Gallicano e Simmaco.

In alcuni Fasti [Cassiodorus, Prosper, in Fastis.] in vece di Gallicano si trova un Costanzo per la terza volta, piuttosto che per la settima, console con Simmaco. Però taluno ha creduto ch'egli fosse sostituito a Gallicano. Io il lascio nelle sue tenebre. Continuò anche per l'anno presente Petronio Probiano ad esercitar la prefettura di Roma. S'è disputato non poco fra gli eruditi [Baron. Gothofred. Petavius. Pagius.] intorno all'anno, in cui Costantino Augusto cominciò la fabbrica della nuova città di Costantinopoli, e poi ne fece la dedicazione. Lasciando io il primo punto che poco importa, dico convenire oggidì i più in credere che in quest'anno egli dedicasse quella città, mutando il nome di Bisanzio in quello di Costantinopoli. Era egli negli anni addietro, siccome sommamente vago di gloria, invogliato di fabbricare una città, per imporle il suo nome, ed eternar con ciò maggiormente la sua memoria nei secoli avvenire. Pensava ancora di stabilir ivi la sua residenza, facendo di quella città una nuova Roma, che gareggiasse in grandezza ed ornamenti colla vecchia. Pretende Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap 30.] che egli a ciò s'inducesse, perchè mal soddisfatto del popolo romano, da cui era stato caricato di maledizioni l'ultima volta che egli fu a Roma, a cagion della religione mutata. Non è questo improbabile, dacchè sappiamo che dalla nuova città egli escluse ogni reliquia di paganesimo: il che non gli sarebbe con egual facilità e quiete riuscito nell'antica Roma. Fosse questo il motivo, o pure il desiderio della gloria, e di divertire i suoi pensieri in tempo di pace, che gl'ispirasse tal disegno, certissimo è aver egli a tutta prima scelto un sito sulla costa dell'Asia in vicinanza della già distrutta città di Troia, per fabbricarvi la novella sua città, e che v'impiegò assai tempo ed operarii ad alzarne le mura e le porte. Ma nell'andar egli soggiornando in quelle vicinanze, meglio di quel che avesse fatto in addietro, adocchiò, e ravvisò la mirabil situazione dell'antica città di Bisanzio, e quivi determinò di far la sua reggia; e lasciato andare l'incominciato lavoro, tutto si diede ad accrescere e rinnovare quest'altro luogo. Chiunque anche oggidì osserva Costantinopoli, confessa non potersi trovare un sito più bello, più delizioso e più comodo di quello sulla terra, perchè posta quella città sotto moderato clima sul fin dell'Europa in un promontorio, e in faccia alla vicina Asia, col mare che le bacia le mura, con porto capacissimo di navi, con fertili campagne, e frapposta a due mari, ciascun dei quali può facilmente mantenere in essa l'abbondanza. Quivi dunque tutto si diede l'Augusto Costantino a fabbricare, con aprire gli scrigni ed impiegar largamente i suoi tesori in quell'impresa, con ritenere il meglio del vecchio Bisanzio, ed accrescere a meraviglia il circuito delle sue mura.

Gli autori greci [Euseb. Sozomen. Philostorg. Codinus, et alii.], siccome si può vedere nella descrizion di Costantinopoli cristiana, che abbiamo dall'erudita penna del Du-Cange, contano maraviglie, avvenimenti soprannaturali, ed anche favolosi, della fondazione di questa città. Non convenendo all'assunto mio l'entrare in sì fatto argomento, a me basterà di dire che le nuove mura abbracciarono un gran sito, entro il quale egli fece edificare un superbo imperial palagio, con altri assaissimi per i suoi cortigiani ed uffiziali, belle strade e case, piazze non inferiori in bellezza a quelle di Roma, circhi, statue, fontane, terme, portici suntuosi sostenuti da più file di colonne di marmo: in una parola, si studiò egli di formare una città che in fabbriche ed ornamenti potesse competere con quella di Roma che era la maraviglia delle città. E per maggiormente abbellirla, non si mise scrupolo di spogliar l'altre città, per asportar colà le cose più rare, senza neppur eccettuare quella di Roma. Chi leggesse la storia sola di Zosimo [Zosimus, l. 2, cap. 31.], crederebbe che Costantino in questa nuova città avesse eretti templi ai falsi dii, ed onorate le statue loro. Ma Eusebio [Euseb., in Vita Costantini, lib. 3, cap. 48.], che scrive le cose de' suoi dì, ed altri antichi scrittori [Socrates, l. 1 Histor., cap. 16 et alii.] ci assicurano che egli unicamente vi fabbricò delle magnifiche chiese, fra le quali mirabil poscia fu quella de' Santi Apostoli, oltre a varii oratorii in memoria de' martiri, e che in quella città non soffrì alcun tempio de' gentili, nè che le statue de' loro dii si onorassero ne' templi. Quelle che v'erano, o che furono portate altronde colà, servivano solamente per ornamento della città, e non per ricevere culto dai pagani. Però di là fu estirpata l'idolatria, ed in essa pubblicamente non si adorava se non il vero Dio e la croce santa; e questa gioiellata facea bella comparsa nella sala maggiore dell'imperial palazzo. Quel solo che troviam ripreso da Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 32.] e da Temistio [Themistius, Orat. 3.] in Costantino, fu la soverchia fretta sua, per aver presto il piacere di veder terminate tante fabbriche, perchè, trovandole malfatte, le disfaceva, ed altre non poche d'esse ebbero in effetto corta sussistenza, e convenne ai susseguenti Augusti di risarcirle e far di nuovo. A fine poi di popolare quest'ampia città, ed accrescerne l'abitato, tirava ad essa i popoli delle altre città e provincie, allettandoli con privilegii ed esenzioni, e con donar loro terre da coltivare, ovver danari. E a molti senatori ancora, venuti da Roma a stanziare colà, donò palazzi e ville. Assegnò anche rendite annuali che servissero ad aumentare le case e a sempre più abbellir la città di nuovi edifizii. Altre poi erano destinate per dare annualmente al povero popolo pane o pur grano, carne ed olio [Sozom. Socrates. Zosimus. Cod. Theodos. et alii.].

In questa maniera non passò gran tempo che Costantino vide piena di abitatori la sua città, con avere, siccome scrisse anche san Girolamo [Hieron., in Chronico.], spogliate quasi tutte le altre per ingrandire ed ornar questa sua favorita figlia. Affinchè poi vi abbondassero i viveri, concedette varii privilegii ai mercatanti di grano dell'Oriente e dell'Egitto, che tutti da lì innanzi correvano a smaltire in sì popolata città le lor vettovaglie, città che per l'addietro tante ne produceva, che ne facea parte all'altre. I Greci moderni, spezialmente Codino [Codinus, Origin. Constantin.], spacciarono dipoi una man di fole intorno a questa fondazione, e massimamente una curiosa particolarità, che, quantunque favolosa, merita di essere comunicata ai lettori. Cioè che Costantino, allorchè era dietro alla fabbrica d'essa città, chiamò a sè i principali nobili romani, e li mandò alla guerra contro i Persiani. In quel mentre, secondo le misure venute da Roma, ordinò che si fabbricassero palazzi e case affatto simili a quelle che essi godevano in Roma; e dopo averle mobigliate di tutto punto, segretamente fece venir colà le loro mogli e i figliuoli con tutte le famiglie, e le collocò in quelle abitazioni. Dopo sedici mesi tornarono que' nobili dalla guerra, accolti con un solenne convito dall'imperadore, il quale fece poi condurre cadauno all'abitazion loro assegnata, e tutti all'improvviso si trovarono fra gli abbracciamenti dei lor cari. Torno a dire, che è spezioso il racconto; ma che chiunque l'esamina, ne scorge tosto la finzione; e tanto più che guerra non fu allora coi Persiani, nè gli antichi fan parola di questo fatto, e lo avrebbono ben saputo e dovuto dire, se fosse avvenuto. Ora varii autori [Idacius, in Fastis. Chronic. Alexandrinum. Hieron., in Chron. Zonaras, in Annalib. et alii.] s'accordano in iscrivere che l'Augusto Costantino nel dì 11 di maggio dell'anno presente fece con gran solennità di giuochi e profusion di doni la dedicazione di questa nuova città, abolendo l'antico nome di Bisanzio, ed ordinando ch'essa da lì innanzi fosse chiamata città di Costantino, o sia Costantinopoli. Fra le sue leggi [L. 2, de Judaeis, Cod. Theod.] comincia appunto a trovarsene una data sul fin di novembre in quella città col suddetto nome. Non è già che in quest'anno fosse ridotta a perfezione così insigne città, ricavandosi da Giuliano Apostata [Julian., Oratione I.] e da Filostorgio [Philostorgius, Histor., lib. 2, cap. 9.] che si continuarono i lavori anche qualche anno dipoi. Ma perchè dovevano essere terminate le mura, le porte e i principali edifizii, perciò l'imperadore impaziente non potè aspettare di più per darle il nome e farne la dedicazione in quel giorno, che annualmente fu poi celebrato anche ne' secoli susseguenti dalla nazione greca. Per maggiormente poi esaltare la sua città, Costantino le diede ancora il titolo di seconda Roma, o pure di Roma novella [Sozomenus, Histor., lib. 2, cap. 3. Socrates, Hist., lib. 1, cap. 1.]; volle che godesse tutti i diritti e le esenzioni che godeva la vecchia, stabilì ivi un senato, ma del secondo ordine, e varii magistrati, che esercitavano la loro autorità sopra tutto l'imperio dell'Oriente, e sopra l'Illirico orientale; in una parola, se vogliam credere a Sozomeno, andò così crescendo Costantinopoli, che in meno di cento anni giunse a superar Roma stessa non men per le ricchezze che per la copia degli abitanti. Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 35.] scriveva, circa cento anni dappoi, che facea stupore la sterminata folla di gente e di giumenti che si mirava in quelle strade e piazze; ma che, essendo strette esse strade, scomodo e pericoloso era il passarvi. Giunge anche a dire che niun'altra città potea allora paragonarsi in felicità e grandezza a Costantinopoli, senza eccettuar Roma vecchia, la qual certo cominciò a declinar da qui innanzi non poco per questa emula nuova.


CCCXXXI

Anno diCristo CCCXXXI. Indizione IV.
Silvestro papa 18.
Costantino imperadore 25.

Consoli

Annio Basso ed Ablavio.

Nel dì 12 d'aprile entrò nella prefettura di Roma Anicio Paolino. Le leggi [Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.] pubblicate in quest'anno dall'Augusto Costantino cel fanno vedere tuttavia residente in Costantinopoli, applicato ivi al compimento di varie fabbriche. Allora fu ch'egli con un prolisso editto, il quale nel Codice di Giustiniano si trova diviso in sei diverse leggi, e indrizzato a tutte le provincie del romano imperio, si studiò di provvedere alle concussioni ed avanie dei giudici, notai, portieri ed altri uffiziali della giustizia, ed anche alla prepotenza de' privati. Vuol dunque ivi che chiunque si sentirà aggravato dall'avarizia, rapacità e ingiustizia de' suddetti, liberamente porti le sue doglianze ai governatori; e, non provvedendo essi, ricorra ai conti delle provincie, o ai prefetti del pretorio, affinchè essi ne diano conto alla maestà sua, ed egli possa punire questi abusi e delitti secondo il merito. Nè solamente impiegava in questi tempi Costantino i suoi tesori per l'accrescimento della sua diletta città di Costantinopoli; stendeva anche la sua munificenza ad altre città, con fabbricar ivi dei riguardevoli templi in onore di Dio, de' quali parla Eusebio [Euseb., in Vita Const., lib. 3, cap. 50 et 63.]. Faceva inoltre sfavillare il suo zelo in favore della Chiesa cattolica, con aver pubblicato un editto contra de' varii eretici che allora l'infestavano, ma non già contra degli Ariani, perchè introdottosi forte in grazia di lui uno scaltro protettore d'essi, cioè quel volpone di Eusebio, vescovo di Nicomedia, di cui si parlò di sopra, andò egli non solamente inorpellando al buon Augusto i sacrileghi dogmi dell'eresiarca Ario, ma mise anche sottosopra le due insigni chiese di Antiochia e di Alessandria: del che potrà il lettore chiarirsi consultando la storia ecclesiastica. Racconta eziandio il medesimo Eusebio [Idem, ibidem, lib. 4, cap. 2.] che Costantino fece sentire la beneficenza sua a tutto l'imperio, con levare un quarto dei tributi che annualmente pagavano i terreni: indulgenza che gli tirò addosso la benedizione dei popoli. E perciocchè non mancavano persone, le quali si lamentavano di essere state oltre il dovere aggravate negli estimi delle loro terre sotto i principi precedenti, spedì estimatori dappertutto, acciocchè riducessero al giusto quello che fosse difettoso. Parla anche Eusebio della non mai stanca liberalità di questo grazioso regnante verso le provincie e verso chiunque a lui ricorreva; di maniera che egli giunse, per soddisfare a tanti che chiedevano onori, ad inventar nuove cariche e nuovi uffizii, colla distribuzion de' quali si studiava di rimandar contenta ogni meritevol persona. Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 32 et seq.], che per cagione del suo paganismo non seppe se non mirar d'occhio bieco tutte le azioni di Costantino, gli fa un reato di questo, e particolarmente perchè di due prefetti del pretorio egli ne formasse quattro. Il primo d'essi era prefetto del pretorio dell'Italia, da cui dipendeva l'Italia tutta colla Sicilia, Sardegna e Corsica, e l'Africa dalle Sirti sino a Cirene, e la Rezia, e qualche parte dell'antico Illirico, come l'Istria e Dalmazia, e verisimilmente anche il Norico. Era il secondo quello dell'Oriente, a cui Costantino, per onorar la sua cara Costantinopoli, diede una buona porzione, unendo sotto di lui l'Egitto colla Libia Tripolitana, e tutte le provincie dell'Asia, e la Tracia, e la Mesia inferiore con Cipri ed altre moltissime isole. Il terzo fu quel dell'Illirico, al quale erano sottoposte le provincie della Mesia superiore, la Pannonia, la Macedonia, la nuova Dacia, la Grecia ed altri adiacenti paesi, compresi anticamente sotto esso nome d'Illirico. Fu il quarto quello delle Gallie, che comandava a tutta la Francia moderna sino al Reno, e a tutta la Spagna, con cui andava congiunta la Mauritania Tangitana, e alle provincie romane della Bretagna. Zosimo pretende che l'istituzione di tali magistrati riuscisse pregiudiziale all'imperio. Ma doveva far mente quello storico che Diocleziano il primo fu in certa maniera ad istituire quattro prefetti del pretorio, allorchè in quattro parti divise il romano imperio. Quel che più importava, quand'anche se ne faccia autore Costantino, con ottima intenzione o per maggior comodo de' popoli egli creò que' magistrati. Veggasi il Gotofredo [Gothofred., tom. VI Cod. Theodosian. Pancirolus, Notitia Utriusque Imperii. Bulenger., de Imp. Roman., lib. 3.] ed altri che han trattato dell'uffizio, dell'autorità e delle incumbenze de' prefetti del pretorio. Che se uffiziali di tanta dignità, o i lor subalterni col tempo si abusarono del loro impiego, alla lor negligenza o malizia si dovea attribuire il reato, e non già alla dignità, saviamente e con buon fine istituita, che, al pari di tante altre, potè cadere in mani cattive.