Due disavventure afflissero Roma nell'anno presente, cioè una fiera inondazione del Tevere, per cagione di cui in molte parti della città fu necessario l'andar colle barche, e un incendio che guastò gran copia di case nel monte Aventino e la metà del Circo [Tacitus, lib. 6, cap. 45. Dio, lib. 58.]. Tiberio in questa occasione, dimenticata l'innata sua avarizia, sovvenne con abbondanza d'oro al bisogno di chiunque avea patito. Che per altro amava Tiberio di conservare e d'accrescere il suo tesoro, nè si sa che egli lasciasse alcuna fabbrica insigne, fuorchè il tempio innalzato ad Augusto, e la scena del teatro Pompeo. E neppur queste, se crediamo a Svetonio, le perfezionò. Non passò l'anno presente, senza che si vedessero le usate scene delle accuse e della crudeltà di Tiberio contra de' nobili. Cajo Galba, già console e fratello di chi fu dipoi imperadore, due Blesi ed Emilia Lepida prevennero, con darsi la morte, i colpi del carnefice. Vibuleno Agrippa, cavalier romano, accusato, prese in faccia del senato il veleno che portava in un anello. Caduto a terra moribondo, e strascinato alle carceri, fu quivi frettolosamente strozzato per occupargli i beni. Tigrane, già re dell'Armenia [Tacitus, lib. 6, c. 40. Joseph., Antiquit. Judaic., lib. 18.], e nipote del fu Erode re della Giudea, detenuto allora in Roma, ed accusato, lini anch'egli i suoi giorni per mano del pubblico ministro. Trattenevasi in Roma allora anche suo fratello Agrippa, ed avea contratta una famigliarità sì grande con Cajo Caligola, nipote per adozion di Tiberio, che pareano due fratelli. Racconta Giuseppe storico, che essendo un dì amendue a divertirsi condotti in un cocchio, Agrippa per adular Cajo gli disse, essere ben tempo che quel vecchio di Tiberio cedesse il luogo a lui, perchè allora tornerebbe la felicità in Roma. Furono ascoltate queste parole da Eutico liberto d'Agrippa, che gli serviva di carrozziere; e perciocchè costui, per aver fatto un furto al padrone, fu imprigionato, allora si lasciò intendere d'aver qualche cosa da rivelare attinente alla conservazion della vita dell'imperatore. Fu perciò inviato a Capri, dove era Tiberio, e tenuto un pezzo nelle catene senza esaminarlo. Lo stesso Agrippa stoltamente tanto si adoperò, che Tiberio trovandosi nel settembre di questo anno a Tuscolo, oggidì Frascati, vicino a Roma, fece venir Eutico, il quale alla presenza d'Agrippa rivelò quanto avea udito nel giorno suddetto. Ordinò immantinente Tiberio a Macrone capitan delle guardie di far incatenare Agrippa, a cui non valsero nè le negative, nè le suppliche per esentarsi da quell'obbrobrio. Stette egli nelle carceri tanto che Tiberio finì di vivere, ed allora ne uscì, siccome vedremo fra poco [Dio, lib. 58.]. Un augurio della morte d'esso Tiberio fu dai superstiziosi Romani creduta quella di Trasullo, succeduta nell'anno presente [Tacit., lib. 6, cap. 21.]. Costui era il più favorito astrologo ed indovino che si avesse Tiberio; imperciocchè oltre modo si dilettò questo imperadore della strologia giudicaria, arte piena di vanità e d'imposture, che egli stesso condannava in casa altrui. E quantunque scrivano Tacito, Svetonio e Dione, che Tiberio, per mezzo di essa, predicesse a Galba il suo corto imperio, e la morte del giovinetto Tiberio suo nipote per ordine di Caligola, e ch'egli sapesse ciò che doveva avvenire a sè stesso in cadauna giornata: simili racconti più sicuro è il crederli dicerie del volgo. Allorchè Tiberio stette come esiliato in Rodi, studiò forte quest'arte, che in que' tempi era spacciata dai Caldei dappertutto. Quanti professori capitavano a Rodi, Tiberio, accompagnato da un solo robusto liberto, li conduceva in un alto scoglio, e metteali alla prova d'indovinargli il passato o l'avvenire. Se non ci coglievano, dal liberto erano precipitati in mare, senza che alcuno ne avesse contezza. Trasullo capitato colà, fu menato da Tiberio in que' dirupi, e gli predisse l'imperio; ma soggiungendo Tiberio che gli sapesse dire anche l'anno e il giorno della propria natività, s'imbrogliò l'indovino, e confessò tremando di non saperlo, ma che ben sapea d'essere imminente la propria morte. Tra per la buona nuova dell'imperio, e la conoscenza del pericolo in cui si trovava costui, Tiberio l'abbracciò, e il tenne dipoi sempre in sua corte. Perchè la morte di costui facesse credere vicina quella di Tiberio, qualche predizione di cui si dovea essere intesa.


XXXVII

Anno diCristo XXXVII. Indizione X.
Pietro Apostolo papa 9.
Cajo Caligola imperad. 1.

Consoli

Gneo Acerronio Procolo e Cajo Petronio Pontio Negrino.

Ho aggiunto il nome di Petronio al secondo di questi consoli, perchè una iscrizione, riferita dal Fabretti [Fabret., Inscript., p. 674.], fu posta CN. ACERRONIO PROCVLO, C. PETRONIO PONTIO NIGRINO COS. In vece di Negrino egli è appellato Negro da Svetonio [Suet., in Tiber., c. 73.], siccome ancora una inscrizione da me data alla luce [Thesaurus Novus Inscription., p. 303, n. 2.]. Sino alle calende di luglio durò la dignità di questi consoli. Appresso diremo a chi pervennero i fasci consolari. Anche nei primi mesi dell'anno presente si continuarono in Roma le accuse contra d'altre persone nobili; e perchè non erano accompagnate da lettere di Tiberio, credute furono manipolazioni di Macrone prefetto del pretorio, imitator di Sejano, e forse peggiore. Fra gli altri Lucio Arruntio, personaggio illustre, già stato console, non si potè impedir dagli amici, che, tagliatesi le vene, non si desse la morte, allegando che un vecchio par suo non sapea più vivere, battuto in addietro da Sejano ed ora da Macrone; e massimamente non essendo da sperare miglior tempo sotto il successor di Tiberio, che anzi prometteva peggio, e sarebbe governato dal medesimo Macrone; siccome in fatti avvenne. Intanto, dopo essersi fermato Tiberio alcuni mesi nei contorni di Roma senza mai volervi entrare, o perchè non si fidava de' Romani, o perchè qualche impostore gli avea predette delle disgrazie entrandovi, o pure perchè non voleva tanti occhi addosso alla sua scandalosa vita, determinò di tornarsene alla sua cara isola di Capri. Finora, benchè giunto all'età di settantotto anni, e benchè perduto in una nefanda lascivia, avea conservata la rubustezza del corpo, ed una competente sanità, camminava diritto come un palo, senza volersi servire di medicine, e con fare il medico a sè stesso: giacchè solea dire che l'uomo giunto all'età di trent'anni, non dee più aver bisogno di medici per saper ciò che conferisca o sia nocivo alla sanità. Ma egli si ritrovò infine sorpreso da una lenta malattia, arrivato che fu ad Astura [Sueton., in Tiber., c. 72.]. Potè nondimeno continuare il viaggio sino a Miseno [Dio, lib. 58. Tacitus, lib. 6, c. 50.], celebre porto, dissimulando sempre il suo male, e non men di prima banchettando con gli amici. Deluso dal suo poco prima defunto strologo Trasullo, che gli avea predetto anche dieci altri anni di vita, tenea per lontanissima tuttavia la morte. Fu creduto che Trasullo con buon fine il burlasse con quella predizione, acciocchè persuaso di vivere sì lungo tempo, non si affrettasse a far morire tanti nobili ch'egli avea in lista. E certo non pochi si salvarono per questo saggio ripiego, e fra essi alcuni già condannati, perchè ne' dieci giorni di vita che si lasciavano loro dopo la sentenza, arrivò la nuova della morte di Tiberio.

Fingeva dunque, secondo lo stile della sua dissimulazione, Tiberio di sentirsi bene, tuttochè aggravato dal male, e ridotto a fermarsi nella villa e nel palazzo che fu di Lucullo. Ma Caricle medico insigne, e da lui amato, non già perchè volesse de' medicamenti da lui, ma per li suoi consigli, destramente nel congedarsi da lui gli toccò il polso e conobbe che s'avvicinava al suo fine. Ne avvisò Macrone, e questi sollecitamente cominciò a disporre le cose per far succedere Cajo Caligola nell'imperio. Tre persone viveano discendenti in qualche guisa da Augusto, e però capaci di succedere a Tiberio, cioè esso Caligola figliuolo di Germanico, nato [Sueton., in Caligula, cap. 8.] nell'anno 12 dell'Era volgare, e però nel fiore di sua età. Questi, avendo Tiberio adottato Germanico di lui padre, veniva perciò ad essere di lui nipote legittimo. Ma egli era di pessima inclinazione, violento, e tendente anche alla follia; e se n'era facilmente accorto Tiberio, di modo che un dì ridendosi Cajo di Silla, celebre nella storia romana, Tiberio gli disse: «A quel ch'io veggo, tu sei per avere tutti i vizii di Silla, ma niuna delle sue virtù.» L'altro era Tiberio Gemello, figliuolo di Druso, cioè del figlio naturale dello stesso Tiberio, così appellato perchè nato con un altro fratello da Livilla nel medesimo parto. Ma non avea che diciassette anni, e però non per anche capace di governare un sì vasto imperio. Il terzo era Tiberio Claudio, fratello del suddetto Germanico, in età bensì virile, ma di poca testa, e di niun concetto fra i Romani. Discordano gli autori in dire chi fosse eletto da Tiberio per suo successore. Giuseppe storico racconta un fatto, che ha ciera di favola [Joseph., Antiquit. Judaic., lib. 18.]. Cioè che Tiberio, incerto qual dei due de' suddetti suoi nipoti avesse egli da eleggere, ne rimise la decisione al caso, con destinare di preferir quello che la mattina seguente fosse il primo ad entrar in sua camera; e questi fu Caligola, a cui poscia raccomandò il giovinetto Tiberio, quantunque scrivano che per astrologia antivedesse che Cajo Caligola gli dovea levare la vita. Altri [Dio, lib. 58.] hanno detto che Tiberio non antepose il suo natural nipote, perchè la scoperta amicizia di Livilla di lui madre gli fece dubitare se fosse veramente figliuolo di Druso suo figlio. Tuttavia pare che si accordino Filone Ebreo [Philo, de Legation. Sueton., in Tiber., c. 76.], Svetonio e Dione in dire, che Tiberio in due suoi testamenti lasciò egualmente eredi Caligola e il giovane Tiberio.

Ora Cajo Caligola, per assicurarsi di prendere la fortuna pel ciuffo, facea la corte a Macrone, potentissimo ufficiale, perchè capitano delle guardie, cioè di diecimila soldati che erano il terrore di Roma. Nè men sollecito era a farla ad Ennia Nevia di lui moglie; anzi fu creduto che passasse tra loro un'infame corrispondenza, e di ciò non si mettesse pena Macrone, giacchè anch'egli dal suo canto avea dei motivi di guadagnarsi l'affetto di Cajo, perchè parea più facile che in lui cadesse l'imperio. Però parlava sempre bene di lui a Tiberio, scusandone i difetti, in guisa che un dì Tiberio gli rimproverò questo grande attaccamento a Cajo con dirgli «d'essersi ben avveduto ch'egli abbandonava il sole d'Occidente, per seguitare il sole d'Oriente.» Era cresciuto il male di Tiberio [Dio, lib. 58. Tacitus, lib. 6, c. 50. Sueton. in Tiber., c. 73.], ed avea già patito alcuni sfinimenti. Gliene arrivò uno specialmente nel dì 16 di marzo così gagliardo, che fu creduto morto. Caligola uscì del palazzo; a folla corsero i cortigiani a rallegrarsi con lui: quand'ecco esce uno di corte, che riferisce essere tornato in sè Tiberio, e chiedere da mangiare. Allora spaventati, chi qua, chi là, colla testa bassa sfumarono. Cajo senza poter parlare, più morto che vivo ricorre a Macrone. Ma questi, nulla atterrito, sa ben trovar tosto la maniera di calmare l'altrui spavento. Non van d'accordo gli scrittori nel dirci, come Tiberio si sbrigasse dal mondo. Seneca, citato da Svetonio, scrisse che o sia che Tiberio si sentisse venir meno, o che la sua famiglia l'avesse abbandonato, come è succeduto in tanti altri casi di principi morti senza parenti, chiamò; e niuno rispondendo, si alzasse dal letto, e poco lungi di là caduto, spirasse. Raccontano altri, che Cajo Caligola gli avesse dato un lento veleno che l'uccise. Altri, che sotto pretesto di riscaldarlo, Macrone gli facesse metter addosso di molti panni che il soffocarono; ovvero che gli negasse da mangiare, e il lasciasse morire per mancanza d'alimento. Finalmente scrissero altri, che veggendo Caligola [Sueton., in Cajo, cap. 12.] come Tiberio non la volea finir da sè stesso, lo strangolasse con le sue mani, o pure con uno origliere o sia guanciale gli turasse la bocca, e il facesse ammutolire per sempre. Comunque fosse, morì Tiberio nel suddetto giorno 16 di marzo. Dione scrive nel dì 26. O dell'uno o dell'altro il testo è mancante. Così cessò di vivere questo imperadore, dotato di grande ingegno, ma per servirsene solamente in male; che finchè ebbe paura d'Augusto e di Germanico, nipote e figliuolo suo adottivo, stette in dovere; che simulatore e dissimulator sopraffino si mostrò delle false virtù, ma poi si abbandonò in fine a tutti i vizii; che divenne abbominevole per l'infame sua libidine, ma più per le sue crudeltà ed ingiustizie; che niuno amava fuorchè sè stesso, che fu udito chiamar felice Priamo, per essere morto dopo aver veduti morti tutti i suoi.

Non tardò Cajo Caligola ad avvisare il senato dell'essere Tiberio mancato di vita, con dimandare ancora che decretassero al medesimo gli onori divini. Ma Tiberio era troppo odiato; e siccome il popolo romano a questa nuova diede in risalti d'allegrezza, così commosso andava lacerando la di lui memoria con tutte le maledizioni, e gridando al Tevere, al Tevere, cioè il di lui corpo. Di questa commozione si servì il senato per sospendere la risoluzion degli onori a Tiberio; e Cajo venuto poi a Roma, più non ne parlò. Portato a Roma il cadavere di Tiberio, fu bruciato secondo il costume d'allora; e con poca pompa seppellito. Cajo fece l'orazione funebre; ma con poco encomio di lui, impiegando le parole piuttosto in esaltare Augusto e Germanico suo padre. Già si è detto, quanto fosse amato dai Romani esso Germanico per le sue rare virtù, e Cajo appunto per essere di lui figliuolo, comunemente era amato, giacchè non si erano per anche dati a conoscere se non a pochi tutti i suoi vizii e difetti, che si trovarono poi innumerabili. All'incontro, per l'odio d'ognuno contra di Tiberio, era anche odiato Tiberio Gemello, natural nipote di lui. E però a Cajo non fu difficile l'essere riconosciuto e confermato per imperadore, e il fare che dal senato fosse cassato il testamento di Tiberio, per cui egualmente lasciava ad esso Cajo e Tiberio Gemello l'amministrazion dell'imperio. Così restò egli solo imperadore [Sueton., in Caj., cap. 14. Dio, lib. 59.] colla podestà tribunizia e coll'autorità ed arbitrio di far tutto, siccome attesta Svetonio, benchè non usasse subito i titoli usati dai due precedenti Augusti. Piena d'ammirazione e di giubilo rimase Roma tutta al vedere con che mirabili e plausibili maniere Caligola desse principio al suo governo; senza riflettere che diversa dal mattino suol essere la sera di molti regnanti. Caligola, dissi, che così era volgarmente chiamato con soprannome a lui dato, allorchè fanciullo trovandosi all'armata in Germania, Germanico suo padre il facea vestir da semplice soldato, e portare gli stivaletti, chiamati Caligae, e usati allora nella milizia. Divenuto poi imperadore riputò egli come ingiurioso e degno di gastigo un tal soprannome; e perciò dagli storici vien mentovato per lo più col nome di Cajo. Affettò dunque Cajo sulle prime di comparir popolare, siccome abbiamo da Svetonio e da Dione; poichè, per conto di Tacito, periti seno i libri suoi, che trattavano della vita di questo iniquissimo principe, e dei primi anni del suo successore. Eseguì egli pontualmente tutti i legati lasciati da Tiberio, e quegli ancora, che Livia Augusta nel suo testamento avea ordinato; ma che l'ingrato suo figliuolo Tiberio non avea mai voluto pagare. Diede subito la mostra alle compagnie de' soldati del pretorio, con isborsar a tutti il danaro lasciato lor da Tiberio, ed aggiugnerne altrettanto per ispontanea munificenza. Pagò parimente al popolo romano l'insigne donativo di danaro ordinato da Tiberio colla giunta di sessanta denari per testa, ch'egli non avea potuto pagare, allorchè prese la toga virile, e inoltre quindici altri a titolo di usura pel ritardo. Finalmente a tutti gli altri soldati di Roma, e alle guardie notturne, cioè ai vigili, e alle legioni fuori d'Italia, e ad altri soldati mantenuti nelle città minori, sborsò cinquecento sesterzii ai primi, e trecento agli altri per testa.