Ma qui si vuol avvertire i lettori, che quantunque riguardevoli sieno stati i meriti di questo glorioso imperadore; tuttavia, se noi prendiamo nella sua vera significazione il titolo di santo, indicante il complesso d'ogni virtù cristiana, e l'essere affatto privo di vizii e di sostanziali difetti: ben lontano fu Costantino dal conseguir sì decoroso titolo, che la sola pia adulazione de' secoli barbari a lui contribuì. Imperciocchè, a guisa di tanti altri principi che grandi sono appellati, non mancarono in lui varii difetti, che ebbero bisogno di misericordia presso Dio, e di scusa presso i mortali. Non son già qui sì facilmente da credere tanti biasimi a lui dati da Giuliano Apostata, e massimamente da Zosimo, il qual ultimo fece quanto sforzo potè per isminuire o denigrar la fama di Costantino. Scrittori tali, perchè ostinati nel paganesimo, maraviglia non è se sparlassero d'un imperadore che, quanto potè, diroccò il regno della lor superstizione. Ora tanto Giuliano [Julian., Oratione VII.] che Aurelio Vittore [Aurel. Victor, in Epitome.] ed Eutropio [Eutropius, in Breviar.] ci rappresentano Costantino, non solo avidissimo della gloria (passione per altro che in sè merita scusa, per non dire anche lode, qualora è di stimolo alle sole belle opere), ma ancora pieno d'ambizione, avendo egli cercato sempre d'ingrandirsi, senza mettersi pensiero se per vie giuste od ingiuste. Ma chi vuol male, tutte le altrui opere interpreta in sinistro. Gli attribuiscono ancora [Aurelius Victor, in Epitome.] un eccesso di lusso nell'ornamento del suo corpo, per aver portato, ed anche continuamente, il diadema; dal che si guardarono i suoi predecessori: accusa nondimeno di poco momento, perchè ai monarchi non è disdetto il sostenere la propria maestà colla magnificenza esteriore, purchè non giungano, come facea Diocleziano, a farsi trattare da iddii. Che poi Costantino negli ultimi suoi anni si desse ad una vita voluttuosa, amando i piaceri e gli spettacoli, lo scrissero bensì Giuliano [Julian., de Caesarib.] e Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 32.]; ma lo stesso Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.] e Libanio [Liban., Or. III.], amendue gentili, difendono qui la di lui memoria, con dire ch'egli continuamente leggeva, scriveva, meditavo, ascoltava le ambascerie e le querele delle provincie; e molto più parla esso Libanio delle continue di lui occupazioni per promuovere il pubblico bene; nè alcuno certamente mai fu che potesse imputargli l'aver trasgredite le leggi della continenza, nè commessi eccessi di gola. Se vero poi fosse che Costantino, come vuol Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 38], e si ricava anche da Aurelio Vittore, dall'una parte scorticava i popoli colle imposte e coi tributi, e dall'altra scialacquava i tesori in fabbriche e in arricchir persone inutili ed immeritevoli, di maniera che, secondo esso Vittore, governò ben egli come buon principe ne' primi dieci anni, ma ne' dieci seguenti comparve un ladrone, e ne' dieci ultimi si trovò come uno spelato pupillo: se vero, dissi, ciò fosse, avrebbe senza dubbio pregiudicato non poco alla di lui riputazione. Ma Evagrio [Evagr., lib. 3, cap. 40.] difende qui la fama di Costantino; e di sopra vedemmo, coll'autorità d'Eusebio, che questo regnante levò via un quarto degli aggravii sopra le terre; oltre di che, le sue leggi il danno a conoscere per nemico, e certo non tollerante delle avanie sopra i sudditi. Quel forse che con più ragione fu ripreso in questo gran principe, fu la sua troppa bontà, amorevolezza e clemenza; male procedente da buon principio, ma che non lascia d'essere male in chi è posto da Dio a governar popoli, se tale eccesso va a finire in danno del pubblico. Confessa lo stesso Eusebio [Euseb., in Vita Constantini, lib. 4, cap. 51 et 54.] che Costantino fu proverbiato, perchè niuno temendo, a cagione della soverchia di lui clemenza, di soggiacere all'ultimo supplizio, e poco o nulla affaticandosi i governatori delle provincie per frenare i delinquenti, ne pativa la pubblica quiete, e frequenti erano i lamenti de' sudditi. Aggiugne che due gravi disordini si provarono in quei tempi, cioè la prepotenza ed insaziabil cupidigia dei ministri di corte, che travagliavano tutti i mortali, e la furberia di molte inique persone che, fingendosi convertite alla religion cristiana, s'introducevano nella confidenza dell'imperadore, con abusarsene poi in pregiudizio del pubblico e della religione stessa, facendo credere quel che volevano all'incauto Augusto. Che anche appresso dei buoni principi si veggano cattivi, scellerati ministri, non è cosa forestiera; ma non sono esentati i principi stessi dal rendere conto a Dio e al pubblico di valersi di sì fatte braccia, senza prendersi pensiero delle lor malvage azioni. E Costantino ben li conosceva [Euseb., in Vita Constant., lib. 4, cap. 55.], e gridava, ma non provvedeva. E per conto degl'impostori che colla maschera del Cristianesimo ingannavano il troppo buono imperadore, sappiamo ch'egli, badando ad Eusebio di Nicomedia, e verisimilmente anche allo stesso Eusebio di Cesarea, fece de' passi falsi contra del sacrosanto concilio di Nicea, e in danno della dottrina e religione cattolica. Contuttociò si vuol ripetere che ad un principe tale, per tanti versi tutto dato alla pietà cristiana, e pieno di retta intenzione, possiam fondatamente credere che il misericordioso Dio avrà fatto godere un'abbondante misura della sua clemenza nel mondo di là; e che s'egli, al pari di un altro suo eguale, cioè di Carlo Magno, non meritò già d'essere venerato qual indubitato santo sugli altari, non l'abbia almeno Iddio escluso da un invidiabil riposo nel regno suo. Finalmente non vo' tralasciar di dire che sotto Costantino il Grande fiorirono non poco le lettere e i letterati, sì fra i cristiani che fra i pagani, perch'egli, per attestato di Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.], cura particolare ebbe che si coltivassero l'arti e le scienze, e costituì ancora salarii ai maestri delle medesime. Si sa ch'egli stesso componeva orazioni e discorsi, e scriveva lettere con eloquenza, e ne restano tuttavia le pruove. Gli autori della Storia Augusta, tante volte menzionati di sopra, fiorirono quasi tutti sotto di lui, e alcuni d'essi ancora d'ordine suo scrissero le Vite de' precedenti imperadori, come Sparziano, Lampridio e Capitolino. Di sopra ancora parlammo di Eumene, di Nazario e d'Optaziano panegiristi, Jamblico filosofo platonico, Commodiano (se pur non è più antico) e Giuvenco poeti cristiani, Arnobio, Giulio Firmico, Eusebio Cesariense, e probabilmente Gregorio ed Ermogeniano, autori di due codici, una volta celebri, delle leggi romane, con altri che io tralascio, e intorno a' quali è da vedere la storia ecclesiastica e letteraria. Quel poi che dopo la morte di Costantino succedette, ancorchè appartenente al presente anno, sia a me lecito di trasferirlo al seguente, perchè assai si è parlato di questo.


CCCXXXVIII

Anno diCristo CCCXXXVIII. Indiz. XI.
Giulio papa 2.
Costantino junioreimp. 2.
Costanzo e
Costante

Consoli

Orso e Polemio.

Mecilio Ilariano esercitò in questo anno la prefettura di Roma. Da che giunto a Costantinopoli Costanzo Cesare ebbe data solenne sepoltura al cadavero del defunto padre, nell'anno addietro si applicò a dar sesto agli affari del pubblico. Intanto giunsero gli altri due suoi fratelli [Euseb., in Vit. Const., lib. 4, cap. 68.], cioè Costantino juniore e Costante. Niun d'essi finora avea portato se non il nome di Cesare. Le milizie, verisimilmente bene istruite da essi, fecero istanza che tutti e tre prendessero quello di Augusto, e questo di consenso delle altre armate, alle quali fu significata la morte di Costantino, e l'intenzione di crear imperadori tutti e tre i suoi figliuoli. Perchè si volle anche far l'onore al senato romano di aspettare il di lui assenso, che non mancò, tanto si andò innanzi, che solamente nel dì 9 di settembre [Idacius, in Fastis.] dell'anno prossimo passato furono essi pienamente proclamati Imperadori ed Augusti; e ne presero il titolo. Avea, siccome già dicemmo, l'Augusto Costantino creato Cesare Delmazio suo nipote, con assegnargli ancora alcuni Stati; e dichiarato re del Ponto, della Cappadocia ed Armenia Annibaliano di lui fratello. Non seppero sofferire i tre ambiziosi fratelli Augusti che, fuor d'essi, alcuno avesse parte nella signoria del romano imperio; e però furono a consiglio per escluderli. La maniera di ottener l'intento fu barbarica, e fa orrore, perchè si conchiuse di levar loro la vita. Ma prima di eseguire così crudele risoluzione, cominciarono essi ad esercitare la sovrana autorità, con levare il posto di prefetto del pretorio ad Ablavio [Gregorius Nazianzenus, Orat. 3.], benchè lasciato da Costantino per consigliere di Costanzo. Era stato costui onnipotente sotto il medesimo Costantino; ed uno di coloro che Eusebio Cesariense volle indicare, accennando que' ministri che, abusandosi della bontà d'esso Costantino, s'erano renduti odiosi a tutti per le loro violenze e per l'ingordigia della roba. Ritirossi Ablavio ad un suo palazzo di villa nella Bitinia, credendosi assoluto colla sola perdita del grado; tua abbiamo da Eunapio [Eunap., de Vit. Sophistar., cap. 4.] che Costanzo sotto mano spedì alcuni uffiziali con lettere dell'armata che lo invitava a tornarsene per suo gran vantaggio. Gli furono presentate quelle lettere con tutta sommessione dagli uffiziali, come s'egli fosse stato un imperadore; ed egli infatti si persuase che l'intenzione de' soldati fosse di crearlo Augusto. Ma dove è la porpora? domandò egli con volto e voce fiera. Risposero gli uffiziali di non aver eglino se non le lettere; ma che altri stavano alla porta per eseguire il resto. Ordinò Ablavio che entrassero; ma, in vece della porpora, gli presentarono le punte delle spade, e il tagliarono a pezzi. Fu insinuato forse nei medesimi tempi, se non prima, all'armata di far tumulto, con protestare ad alte grida di non volere se non i tre figliuoli del defunto Augusto per signori ed imperadori. E perciocchè erano venuti alla corte i suddetti Delmazio Cesare ed Annibaliano re e Giulio Costanzo, quelli cugini, e questi zio paterno d'essi tre Augusti, in quel bollore fu loro dai soldati tolta la vita [Zosimus, lib. 2, c. 40. Eutrop., in Breviar.]. Un altro fratello del defunto Augusto (forse Annibaliano) e cinque altri del medesimo sangue, tutti innocenti, incorsero nella stessa sciagura, per attestato di Giuliano Apostata [Julian., Epist. ad Athen.]. Anzi poco mancò che lo stesso Giuliano e Gallo suo fratello, figliuoli amendue del suddetto Giulio Costanzo, e per conseguente cugini anche essi dei tre Augusti, non fossero involti in questa rovina. Gallo restò illeso, perchè la infelice sua sanità il rappresentava, senza fargli maggior fretta, assai vicino alla tomba. L'età poi di soli sette anni quella fu che salvò la vita a Giuliano. Potrebbe essere che a questi principi scappasse detta qualche parola, che a loro, più che a' figliuoli di Costantino, fosse dovuto l'imperio per le ragioni della lor nascita; e che di qua procedesse il loro esterminio.

Ed ecco con che turchesca crudeltà diede l'Augusto Costanzo incominciamento al suo governo, giacchè niuno degli antichi scrittori attribuisce questa sanguinaria esecuzione a Costantino juniore o a Costante di lui fratelli, ma bensì a lui solo [Julian., Epist. ad Athen. Hieron., in Chron. Zosimus, lib. 2, cap. 40.]. Ed ancorchè egli palliasse l'iniquità sua, rifondendola sull'ammutinamento de' soldati, fu ognuno nondimeno persuaso che egli n'era stato segretamente il motore. Dopo la strage di questi principi, tutti del sangue imperiale, entrò anche la discordia fra i tre fratelli Augusti, o sia perchè cadaun d'essi pretendesse d'aver la sua parte negli Stati decaduti per la morte di Delmazio e di Annibaliano, o pure perchè la division de' regni fatta dal padre non piacesse a talun d'essi, o restasse esposta, per cagion de' confini, a varie controversie. È ignoto se allora, o pure dipoi, a motivo dell'Africa, insorgesse fiera lite fra Costantino e Costante, la quale poi andò a terminare in una brutta tragedia, forse perchè Costante pretendesse la Mauritania Tingitana, che soleva andar unita colla Spagna, o perchè Costantino credesse a sè dovuta qualche altra parte dell'Africa stessa. Unironsi, a cagion di tali dissensioni, i tre fratelli a Sirmio nella Pannonia, come attesta Giuliano l'Apostata [Julian., Orat. I et III.], e quivi Costanzo la fece da arbitrio, con tal saviezza nondimeno e moderazione, che non lasciò ai fratelli motivo di dolersi di lui; anzi nella partizion degli Stati più diede ad essi di quel che ritenne per sè, affinchè si mantenesse la buona unione e concordia fra tutti. Si disputa tuttavia fra gli eruditi se questo abboccamento ed accordo de' fratelli Augusti seguitasse nell'anno precedente o pure nel presente. Resta parimente controverso qual cambiamento si facesse nell'assegnamento degli Stati. Nulla io dirò del tempo, a noi bastando la certezza del fatto. Ma per conto della divisione, niuna apparenza di verità ha il dirsi dall'autore della Cronica Alessandrina [Chron. Alexandr.] che a Costantino, il maggiore dei fratelli, toccasse Costantinopoli colla Tracia, e ch'egli regnasse quivi un anno, quando, siccome dicemmo, le signorie di lui erano la Gallia, le Spagne e la Bretagna, paesi troppo disuniti e lontani dalla Tracia. Si può ben credere che la Cappadocia e l'Armenia, provincia allora assai sconvolta, venisse in poter di Costanzo; e che egli cedesse a Costantino il Ponto (il che vien asserito da Zosimo) [Zosimus, lib. 2, cap. 39.], e forse la Mesia inferiore; e che vicendevolmente Costante promettesse o rilasciasse a Costantino qualche parte dell'Africa, o pur altri paesi adiacenti all'Italia. Non si possono ben chiarire queste partite; quel che intanto è certo, l'ambizione, cioè quella fame che rode il cuore di quasi tutti i regnanti, nè mai si sazia, sconvolse di buon'ora i fratelli Augusti, e, non ostante il predetto accordo, poco stette a produr delle funestissime scene. Mentre poi fra loro bollivano queste dissensioni, Sapore re di Persia, animato dalla morte di Costantino il Grande, e credendo venuto il tempo di mietere, entrò con potente armata nella Mesopotamia [Theophanes, Chronogr. Chron. Alexandr. Hieron., in Chron.], e mise l'assedio alla città di Nisibi. Più di due mesi vi tenne il campo, ma inutilmente, perchè quella guernigione co' cittadini fece sì gagliarda difesa, che il superbo re dovette battere la ritirata, probabilmente perchè Costanzo avea ammassata gran gente per darle soccorso. Ma è disputato se all'anno presente appartenga questo assedio: che per altro la guerra coi Persiani continuò dipoi per anni parecchi, e Nisibi altre volle si vide assediata con avvenimenti de' quali non si può assegnare il tempo preciso, e che solamente, andando innanzi, saran brevemente accennati. Belle son due leggi d'essi Augusti, spettanti a questo anno contro ai ribelli infamatorii [L. 4, de petition., et l. 5, de famos. libell., Cod. Theodos.] e alle lettere orbe, ed accuse secrete, con ordinare che, in vigor di questi atti clandestini, non fatti secondo le regole della giustizia, niuno de' giudici potesse procedere contra degli accusati; e che si dessero alle fiamme quegl'iniqui libelli.


CCCXXXIX