Dacchè ebbe Licinio Augusto atterrato il nemico Massimino, siccome dissi, tutte le provincie dell'Oriente coll'Egitto vennero in suo potere, e si unirono coll'Illirico, formando egli così una vasta possanza. L'Italia, l'Africa e tutte le restanti provincie d'Occidente rendevano ubbidienza all'Augusto Costantino di lui cognato. Ma, per attestato di Aurelio Vittore [Aurelius Victor, de Caesaribus.], troppo diversi di genio erano questi due principi. Costantino, istruito già delle massime del Vangelo, inclinava alla clemenza; se non avea già abolito, tardò poco ad abolire l'antico uso del patibolo della croce, perchè santificata dal divino Salvator nostro, siccome ancor l'altro di rompere le gambe ai rei. Ai suoi stessi nemici lasciava egli ancora godere gli onori e i beni, non che la vita; laddove Licinio, uomo selvatico e dato al risparmio, facilmente infieriva contra delle persone; ed abbiam veduto di sopra un notabile esempio della sua crudeltà; sapendosi inoltre ch'egli non si guardò dal tormentare a guisa di vili servi non pochi innocenti e nobili filosofi di que' tempi. Poco per questo durò fra tali regnanti la buona armonia, anzi si allumò guerra fra loro nell'anno presente. Truovavasi l'imperador Costantino ne' primi mesi di questo anno in Treveri, dove pubblicò varii ordini e leggi [Gothofred., Chron. Cod. Theodos.] concernenti il pubblico governo, ed una principalmente, in cui rimediò al disordine accaduto sotto il tiranno Massenzio; cioè all'aver molti perduto la lor libertà per la prepotenza e violenza de' grandi che tuttavia li riteneva per ischiavi. Coll'intimazione di gravi pene comandò egli che fosse escluso dalle dignità chiunque avea poco buon nome e carestia d'onoratezza. Il motivo della disunione e guerra nata in quest'anno fra Costantino e Licinio resta dubbioso. Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 18.] scrittor pagano ne rigetta tutta la colpa sopra il solo Costantino, che non sapeva mantenere i patti, e cominciò a pretendere qualche paese come di sua giurisdizione. Eutropio [Eutrop., in Breviar.], anch'egli scrittore pagano, ne attribuisce l'origine all'ambizione di Costantino, malattia troppo familiare ai regnanti del secolo, e che mai non suol dire basta, se non quando il timore la frena. Ma Libanio sofista pretende che Licinio per lo stesso male fosse il primo a rompere la concordia; ed il perchè ce l'ha conservato l'Anonimo Valesiano [Anonymus Valesianus post Ammianum.]. Scrive questo autore, aver Costantino maritata Anastasia sua sorella a Bassiano, con disegno di dichiararlo Cesare, e di dargli il governo dell'Italia. Per camminar dunque d'accordo col cognato Licinio, spedì a lui un personaggio nomato Costanzo, richiedendolo del suo assenso. Venne in questo mentre Costantino a scoprire che Licinio segretamente per mezzo di Senecione, fratello di Bassiano, e suo confidente, era dietro ad indurre lo stesso Bassiano a prendere l'armi contra del medesimo Costantino. Di questa trama fu convinto Bassiano, e gli costò la vita. Fece Costantino istanza per aver nelle mani il manipolatore di tal trama, cioè Senecione; e Licinio gliel negò. Per questa negativa, e perchè Licinio fece abbattere le immagini e statue di Costantino in Emona, città, non so se dell'Istria o della Pannonia, si venne a guerra aperta. Costantino marciò in persona con una armata di soli venti mila tra cavalli e pedoni alla volta della Pannonia, per farsi giustizia, coll'armi, e s'incontrò nelle campagne di Cibala con Licinio, il cui esercito ascendeva a trentacinque mila uomini, parte cavalleria e parte fanteria. Qui furono alle mani i due principi, e ne rimase sconfitto Licinio. Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 18.] descrive l'ordine di quella battaglia, che durò dalla mattina sino alla sera con gran mortalità di gente; ma in fine l'ala destra, dove era lo stesso Costantino, ruppe la nemica; e le legioni di Licinio, dopo aver combattuto a piè fermo tutto quel giorno, poichè videro il lor principe a cavallo in fuga, anch'esse sull'imbrunir della notte, preso sol tanto di cibo che bastasse per allora, ed abbandonato il resto de' viveri, de' carriaggi e del bagaglio, frettolosamente si ritirarono alla volta di Sirmio, dove prima di loro era pervenuto Licinio [Idacius, in Fastis. Euseb., in Chron.]. Nel dì 8 di ottobre succedette questo sanguinoso fatto d'armi; ed essendo il racconto di Zosimo così circostanziato, merita ben più fede che quel di Eutropio [Eutrop., in Breviar.], il quale sembra dire che Licinio prima di questo tempo ebbe una percossa da Costantino, e che poi, sorpreso all'improvviso sotto Cibala, di nuovo fu disfatto. L'Anonimo Valesiano fa giugnere la sua perdita sino a venti mila persone: il che par troppo.
Poco si fermò Licinio in Sirmio, città da due bande cinta dal Savo fiume, colà dove esso si scarica nel Danubio [Zosimus, lib. 2, cap. 18.]; ma presi seco le moglie e i figliuoli, e rotto il ponte, marciò con diligenza verso la novella Dacia, finchè arrivò nella Tracia. Per viaggio [Anonymus Valesianus.] egli creò Cesare Valente, uffiziale assai valoroso della sua armata, di cui leggerissima informazione ci resta nella storia. Indarno gli spedì dietro Costantino cinque mila de' suoi per coglierlo nella fuga. Impadronissi dipoi Costantino di Cibala e di Sirmio; ed allorchè fu arrivato a Filippi, città della Macedonia, o piuttosto a Filippopoli della Tracia, comparvero da Andrinopoli ambasciatori di Licinio per dimandar pace; ma nulla ottennero, perchè Costantino esigeva la deposizion di Valente creato Cesare al suo dispetto, e Licinio non acconsentì. Intanto con somma diligenza mise Licinio insieme un'altra assai numerosa armata colle genti a lui spedite dall'Oriente; e fu di nuovo in campagna. Ma nol lasciò punto dormire l'infaticabil Costantino, che gli giunse addosso nella pianura di Mardia. Seguì un'altra giornata campale con perdita vicendevole di gente, secondo Zosimo, e con restare indecisa la sorte, avendo la notte messo fine al menar delle mani; ma dall'Anonimo del Valesio abbiamo che terminò la zuffa con qualche svantaggio di Licinio, il quale, col favor della notte tiratosi in disparte, lasciò nel dì seguente passar oltre Costantino, con ridursi egli e i suoi a Berea. Pietro Patrizio [Petrus Patricius, de Legat., Tom. I Hist. Byzantin.] lasciò scritto che Costantino perdè in tal congiuntura parte del suo bagaglio, sorpreso in un'imboscata da quei di Licinio. Tornò dunque esso Licinio a spedire a Costantino proposizioni di pace, e l'ambasciatore fu Mestriano, uno de' suoi consiglieri, il quale trovò delle durezze più che mai. Contuttociò, considerando l'Augusto Costantino quanto egli si fosse allontanato da' proprii Stati, e molto più come sieno incerti gli avvenimenti delle guerre, finalmente si lasciò piegare ad ascoltar l'inviato. Mostrossi egli irritato forte contra di Licinio, perchè senza suo consentimento, anzi ad onta sua, avesse creato un nuovo Cesare, cioè Valente, e volesse anche sostenere piuttosto quel suo famiglio [Anonymus Valesianus. Zosimus.] (che così il nominava egli) che un Augusto suo cognato. Però, se si aveva a trattar di pace, esigeva per preliminare la deposizion di Valente. Cedette in fine Licinio a questa pretensione, e fu dipoi conchiusa la pace. Se non è fallato il testo di Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.], Licinio levò appresso non solamente la porpora, ma anche la vita ad esso Valente. Per questa pace vennero in potere di Costantino l'Illirico, la Dardania, la Macedonia, la Grecia e la Mesia superiore. Restarono sotto il dominio di Licinio la Soria colle altre provincie orientali, l'Egitto, la Tracia e la Mesia inferiore [Jordan., de Reb. Getic.], appellata da alcuni la picciola Scitia, perchè abitata ne' vecchi tempi dalle nazioni scitiche. Così venne a crescere di molto la signoria di Costantino colle penne tagliate al cognato. Nel Codice Teodosiano [Cod. Theodos., l. 1, de Privileg. eorum, etc.] abbiamo una legge pubblicata da Costantino nelle Gallie nel dì 29 di ottobre di quest'anno; ma, siccome osservò il Gotofredo, sarà scorretto quel luogo, o pure il mese, non essendo probabile che Costantino tornasse sì tosto colà dopo la guerra fatta a Licinio.
CCCXV
| Anno di | Cristo CCCXV. Indizione III. |
| Silvestro papa 2. | |
| Costantino imperadore 9. | |
| Licinio imperadore 9. |
Consoli
Flavio Valerio Costantino Augusto per la quarta volta e Publio Valerio Liciniano Licinio Augusto per la quarta.
Per attestare al pubblico la ristabilita loro unione, presero amendue gli Augusti il consolato in quest'anno. Truovasi Rufio Volusiano tuttavia prefetto di Roma nel dì 25 di febbraio, ciò apparendo da un decreto [Cod. Theodos., lib. 2, quor. appellat.] a lui indirizzato da Costantino. Secondo il Catalogo de' prefetti, dato alla luce dal Cuspiniano e dal Bucherio, in quella dignità succedette Vettio Rufino nel dì 20 d'agosto. Per la maggior parte dell'anno presente si trattenne l'imperador Costantino nella Pannonia, Dacia, Mesia superiore e Macedonia, per dar buon sesto a que' paesi di nuova conquista, siccome attestano le leggi raccolte dal Gotofredo [Gothofred., in Chron. Cod. Theodos.] e dal Relando [Reland., in Fast.]. Ora si truova egli in Tessalonica, ora in Sirmio e in Cibala, ed ora in Naisso e in altre città tutte di quelle contrade. In una d'esse leggi inviata ad Eumelio, che si vede poi nell'anno seguente vicario dell'Africa, egli abolisce l'uso di marcar in fronte con ferro rovente i rei condannati a combattere da gladiatori negli anfiteatri, o pure alle miniere, per non disonorare, siccome egli dice, il volto umano, in cui traluce qualche vestigio della bellezza celeste. Fors'anche ebbe egli riguardo in ciò alla fronte, dove si faceva da' cristiani la sacra unzione e il segno della croce, usato anche allora, per testimonianza di Lattanzio e di Eusebio. Truovasi egli parimente nella città di Naisso, dove era nato, che fu poi da lui abbellita con varie fabbriche, e quivi pubblicò una legge ben degna della sua pietà, con ordine specialmente di farla osservare in Italia, e di tenerla esposta in tavole di bronzo. Un crudele abuso da gran tempo correva, che i padri e le madri per la loro povertà non potendo alimentare i lor figliuoli, o gli uccidevano, o li vendevano, o pure gli abbandonavano, esponendoli nelle strade; con che divenivano schiavi di chiunque gli accoglieva [Cod. Theodos., l. 1, de aliment.]. Ordinò dunque il piissimo imperadore, che portando un padre agli uffiziali del pubblico i suoi figliuoli, con provare la impotenza sua di nutrirli, dovesse il tesoro del pubblico, o pure l'erario del principe, somministrare gli alimenti a quelle povere creature. Nell'anno poi 322 fece una somigliante legge per l'Africa; incaricando i proconsoli e gli altri pubblici ministri di vegliare per questo, e di prevenir la necessità de' poveri, prendendo dai granai del pubblico di che soddisfare alla lor deplorabile indigenza, acciocchè non si vedesse più quell'indegnità di lasciar morire alcuno di fame. Poscia col tempo ordinò che i fanciulli esposti dai lor padri nelle necessità, e fatti schiavi, si potessero riscattare, dando un ragionevol prezzo, o pure il cambio d'un altro schiavo. Con altra legge [Ibidem, l. 1, de pignoribus.] data in Sirmio noi troviamo che egli vietò sotto pena della vita, nel pignorare i debitori, massimamente del fisco, il levar loro i servi ed animali che servono a coltivar la campagna, anteponendo con ciò il bene del pubblico al privato, come richiede il dovere de' buoni e saggi principi. Abbiamo inoltre una legge [Ibidem, l. 1, de matern. bon.] data da Costantino nel dì 18 di luglio, mentr'egli era in Aquileia, ed indirizzata ai consoli, pretori e tribuni della plebe di Roma, la qual poi solamente nel dì 5 di settembre fu recitata nel senato da Vettio Rufino prefetto della città. Tal notizia ci mena ad intendere che esso Augusto, dopo aver ordinati gli affari suoi nella Pannonia, Macedonia, Mesia e Grecia, calò in questi tempi in Italia. In fatti si trovano due susseguenti leggi [Gothofred., Chron. Cod. Theodos.] da lui date in Roma sul fine d'agosto e principio di settembre. Altre leggi poi cel fanno vedere nel medesimo settembre, ottobre e ne' due seguenti mesi ritornato nella Pannonia; ma certamente in alcuna di esse leggi è fallata la data, perchè Costantino non sapeva volare. Dicesi pubblicata in Murgillo nel dì 18 di ottobre quella [Ibidem, l. 1, de Judaeis.], con cui Costantino proibisce ai Giudei d'inquietare, siccome faceano, coloro, i quali abbandonavano la lor religione per abbracciar la cristiana; minacciando anche il fuoco a chi in avvenire ardisse di molestarli; siccome ancora diverse pene a chi passasse alla religione giudaica. Se poi crediamo qui al cardinal Baronio, nell'anno presente tenuto fu un concilio di settantacinque vescovi in Roma da papa Silvestro; ma essendo a noi venuta cotal notizia dai soli atti di san Silvestro, che oggidì son riconosciuti [Pagius, Crit. Baron. Natalis Alexander et alii.] da ogni erudito per apocrifi, cade ancora a terra quel concilio, perchè fondato sopra imposture, e contenente cose troppo inverisimili.