Mellifluo fu in un certo giorno il suo ragionamento ai senatori con dir loro, dopo aver toccati tutti i vizii del defunto Tiberio, di volerli a parte nel comando e governo, e che farebbe tutto quanto paresse loro il meglio, chiamandosi lor figliuolo ed allievo. Richiamò gli esiliati, liberò tutti i prigioni, e fra gli altri Quinto Pomponio, tenuto in quelle miserie per sette anni, dopo il suo consolato. Annullò ogni processo criminale, con bruciar anche i libelli lasciati da Tiberio. Queste prime azioni gli guadagnarono un gran plauso, massimamente perchè fu creduto ch'egli fosse per mantener la parola, che in quell'età il suo cuore andasse d'accordo con la lingua. Volle tosto il senato far dimetter il consolato a Procolo e Negrino per conferirlo a lui; ma egli ordinò che continuassero in quella dignità, secondochè era dianzi stabilito, sino alle calende di luglio, nel qual tempo poscia fu egli dichiarato console, ed amò di aver per collega Tiberio Claudio suo zio, che fin qui era stato tenuto in basso stato e nell'ordine de' soli cavalieri, a cagion della debolezza del suo capo. Nelle medaglie [Mediobarbus, in Numismat. Imperator.] Cajo si trova intitolato CAJVS CAESAR AVGVSTVS GERMANICVS: ed in altre vi si aggiunge DIVI AVGVSTI PRONEPOS. Fece ancora risplendere l'amor suo verso de' suoi, con dare il titolo d'Augusta e di sacerdotessa d'Augusto ad Antonia avola sua e madre di Germanico, e col concedere alle sue sorelle i privilegi delle Vestali, e posto presso di sè negli spettacoli. A Tiberio Gemello, nipote di Tiberio, diede il titolo di Principe della Gioventù, e di più l'adottò per suo figliuolo. Andò in persona alle isole Pandataria e Ponza a cercar le ceneri d'Agrippina sua madre, e di Nerone suo fratello; e con funebre magnificenza portatele a Roma, le collocò nel mausoleo d'Augusto, con determinare in onore e memoria d'essi esequie e spettacoli annuali. Stava tuttavia fra le catene [Joseph., Antiq. Jud., lib. 18. Dio, lib 59.] Agrippa, nipote di Erode il grande re della Giudea, quando restò liberata Roma dal ferreo giogo di Tiberio. Cajo, essendosene tosto ricordato, siccome amico suo caro, mandò ordine al prefetto di Roma di trasferirlo dalla carcere alla casa dove abitava prima; e da lì a pochi giorni fattoselo condurre davanti con abito mutato, gli mise in capo un diadema, dichiarandolo re, e sottomettendo a lui la Tetrarchia, già posseduta da Filippo suo zio, morto poco fa, con aggiugnervi l'altra di Lisania, restando la Giudea come prima sotto l'immediato governo dei Romani. Restituì ancora ad Antioco il regno della Comagene colla giunta della Cilicia marittima. Di gloria medesimamente fu a Cajo l'aver cacciato fuori di Roma que' giovinetti che faceano l'infame mercato de' lor corpi; e poco vi mancò che non li mandasse a seppellir nel Tevere. Ordinò che si cercassero e pubblicamente si potessero leggere le storie soppresse di Tito Labieno, Cordo Cremuzio e Cassio Severo. Ai magistrati lasciò libera la giurisdizione, senza che si potesse appellare a lui. Dalle provincie d'Italia levò il dazio del centesimo denaro che si pagava per tutte le cose vendute all'incanto. Sotto Tiberio, principe d'umor tetro, le pubbliche allegrie, i giuochi, gli spettacoli erano divenuti cose rare. Cajo non tardò a rimetter tutto in uso, e con grande accrescimento: cose tutte stupendamente applaudite dal popolo [Sueton., in Cajo, cap. 17. Dio, lib. 59.]. Dopo aver tenuto il consolato per due mesi, lo rinunziò ai due consoli destinati da Tiberio. Il nome loro non è noto. Stimò il Pighio, che fossero Tiberio Vinicio Quadrato e Quinto Curzio Rufo. Se di queste maravigliose azioni di Cajo Caligola si rallegrasse Roma, veggendo un aspetto sì bello con tanta differenza dal precedente sanguinario governo, non è da chiederlo. Talmente si rallegrò quel popolo a sì gran mutazione di scena, che, per testimonianza di Svetonio, nei tre mesi seguenti dopo la morte di Tiberio, cento sessantamila vittime furono svenate in rendimento di grazie ai loro falsi dii. Ma durò ben poco questo ciel sì ridente, siccome nell'anno seguente apparirà. Artabano re de' Parti, che in addietro odiò forte Tiberio, udita la di lui morte, se ne rallegrò e diede tosto adito ad un trattato di pace. Scrive Dione ch'egli stesso ricercò l'amicizia di Cajo. Ma Svetonio e Giuseppe Ebreo raccontano, che fu Vitellio governator della Soria il promotore di quell'accordo per ordine di Cajo. Seguì in fatti fra esso re e Vitellio un magnifico abboccamento in un ponte fabbricato sull'Eufrate, e quivi fu conchiusa la pace con condizioni onorevoli per gli Romani.
XXXVIII
| Anno di | Cristo XXXVIII. Indizione XI. |
| Pietro Apostolo papa 40. | |
| Cajo Caligola imperadore 2. |
Consoli
Marco Aquilio Giuliano e Publio Nonio Asprenate.
Era già cominciato nel precedente anno un impensato cambiamento di vita e di massime nel da noi osservato finora sì amorevole e grazioso Cajo Caligola. Rapporterò io qui ciò che accadde allora e nel presente anno ancora [Dio, lib. 59.]. I conviti, le crapole ed altre dissolutezze di una vita sensuale, a cui si abbandonò di buon'ora questo nuovo imperadore, cagion furono ch'egli cadde nel mese d'ottobre sì gravemente malato, che si dubitò di sua vita [Philo, in Legatione ad Cajum.]. Appena si riebbe, che di volubile, qual era dianzi, cominciò a comparir stranamente agitalo da vari e fieri capricci, quasi che la mente sua per la sofferta malattia avesse patito qualche detrimento, con peggiorar da lì innanzi di maniera, che Roma, sì maltrattata sotto Tiberio cattivo, senza paragone sotto questo pessimo maestro divenne teatro di calamità. Aveano fatto i Romani delle pazzie pel tanto desiderio ch'egli superasse quel malore, perchè dopo aver Cajo dato sì glorioso principio al suo governo, si figurava ciascuno riposta tutta la pubblica felicità nella conservazione della di lui vita. Due persone fra l'altre, cioè Publio Afranio Potito, uomo popolare, ed Atanio Secondo, cavaliere, fecero voto, l'uno di dar la propria vita, se egli ricuperava la salute, l'altro di combattere fra i gladiatori, con esporsi al pericolo della morte, purchè Caligola guarisse. Guarito ch'egli fu, d'inesplicabile giubilo si riempiè tutta la città. Ma non tardò molto a cangiarsi scena. La prima sua strepitosa iniquità quella fu di levar di vita Tiberio Gemello, nipote legittimo e naturale di Tiberio Augusto, e da lui adottato per figliuolo, con obbligarlo ad uccidersi da sè stesso; perciocchè Cajo sì scrupoloso era, che non potea permettere a chicchessia di torre la vita al nipote di un imperadore. Per iscusa di questa crudeltà addusse l'essere egli stato accertato, che il giovinetto Tiberio si era rallegrato della sua infermità, ed avea desiderata la sua morte. Passò oltre il suo bestial capriccio con esigere, che chi avea fatto voto della vita, per salvare la sua, eseguisse la promessa, affinchè non rimanessero con lo spergiuro in corpo.
Fece in quest'anno Cajo alcune azioni che piacquero al popolo [Dio, lib. 59.], perchè restituì alla plebe il suo diritto ne' comizii per l'elezione de' magistrati che Tiberio avea ristretto nei senatori: il che ebbe poco effetto. Ordinò che pubblicamente si rendessero i conti delle rendite e spese della repubblica: regolamento dismesso sotto Tiberio. Essendo sminuito forte l'ordine de' cavalieri, lo ristorò con ascrivere ad esso molti scelti dalla nobilità delle città dell'imperio, purchè ben imparentati, e sufficientemente ricchi, concedendo loro anche de' privilegi. Con decreto del senato diede a Soemo il regno, o sia principato dell'Arabia Iturea; a Cotys l'Armenia minore, e poscia alcune parti dell'Arabia. Concedette ancora una parte della Tracia a Rimetalce, e il Ponto a Polemone, figliuolo del re Polemone; esercitando in tal guisa la giurisdizione romana sopra que' lontani paesi, ed affezionando quei re al romano imperio. Non furono già di questo tenore altre sue azioni nell'anno presente. Già dicemmo ch'egli per opera di Macrone prefetto del pretorio avea ottenuto l'imperio. Perchè quest'uomo, per altro cattivo, osava di parlargli con qualche franchezza [Philo, in Legatione ad Cajum.], forse per ritenerlo dall'esecuzione de' suoi malnati appetiti; Cajo, che non voleva più aver sopra di sè dei maestri, dallo sprezzo passò alla risoluzione di levarlo dal mondo, dopo avergli promesso il governo dell'Egitto. Macrone prevenne il carnefice con darsi da sè stesso la morte; e non meno di lui fece Ennia Nevia sua moglie, quella medesima, con cui Caligola avea tenuta, per quanto fu creduto, una pratica disonesta. Parve ad ognuno troppo nera l'ingratitudine di lui verso persone tali; e più indegno si riputò il delitto apposto loro dal medesimo imperadore, con chiamarli ruffiani, quando in lui ricadeva questo reato. Suocero d'esso Cajo era Marco Giunio Silano, già stato console, uomo di gran nobiltà, di gran senno, e primo nel senato a dire il suo parere, allorchè regnava Tiberio. Sua figliuola Giunia Claudilla maritata con Caligola non per anche imperadore, era, per attestato di Dione [Dio, lib. 59.], stata ripudiata. Tacito [Dio, lib. 59. Tacit., Annal., lib. 6, c. 46.] la dice morta in breve, forse di parto. A questo illustre personaggio tali affronti fece Cajo, che l'indusse, secondo l'empio stile d'allora, a darsi la morte da sè stesso. Di ciò parla Dione all'anno precedente. Abbiamo anche da Tacito [Tacitus, in Vita Agricolae.] e da Seneca, che Caligola volle dar l'incombenza d'accusar Silano a Giulio Grecino, senatore di rara probità, che compose alcuni libri dell'Agricoltura, menzionati anche da Plinio, e che fu padre di Giulio Agricola, la cui vita scritta da Tacito è pervenuta ai nostri giorni. Generosamente se ne scusò egli, e per questa bella azione meritò che il crudele Caligola il facesse morire. Racconta Seneca [Seneca, de Benefic., lib. 2, c. 21.] di questo Grecino, che mancandogli il denaro per celebrar de' giuochi pubblici, Fabio Persico, probabilmente quello stesso che fu console nell'anno 34 della nostra Era, ma uomo screditato, gliene mandò ad esibire una buona somma. La rifiutò Grecino, e agli amici che il biasimavano di questo, rispose: «Come vorreste voi ch'io ricevessi dei danari da uno, con cui mi vergognerei anche di stare a tavola?»
Quanta fosse la corruzion de' costumi in Roma pagana per questi tempi, sarebbe facile il mostrarlo. Caligola anch'egli ne lasciò degl'infami esempli [Sueton., in Cajo, cap. 24.]. Tre sorelle avea egli, cioè Drusilla, Agrippina e Livilla. Con tutte e tre, o vergini o maritate, disonestamente conversò. Sopra l'altre amò Drusilla, a cui tolto avea l'onore giovinetto. Era essa stata dipoi maritata con Lucio Cassio Longino, che fu console. Caligola gliela tolse, e la tenne e trattò da legittima consorte. Dione [Dio, lib. 59.], non so come, la fa moglie (forse in seconde nozze) di Marco Lepido, notando nondimeno anch'egli l'obbrobrioso commercio del fratello con essa. Fu costei in quest'anno rapita dalla morte, verisimilmente verso il fine di luglio. Caio n'ebbe a impazzire, e cadde in istravaganze ridicole. Dopo un solennissimo funerale e lutto pubblico, fece decretare ad essa gli onori dati a Livia Augusta, e deificarla e alzarle dei templi; e si trovò un senator sì vile, cioè Livio Geminio, che con giuramento affermò di aver veduta Drusilla salire al cielo, e ne riportò un buon regalo da Caio. Seneca anch'egli si rise di costui. Oltre a ciò come forsennato all'improvviso si partì da Roma, fece un viaggio nella Campania, arrivò sino a Siracusa, e poi frettolosamente ritornò a Roma, senza essersi fatta radere la barba nè tosare i capelli. Andò tanto innanzi la frenesia di Caio, che fece morir non so quante persone per due opposti motivi o pretesti; cioè le une perchè si erano rattristate per la morte di Drusilla, quasi che fosse un gran delitto l'affliggersi per chi era divenuta partecipe della divinità; e l'altre, perchè o avessero fatto conviti, o balli, o fossero ite al bagno nel tempo del lutto per Drusilla, parendo ciò un rellegrarsi della sua morte. Chi potea indovinarla con un sì furioso e pazzo Augusto? Altri nondimeno han creduto ch'egli spigolasse sì fatti pretesti, per ingoiar le ricchezze dei condannati a diritto o a torto; imperciocchè il folle ne' primi mesi fece un tale scialacquamento di denaro, che consumò colla sua prodigalità in doni e pubblici giuochi gli immensi tesori che l'avaro Tiberio avea radunato; e, trovandosi poi smunto, diede ad ogni sorta di violenza, o pubblica con imporre gravezze, o privata con levar di vita i ricchi innocenti, per soddisfare ai suoi capricciosi voleri colle loro sostanze. Quando altra accusa mancava, sempre era in pronto quella che avessero avuta parte nella morte dei di lui genitori e fratelli.
Un'altra ridicolosa comparsa avea fatto questo imperadore, forse nell'anno precedente, come s'ha da Dione [Dio, lib. 59. Sueton., in Cajo, cap. 25.]. Invitato alle nozze di Caio Calpurnio Pisone con Livia (o sia Cornelia) Orestilla, appena ebbe veduta quella giovinetta che se ne invaghì con dire a Pisone: «Non ti venga talento di toccare mia moglie.» E tosto seco la condusse in corte, poi fra pochi dì la ripudiò; e da li a due anni ragguagliato ch'essa avea commercio col primo marito, relegò l'uno e l'altra. Inoltre pochi giorni dopo la morte di Drusilla avendo esso Caio udito parlare della straordinaria bellezza dell'avola di Lollia Paolina, moglie di Caio Memmio Regolo, già stato console, e che era allora governatore della Macedonia ed Acaia, stranamente avvisandosi che non fosse minor la beltà della nipote, mandò a prendere essa Paolina, e la sposò, con obbligar suo marito ad adottarla per figliuola. Ma svaghitosene fra poco, la ripudiò, con precetto a lei fatto di non avere carnal commercio con altr'uomo in avvenire. Sposò dipoi Cesonia Milonia, che già avea avuto tre figliuole da un altro marito; donna che sapea il mestiere di farsi amare. E la sposò nel dì stesso che la medesima partorì una figliuola, ch'egli riconobbe per sua, ed ebbe nome Giulia Drusilla. Dione la fa nata un mese dopo, e riferisce all'anno seguente un tal matrimonio [Dio, lib. 59.]. Intanto si diede meglio a conoscere la sua furiosa passione di mirar con piacere le morti degli uomini. I giuochi funesti de' gladiatori erano il suo maggior sollazzo. Sollecitava anche i nobili, benchè fosse contro le leggi, a combattere negli anfiteatri e a farsi scannare. Non contento del duello d'uno con uno, ne voleva delle schiere; e un dì fece combattere ventisei cavalieri romani, mostrando gran contento allo spargimento del loro sangue. Talvolta ancora, mancando i gladiatori, facea ghermire taluno della plebe; e colla lingua tagliata, affinchè non potesse gridare, il forzava a combattere con le fiere. Così di giorno in giorno andava egli crescendo nella crudeltà, sfoggiando nelle pazzie, e gettando smoderata copia di danaro in vari spettacoli e in demolir case per nuovi anfiteatri. In quest'anno [Philo, in Flacc. Joseph., in Antiq. Judaic. Eusebius, et alii.], per quanto si crede, la mano di Dio cominciò a farsi sentire in Levante contra de' Giudei, fieri persecutori del già nato Cristianesimo. Ebbero principio in Egitto le turbolenze mosse contra di tal nazione, che in più centinaia di migliaia abitava in quella ricchissima provincia, con essersi sollevato il popolo di Alessandria contra d'essi in occasione che il re Agrippa arrivò a quella città. Gran copia di loro fu maltrattata, tormentata, uccisa; saccheggiate le lor case, spogliati i magazzini, e ridotto quel gran popolo ad un'estrema miseria. La storia distesamente si legge ne' libri di Filone contra Flacco, negli Annali del Baronio all'anno 40, in quei dell'Usserio e d'altri. L'istituto mio non soffre ch'io ne dica di più.