Flavio Popilio Nepoziano e Facondo.
Benchè i fasti e le leggi non ci porgano se non il cognome del primo console, cioè Nepoziano, pure difficilmente si fallerà in credere ch'egli fosse quel Flavio Popilio Nepoziano, a cui fu madre Eutropia sorella di Costantino Augusto. Noi torneremo a vedere questo personaggio, all'anno 350, proclamato imperadore, ma imperadore di poca durata. Seguitò ancora in quest'anno Rufio Albino ad esercitare la prefettura di Roma. In luogo del defunto s. Silvestro fu creato romano pontefice [Anastas., in Bibl. sive Chron. Damasi.] Marco nel gennaio dell'anno presente. Cosa alquanto pellegrina può parere a talun il vederlo appellato solamente Marco, perchè questo era un solo prenome; e non già un nome o cognome de' Romani. Ma s. Marco evangelista avea fatto divenir nome questo prenome, per tacere altri esempli. Non durò più di otto mesi e venti giorni la vita di esso pontefice, registrato dipoi nel catalogo de' santi. Fu di parere il cardinal Baronio [Baron., in Annal.] che Giulio a lui succedesse nella cattedra di san Pietro sul fine d'ottobre; ma il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.], fondato nella Cronica di Damaso, differisce la di lui esaltazione sino al febbraio del susseguente anno, senza apparire il perchè in questi pacifici tempi restasse vacante per tanto tempo la sedia di san Pietro. Appartengono a quest'anno le prime nozze di Costanzo Cesare, secondo figliuolo dell'imperadore [Euseb., in Vita Constant., lib. 4, cap. 49.], celebrate con gran pompa dalla corte: nella qual congiuntura l'Augusto suo padre distribuì ai popoli e alle città moltissimi doni. Il Du-Cange [Du-Cange, Hist. Byz.] inclinò a credere che questa prima moglie di Costanzo (perchè n'ebbe più d'una) fosse figliuola di Giulio Costanzo, cioè d'un fratello di esso Costantino Augusto e di Galla; ma resta tuttavia scuro questo punto. Una solenne ambasciata dall'India circa questi medesimi tempi venne a trovar Costantino, portandogli in dono delle gemme preziose, e delle stravaganti bestie di que' paesi sconosciute presso i Romani. Aggiugne Eusebio, che i re e i popoli dell'India in certa maniera si suggettarono alla signoria di Costantino, con riconoscerlo per loro imperadore e re, alzando in onore di lui statue ed immagini. Si potrebbe dubitare se Eusebio in questo sito la facesse più da oratore o poeta, che da storico. Volle dopo le nozze di Costanzo, e conseguentemente nel presente anno, e non già nel precedente, come fu d'avviso il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.], l'Augusto Costantino provvedere alla succession de' figliuoli, forse perchè qualche incomodo della sanità gli faceva già presentire non lontano il fin de' suoi giorni; nè i saggi aspettano a regolar le loro faccende allorchè la morte picchia alla porta. Divise dunque l'imperio fra i suoi tre figliuoli e due nipoti nella seguente maniera. Al primogenito suo Costantino, già ammogliato, ma senza sapersi con chi, lasciò tutto il paese che è di là dalle Alpi, ed era stato della giurisdizion di suo padre, cioè tutte le Gallie coll'Alpi Cozie, le Spagne colla Mauritania Tingitana e la Bretagna, porzione che oggidì forma tre potenti e fioriti regni. A questo principe, abitante allora in Treveri, fece ricorso l'esiliato sant'Atanasio, e ne fu ben ricevuto. A Costanzo secondogenito assegnò il padre tutto l'Oriente coll'Egitto, a riserva della porzione che già dissi data ad Annibaliano suo nipote. Pretese l'Apostata Giuliano [Julian., Orat. III.] che per favore particolare Costantino concedesse le provincie d'Oriente a Costanzo, perchè più degli altri l'amava a cagion della sua sommessione e compiacenza. A Costante terzogenito fu assegnata [Anonym. Valesianus. Zonaras, in Ann. Aurelius Victor, in Epitome.] l'Italia, l'Africa e l'Illirico: vasta porzione anche essa, perchè si stendeva per tutta la Pannonia, per le Mesie, Dacia, Grecia, Macedonia, ed altri paesi già attinenti all'Illirico, e verisimilmente abbracciava anche il Norico e le Rezie. Il Valesio e il Tillemont, correggendo un passo di Aurelio Vittore, con leggere Delmatio in vece di Delmatiam, pretendono che Costantino lasciasse la Tracia, la Macedonia e l'Acaia, cioè la Grecia, a Delmazio suo nipote. Ma non è da credere che Costantino della sua diletta città di Costantinopoli volesse privare i suoi figliuoli, e darla al nipote con dote tanto inferiore di paese annesso. O non s'ha dunque da emendare il passo di Vittore che attribuisce a Costante l'Illirico, la Italia, la Tracia, la Macedonia e la Grecia; o, quando pur si voglia fallato il suo testo, si dee stare con Zonara [Zonaras, in Annal.], il quale chiaramente scrive che a Costante toccò, oltre all'Oriente, anche la Tracia colla città del padre, cioè con Costantinopoli. E a farci credere che così fosse, concorre quanto poco fa dicemmo della parzialità a lui mostrata dal padre Augusto. Quanto a Delmazio, altra parte, a mio credere, non fu assegnata che la Ripa Gotica, come ha l'Anonimo Valesiano [Anonym. Vales.], cioè verisimilmente la Dacia nuova, o pur la Mesia inferiore. Di qual parte divenisse o restasse signore Annibaliano con titolo di re, già s'è detto all'anno precedente. Ed ecco il romano imperio trinciato in tante parti, e con tal divisione infievolito in maniera da prepararsi alla rovina; ma Diocleziano avea già somministrato a Costantino questo modello, e Costantino dovette anch'egli figurarsi meglio assicurata la sussistenza di questi regni con provvederli di principi, de' quali cadauno dal suo canto gareggerebbe per difendere dai Barbari la sua porzione, senza prevedere o sospettar egli che l'ambizione e gelosia potesse poi con tutta facilità attizzar la discordia fra tanti principi, ed anche fra gli stessi fratelli.
CCCXXXVII
| Anno di | Cristo CCCXXXVII. Indizione X. | |
| Giulio papa 1. | ||
| Costantino juniore | imp.1. | |
| Costanzo e | ||
| Costante | ||
Consoli
Feliciano e Tiberio Fabio Tiziano.
Certo è il cognome del secondo console, cioè di Tiziano, non egualmente è sembrato tale il suo nome e prenome a cagion dei dubbii mossi al consolato dell'anno 391, siccome vedremo. Nel dì 10 di marzo a Rufio Albino succedette nella dignità di prefetto di Roma Valerio Procolo. La saviezza con cui Costantino reggeva i suoi popoli, la sterminata sua potenza, e il credito con tante vittorie acquistato, aveano per più anni tenuto in dovere i Barbari e fatta godere a tutte le parti del romano imperio un'invidiabil pace: quando eccoli dare all'armi i Persiani, e muover guerra al romano imperio. Un racconto di Cedreno [Cedren., in Histor.], a cui il Valesio [Valesius, in Annot. ad Ammian., lib. 25, cap. 4.] prestò fede, fa originata questa rottura de' Persiani coi Romani dopo una pace per circa quaranta anni durata fra loro, da un certo Metrodoro, filosofo persiano, il quale, adunata gran copia di pietre preziose nell'India, parte da lui rubate e parte a lui consegnate da un re indiano da portare in suo nome all'Augusto Costantino, venne veramente a trovar l'imperadore, a cui diede le gioie, ma senza far parola del re donatore, con aggiugnere ancora di avergliene consegnata quel re un'altra gran quantità, ma che, in passando per la Persia, erano state occupate da quel re Sapore II. Perchè Costantino ne fece delle istanze ad esso re con assai altura, e non ne ricevè risposta, si allumò la guerra fra loro. Altre particolarità aggiunte da esso Cedreno a una tal relazione da niuno degli antichi conosciute, han ciera di favole, delle quali per altro è fecondo quello scrittore troppo lontano dai tempi di Costantino. Tuttavia Ammiano [Ammianus, lib. 25, cap. 4.] ha qualche cosa di questo Metrodoro, con dire che Costanzo, e non già Costantino, badando alle bugie di Metrodoro, fu istigato a far guerra ai Persiani. Intanto a noi gioverà l'attenerci ad autori più classici, cioè ad Eusebio [Euseb., in Vita Constantini, lib. 4, cap. 56.], Libanio [Liban., Orat. III.] ed Aurelio Vittore [Aurelius Victor, de Caesarib.]. Vanno essi d'accordo in dire che il re di Persia, Sapore, da gran tempo faceva de' preparamenti per muovere guerra al romano imperio. Allorchè ebbe disposto tutto, inviò ambasciatori a Costantino, ridomandando gli Stati che una volta appartenevano alla corona persiana. La risposta di Costantino fu che verrebbe egli in persona ad informarlo de' suoi sentimenti; ed in fatti allestite armi e milizie, chiamate in gran copia da tutte le parti del suo imperio, con vigore si preparò per questa importante spedizione. Un così potente armamento d'un imperadore avvezzo alle vittorie fece calar ben tosto gli orgogliosi spiriti del re persiano, le cui armate aveano già dato principio alle scorrerie nella Mesopotamia, di modo che spedì nuovi ambasciatori a Costantino per trattar di pace. Eusebio [Euseb., in Vita Constantini, cap. 57.] qui più degli altri merita fede, e ci assicura che l'ottennero; laddove Rufo Festo [Rufus Festus, in Breviar.] e l'Anonimo Valesiano [Anonym. Valesianus. Libanius. Julianus.], Libanio e Giuliano l'Apostata pretendono che Costantino continuasse i preparamenti militari per la guerra; e noi vedremo che Costanzo suo figliuolo fu da lì a non molto alle mani col re di Persia. Tuttavia Ammiano è di parere che Costanzo, e non già i Persiani, quegli fu che volle rompere, sedotto, siccome già accennammo, dal suddetto Metrodoro.
Avea l'Augusto Costantino goduta in addietro una prosperosa sanità, accompagnata con gran vigore di corpo e d'animo [Euseb., in Vita Constantini, lib. 4, cap. 53.], ed era già pervenuto al principio dell'anno sessantesimo terzo di sua età. Ma convien credere che anche nel precedente anno qualche interna debolezza o malore più vivamente che mai il facesse accorto dell'inevitabile nostra mortalità. Però, siccome dicemmo, assettò gl'interessi domestici; più che mai si applicò alle opere di pietà; fece fabbricare il sepolcro suo presso il magnifico tempio degli Apostoli, eretto e dedicato da lui in Costantinopoli, e spesso trattava dell'immortalità dell'anima, insegnata dalla religion di Cristo e dalla migliore filosofia. Ora, dopo aver egli con gran divozione celebrato il giorno santo della Pasqua, cominciò a sentir de' più gravi sconcerti nella sanità, e si portò ai bagni, ma senza provarne profitto. Venuto che fu ad Elenopoli, si aggravò il suo male; ed allora, conoscendo approssimarsi ormai il fine dei suoi giorni [Euseb., ibid., cap. 61.], con tutta umiltà confessò i suoi peccati in quella chiesa, e fece istanza ai vescovi dimoranti nella sua corte di ricevere il sacro battesimo, differito da lui fin qui, secondo l'uso od abuso d'alcuni in que' tempi, per cancellare e purgare prima di morire in un punto solo tutti i peccati della vita passata coll'efficacia di quel sacramento. Questa funzione fu celebrata poco appresso, essendo egli passato da una sua villa presso di Nicomedia [Hieron., in Chron.]; e chi il battezzò, fu Eusebio vescovo di quella città, uomo per altro screditato per la sua aderenza agli errori d'Ario. Non v'ha oggidì persona alquanto applicata all'erudizione che non conosca essere stato conferito il battesimo a questo celebre imperadore, e primo fra gl'imperadori cristiani, non già in Roma per mano di san Silvestro papa nell'anno 324, come ne' secoli dell'ignoranza le leggende favolose fecero credere, ma bensì nell'anno presente in Nicomedia sul fine della di lui vita. Se altro testimonio che Eusebio Cesariense non avessimo di questo fatto, potrebbesi forse dubitare della di lui fede, perchè vescovo almen sospetto di aver favorito il partito dell'eresiarca Ario, contuttochè non sia mai probabile che scrittore sì riguardevole volesse e potesse spacciare un fatto, che così agevolmente si sarebbe potuto con sua vergogna smentire, qualora fosse pubblicamente seguito in Roma tanti anni prima il battesimo d'esso Augusto. Ma il punto sta, che con Eusebio, in raccontar questo fatto, s'accordano il santo vescovo [Ambrosius. Hieronym. Socrates. Sozomenus. Theodoret. Evagrius. Chron. Alexandrinum.] Ambrosio, san Girolamo e tanti vescovi del concilio di Rimini nell'anno di Cristo 359; e Socrate, Sozomeno, Teodoreto, Evagrio e la Cronica Alessandrina. Non ne cito i passi, potendo il lettore informarsi meglio di questo da chi ex professo ha ventilata cotal quistione. Posto poi il battesimo così tardi ricevuto da Costantino, per cui egli cominciò veramente a chiamarsi cristiano, e ad essere partecipe dei divini misteri [Valesius, Adnot. ad Euseb. Tillemont, Mémoires des Emper.]; s'è cercato se Costantino fosse almeno in addietro nel numero de' catecumeni, nè si son trovati bastanti lumi per decidere questo punto. Quel che è certo, da gran tempo l'impareggiabil Augusto, con aver abiurato l'empio culto degli idoli, era cristiano in suo cuore, e adorava Gesù Cristo, e promoveva a tutto suo potere gl'interessi della sua santa religione, benchè non si sottomettesse per anche al giogo soave del Vangelo, e all'obbrobrio della Croce; e si sa che egli superava col suo zelo e colla sua divozione anche molti veterani nella scuola del Crocifisso. Dopo il battesimo, che il piissimo Augusto ricevè con gran compunzione ed ilarità insieme d'animo al veder quelle sacre cerimonie, vesti l'abito bianco, e diedesi a far varii regolamenti, l'uno dei quali fu il richiamar dall'esilio sant'Atanasio [Athan., Apolog. II.], e, secondo tutte le apparenze, anche gli altri vescovi banditi. Confermò ancora nel testamento la division fatta degli Stati ne' suoi figliuoli, con chiamare a sè, come più vicino, Costanzo, il quale non giunse a tempo di vederlo vivo.
Nella sacra festa adunque della Pentecoste, caduta in quest'anno nel dì 22 di maggio, fu chiamato, come si può credere, alla gloria de' beati questo insigne imperadore, in età di sessantatrè anni e tre mesi, per quanto si deduce con varie conghietture dagli antichi scrittori [Euseb., in Vit. Const. Socrates, in Histor. Eccl. Idacius, in Fastis. Cron. Alexandr.], correndo l'anno trentunesimo, dacchè egli fu creato Cesare. Nè sussiste che egli nell'ultimo della vita inclinasse agli errori d'Ario, come si lasciò scappar dalla penna san Girolamo [Hieron., in Chronico.], avendo assai fatto conoscere alcuni letterati ch'egli morì nella credenza e comunione della Chiesa cattolica: al che certamente nulla pregiudicò l'avergli Eusebio di Nicomedia somministrato il battesimo, la cui virtù non dipende dal ministro. Fu il corpo del defunto Augusto [Theodoretus, Histor., lib. 1, cap. 34.] con lugubre pompa portalo a Costantinopoli, accompagnato da tutta l'armata di quelle parti; ed esposto nella gran sala del palazzo, parata a lutto, e illuminata da assaissimi doppieri su candellieri d'oro, quivi restò, finchè arrivato dalla Soria Costanzo di lui figliuolo, solennemente lo condusse al sepolcro, ch'egli stesso s'era preparato, e che fu posto alla porta del tempio de' santi Apostoli in Costantinopoli. Incredibile ed universale fu il dolore [Euseb., in Vita Constant., lib. 4, cap. 69.] dei popoli per la perdita di questo incomparabile imperadore; e spezialmente il senato e popolo romano [Aurel. Vict., de Caesarib.] se ne afflisse, riflettendo che egli coll'armi, colle leggi e colla clemenza avea, per così dire, fatta rinascere Roma, e procacciata con tanta cura in addietro una mirabil tranquillità di pace al suo imperio. Perciò furono in essa Roma sospesi tutti gli spettacoli ed altri divertimenti; si serrarono i bagni, e con alte grida il popolo fece istanza che il di lui corpo venisse trasportato colà, con provar poscia estremo dolore, allorchè intese data ad esso sepoltura in Costantinopoli. I pagani stessi [Eutrop., in Brev.], secondo il sacrilego loro stile, ne fecero un dio, come eziandio si raccoglie da varie medaglie [Mediobarb., Numismat. Imper.], onore certamente detestato da quella grande anima che adorò il solo vero Dio in vita, e dopo morte possiam credere che passasse a godere i premii riserbati ai buoni in un regno più stabile e migliore. Il titolo di Grande, che noi comunemente diamo a Costantino, parve poco ai popoli, anche vivente lui; e però gli diedero quel di Massimo, che s'incontra nelle suddette medaglie e nelle iscrizioni. Ed, in vero, per quanto ebbe a confessare lo stesso Eutropio [Eutrop., in Brev.], benchè scrittore pagano, innumerabili pregi di corpo e d'animo, e una rara fortuna concorsero a formare di lui uno dei maggiori eroi dell'antichità. Videsi ritornato dal valore delle sue armi sotto un solo capo il romano imperio; cessarono pel suo saggio e clemente governo i gravissimi mali e disordini internamente patiti sotto i precedenti cattivi Augusti; e calato l'orgoglio alle nazioni barbare, niuna d'esse inferiva più molestia alcuna alle provincie romane, per timore di questo invitto Augusto. Ma la principal gloria di Costantino fu, e sempre sarà presso di noi cristiani, l'esser egli stato il primo ad abbandonare il culto degli idoli con abbracciare la vera religione di Cristo; e non solo di aver profittato per sè stesso di questa luce, ma d'essersi studiato a tutto potere di dilatarla pel vasto suo imperio, senza nondimeno forzare le coscienze altrui: studio che, secondato da' suoi successori, giunse in fine ad atterrar affatto il paganesimo, e a far solamente regnare la Croce per tutte le provincie romane. Quanto egli operasse, affinchè ciascuno aprisse gli occhi al lume del Vangelo, quante chiese egli fabbricasse, quanti templi famosi della idolatria distruggesse, e tanti altri saggi della sua umiltà e pietà, all'istituto mio non convien di riferire, rimettendo io il lettore, desideroso di chiarirsene, alla Vita di lui scritta da Eusebio, e alla storia ecclesiastica. Ma non posso tacere che, per attestato del medesimo storico [Euseb., in Vit. Const., lib. 4, cap. 23 et 25.], lo zelo di Costantino giunse a proibire l'esterno culto degl'idoli, e a far chiudere le porte de' loro templi, e a vietare i sagrifizii, l'aruspicina e varie altre superstizioni del gentilesimo. Che s'egli non potè sradicar tutto, il potente crollo nondimeno che gli diede, servì ai successori suoi Augusti di campo per compiere quella grande impresa. Per questo la memoria di Costantino si rendè venerabile per tutta la Chiesa, e tanto innanzi andò presso i Greci la stima di questo imperadore, che ne fecero un santo, e ne celebrano tuttavia la festa. Anzi nello Occidente stesso non sono mancate chiese che han fatto altrettanto, e scrittori che han compilata la Vita di san Costantino il Grande.