alla fuga, andò a passare il mare allo stretto di Bisanzio. Intanto l'una metà del suo esercito restò vittima delle spade, l'altra o si rendè o si salvò colla fuga [Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 48.]. Le stesse sue guardie si diedero al vincitore Licinio.

Tal diligenza fece Massimino in fuggire, che nel termine di una notte e di un dì, cioè nella sera del giorno primo di maggio pervenne (certamente coll'aiuto delle poste) a Nicomedia in Bitinia, lontana dal luogo della battaglia suddetta cento sessanta miglia. Quivi nè pur credendosi sicuro, prese seco in fretta i figli, la moglie e pochi de' suoi cortigiani, e ritirossi nella Cappadocia, dove, dopo aver messo insieme, come potè, un corpo di soldatesche, in fine ripigliò la porpora; e tutto furore fece uccidere molti de' suoi sacerdoti e profeti, accusandoli come autori delle sue disgrazie coi loro falsi oracoli. Ma Licinio, senza perdere tempo, con una parte del vittorioso esercito suo, ricuperata che ebbe assai facilmente la Tracia, passò il mare, e s'impadronì della Bitinia. Trovavasi egli nella città di Nicomedia nel dì 13 di giugno [Idem, ibidem.], quando, riconoscendo dal Dio dei cristiani l'avvenimento felice delle sue armi, a nome ancora dell'Augusto Costantino, pubblicò un editto, con cui annullò tutti gli altri emanati contra di essi cristiani, e loro concedette la libertà della religione e la fabbrica della chiese. Inseguì poscia Licinio con vigore il fuggitivo Massimino, il quale, troppo tardi conosciuto il gastigo di Dio per l'ingiustizia e barbarie sua contro chi professava la legge di Cristo [Eusebius, Histor. Eccl., lib. 1, cap. 10.], pubblicò anch'egli un editto in lor favore: con che cessò la fiera carnificina che dianzi si faceva degl'innocenti sudditi suoi. Fortificò poscia Massimino i passi del monte Tauro per impedire i progressi al nemico Licinio [Zosimus, lib. 2, cap. 17.]; andò anche in Egitto per far nuove leve di gente; ma ritornato alla città di Tarso, e udito che Licinio superava gli argini e i trinceramenti del monte suddetto, e che per mare e per terra gli veniva addosso una fiera tempesta, allora s'avvide di non poter resistere alle forze dell'avversario, nè alla giustizia di Dio irritata contro di lui. Adunque disperato ebbe ricorso al veleno [Euseb., lib. 9, cap. 10. Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 49.]; ma perchè lo prese dopo aver mangiato e bevuto a crepa pancia, non potè il veleno levarlo di vita, e solamente gli cagionò una terribil malattia, per cui s'empiè tutto di piaghe, sentendosi anche bruciar le viscere, e consumare fra insoffribili dolori. Arrivò il suo corpo a diseccarsi, non restandogli altro che la pelle e l'ossa, in guisa che perdè affatto la sua forma antica, nè più si conosceva per quel che fu [Chrysostomus, Orat. in Gent.]. Gli uscivano ancora gli occhi di testa; effetti tutti non men del potente veleno, che dell'ira di Dio, come attestano Eusebio e san Girolamo [Hieronymus, in Zachariam, cap. 14.]; di modo che quel suo corpo tutto marcito meritava più tosto d'essere appellato un fetente sepolcro, in cui si trovava imprigionata un'anima cattiva. Così fra gli urli, e con dar della testa ne' muri, e confessando finalmente il grave suo delitto, per aver perseguitato Gesù Cristo nella persona de' suoi servi, ma senza abbandonar per questo la superstizion pagana, finì Massimino la detestabil sua vita. Lasciò de' figli maschi, alcuno dei quali aveva egli associato all'imperio, e una figliuola di sette anni, promessa già in moglie a Candidiano figlio bastardo di Galerio Massimiano. Ma Licinio levò poi dal mondo tutta la di lui stirpe, secondo i giusti giudizii di Dio, che furono visibili sopra tutti questi tiranni persecutori della santa sua religione.

Per la morte di Massimino, il vincitor Licinio niuna fatica durò più ad impossessarsi di tutto l'Oriente [Aurelius Victor, de Cesaribus. Zosimus, lib. 2, cap. 18. Euseb., lib. 9, cap. 11.]. Pervenuto egli ad Antiochia, quivi lasciò le redini alla sua fierezza non solamente, come dissi, contro la prole di Massimino e contra della di lui moglie, che fu gittata ne' gorghi del fiume Oronte; ma anche contro la maggior parte de' suoi favoriti e ministri, fra' quali spezialmente si contarono Calciano e Peucecio o Picenzio, che aveano sparso tanto sangue del popolo cristiano. Levò del pari la vita ad un Teotecno, facendogli prima confessar le sue imposture, per le quali avea fatto di gran male ad essi cristiani. Mentre dimorava Licinio nella suddetta città d'Antiochia, venne a presentarsegli Candidiano, che già dicemmo figliuolo di Galerio imperadore, e perseguitato da Massimino. Fu sulle prime ben accolto, ben trattato, di maniera che Valeria figlia del fu Diocleziano, che l'avea adottato per figliuolo, partendosi dal luogo dell'esilio suo, venne travestita alla corte per vedere l'esito di questo giovane. Ma quando men se l'aspettava la gente, tolta fu da Licinio a Candidiano la vita, ed insieme con lui perdè la sua Severiano, figlio di quel Severo Augusto che vedemmo ucciso nell'anno 307. Fu preteso che l'un d'essi, o pure amendue avessero disegnato, dopo la morte di Massimino, di prendere la porpora. Uscì ancora sentenza di morte contro la suddetta Valeria, la quale, udito sì disgustoso tenore, prese la fuga, e per quindici mesi andò errando sconosciuta in varii paesi, finchè scoperta in Tessalonica, ossia in Salonichi, e presa con Prisca sua madre, già moglie di Diocleziano [Lactantius, de Mort. Persec., cap. 51.], furono tutte e due condannate nell'anno 315 a perdere la testa, compiante da ognuno, e massimamente Valeria, per essersi tirati addosso que' disastri col voler conservare la castità in mezzo agli assalti dell'iniquo Massimino. Ma Iddio, sdegnato contro la stirpe di quegli Augusti che tanta guerra aveano fatto ai suoi servi, non essi solamente, ma anche tutta la lor famiglia volle sradicata dal mondo. Fu in oltre l'estinto Massimino dichiarato tiranno e pubblico nemico dei due Augusti Costantino e Licinio, spezzate le sue statue, cancellate le iscrizioni, ed abbattuta ogni memoria alzata in onore di lui e de' suoi figliuoli. Nè si dee tacere che, non so se prima o dopo la rotta data nel penultimo dì d'aprile da Licinio a Massimino, un Valerio Valente si fece proclamar Augusto in Oriente [Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 50. Aurelius Victor, in Epitome.]. Massimino il prese; ma non avendo egli voluto allora ucciderlo, Licinio di poi, divenuto padrone dell'Oriente, gli diede il meritato gastigo con torgli la vita. Il padre Pagi [Pagius, Critic. Baron. ad hunc annum.] ne parla a lungo sotto quest'anno; ma contuttociò resta non poca oscurità intorno ai fatti di costui.


CCCXIV

Anno diCristo CCCXIV. Indizione II.
Silvestro papa 1.
Costantino imperadore 8.
Licinio imperadore 8.

Consoli

Caio Ceionio Rufio Volusiano per la seconda volta ed Anniano.

Truovasi prefetto di Roma in questo anno Rufio Volusiano. Ciò non ostante, vien creduto ch'egli esercitasse nel medesimo tempo il consolato, giacchè la prefettura era stata a lui appoggiata nel settembre dell'anno precedente. Sul principio di questo terminò i suoi giorni Melchiade papa [Chron. Damasi, seu Anast. Biblioth.], e succedette a lui nella sedia di san Pietro Silvestro, che noi vedremo uno de' più gloriosi pontefici della Chiesa di Dio, e felice anche in terra, perchè vivuto a' tempi del primo degl'imperadori cristiani, cioè di Costantino. Certamente non tardò questo insigne Augusto a farsi conoscere dopo la rotta di Massenzio quale egli era, cioè attaccato alla religione de' cristiani, e per questo si stima ch'egli, trionfalmente entrato in Roma, non passasse al Campidoglio, ricusando di portarsi a venerar il Giove sordo de' Romani [Euseb., Hist. Eccles., lib. 9.]. Fece in oltre alzare una statua in Roma a sè stesso, che teneva la croce in mano, per segno che da quella egli riconosceva la riportata vittoria. La prudenza sua non gli permise per allora di far altra maggior risoluzione, perchè egli desiderava che i popoli spontaneamente, e non già per forza, si arrendessero al lume del Vangelo, oltre al temer di sedizioni, ove egli avesse tentato di levar la libertà della religione in un subito ad immensa gente che tuttavia professava il paganesimo. Truovasi in alcune iscrizioni, fra gli altri titoli d'autorità e d'onore conferiti a Costantino, quello di pontefice massimo; ma, siccome osservò il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron. ad annum 312.], non fu cotal titolo da lui preso, ma solamente a lui dato dai pagani, secondo l'antico lor uso. Per altro pubblicamente egli si studiava di far conoscere ai Romani il Dio, a cui si doveano gl'incensi [Euseb., in Vita Constant., lib. 1, cap 42.]; un gran rispetto professava ai vescovi ed altri ministri dell'Altissimo; ne teneva alcuni ancora in sua corte, li voleva alla sua mensa, e compagni anche nei viaggi, credendo che la loro presenza tirasse sopra di lui i favori e le benedizioni del cielo. Era già insorto nell'Africa lo scisma de' Donatisti con una deplorabil division di quelle chiese. L'Augusto Costantino, benchè novizzo nella religion di Cristo, in vece di scandalezzarsi di una tal discordia troppo contraria agli insegnamenti del Vangelo, si accese più tosto di zelo per curare e sanar quella piaga [Labb., Concil. Collect. Baron., in Annal. Pagius, in Crit. Bar.]. Intimò dunque un concilio di vescovi ad Arles, acciocchè ivi si discutessero le accuse de' Donatisti contra di Ceciliano vescovo; e in una lettera loro scritta espresse i sentimenti della sua vera pietà, con rilevare la benignità di Dio verso de' peccatori, dicendo: Ho operato anch'io molte cose contrarie alla giustizia, senza figurarmi allora che le vedesse la suprema Potenza, ai cui occhi non sono nascose le fibre più occulte del mio cuore. Per questo io meritava d'essere trattato in una maniera conveniente alla mia cecità, e di essere punito con ogni sorta di malanni. Ma così non ha fatto l'onnipotente ed eterno Dio che tien la sua residenza ne' cieli. Egli per lo contrario mi ha compartito dei beni, de' quali io non era degno, nè si possono annoverar tutti i favori, coi quali la bontà celeste ha, per così dire, oppresso questo suo servo.