Essendo così ben disposte le cose, e procacciate quelle somme di denaro che si poterono raccogliere per muovere le soldatesche, e in un gran consiglio tenuto in Berito, fu conchiuso che Muciano marcerebbe con un competente esercito in Italia; Tito, figliuolo di Vespasiano, già dichiarato Cesare, continuerebbe lentamente la guerra contro ai Giudei: e Vespasiano passerebbe nella doviziosa provincia dell'Egitto, per raunar danaro, ed affamare o provveder di grani Roma, secondochè portasse il bisogno. Muciano, uomo ambizioso, e che mirava a divenire in certa maniera compagno di Vespasiano nel principato, accettò volentieri quella incumbenza. Per timore delle tempeste non si arrischiò al mare; ma imprese il viaggio per terra, con disegno di passare lo stretto verso Bisanzio; al qual fine ordinò che quivi fossero pronti i vascelli del mar Nero. Non era molto copiosa e possente l'armata di Muciano, ma a guisa de' fiumi regali andò crescendo per via: tanta era la riputazion di Vespasiano, e l'abbominazion di Vitellio. Nella Mesia le tre legioni che stavano ivi a' quartieri, si dichiararono per Vespasiano; e l'esempio d'esse seco trasse due altre della Pannonia, e poi le milizie della Dalmazia, senza neppur aspettare l'arrivo di Muciano. Antonio Primo da Tolosa, soprannominato Becco di Gallo, forse dal suo naso (dal che impariamo l'antichità della parola Becco), uomo arditissimo [Sueton., in Vitellio, cap. 18.], sedizioso ed egualmente pronto alle lodevoli che alle malvage imprese, quegli fu che colla sua vivace eloquenza commosse popoli e soldati contra di Vitellio, nè aspettò gli ordini di Vespasiano o di Muciano, per farsi generale di quelle legioni. Che più? Chiamati in soccorso i re degli Svevi ed altri Barbari, e trovato che quelle milizie nulla più sospiravano che di entrare in Italia, per arricchirsi nello spoglio di queste belle provincie, di sua testa con poche truppe innanzi agli altri calò in Italia, e fu con festa ricevuto in Aquileia, Padova, Vicenza, Este, ed altri luoghi di quelle parti. Mise in rotta un corpo di cavalleria, ch'era postata al Foro da Alieno, dove oggidì è Ferrara. Rinforzato poi dalle due legioni della Pannonia (soleva essere ogni legione composta di seimila soldati), s'impadronì di Verona, e quivi si fortificò. Colà ancora giunse Marco Aponio Saturnino con una delle legioni della Mesia, e concorse ad arrolarsi sotto di Primo gran copia dei pretoriani licenziati da Vitellio. Ancorchè fosse sì grande il suscitato incendio, non s'era per anche mosso l'impoltronito Vitellio. Svegliossi egli allora solamente, che intese penetrato il fuoco fino in Italia. Perchè Valente non era ben rimesso da una sofferta malattia, diede il comando delle sue armi ad Alieno Cecina, con ordine di marciare speditamente contra di Antonio Primo. Venne Cecina con otto legioni almeno, cioè con tali forze che avrebbe potuto opprimerlo. Mandò parte delle milizie a Cremona, e col più della gente armata si portò ad Ostiglia sul Po. Macchinando poi altre cose, perdè apposta il tempo in iscrivere lettere di rimproveri e minacce ai soldati di Primo, ed intanto lasciò che arrivassero a Verona le due altre legioni della Mesia. Finalmente, dappoichè intese che Luciano Basso, governatore della flotta di Ravenna, con cui teneva intelligenza, verso il di 20 d'ottobre s'era rivoltato in favor di Vespasiano: allora, come se fosse disperato il caso per Vitellio, si diede ad esortare i soldati ad abbracciare il partito di Vespasiano, e molti ne indusse a prestar giuramento a lui, e a rompere le immagini di Vitellio. Ma gli altri, che non poteano sofferir tanta perfidia, e quegli stessi che poc'anzi aveano giurato [Dio, lib. 65. Tacitus, Histor., lib. 3, cap. 13.], presi dalla vergogna e pentiti, si scagliarono contra di lui, senza alcun rispetto al carattere di console, incatenato l'inviarono a Cremona, e cominciarono a caricar anch'essi il bagaglio, per passare colà.

Ad Antonio Primo, ch'era in Verona, fu portata dalle spie l'informazione di quanto era accaduto ad Ostiglia, e subito fu in armi, per impedir l'unione di quell'esercito con quel di Cremona. Inoltratosi sino a Bedriaco, luogo fatale per le battaglie, e circa nove miglia lungi da quel sito, s'incontrò colle soldatesche di Vitellio, che uscite di Cremona venivano per unirsi con quelle d'Ostiglia. Ciò fu circa il dì 26 di ottobre. Dopo sanguinoso conflitto le mise in rotta, obbligando chi scampò dalle sue spade a rifugiarsi in Cremona. Ad alte voci allora dimandarono i vittoriosi soldati di andar dirittamente a Cremona, per isperanza d'entrarvi e per avidità di saccheggiarla. Nè gli avrebbe potuto ritenere Primo, se non fosse giunto l'avviso che s'appressava l'altra armata partita da Ostiglia, e in ordinanza di battaglia. Era già sopraggiunta la notte, e pure i due eserciti vennero alle mani con ardore, con fierezza inaudita, combattendo, per quanto comportavano le tenebre, senza distinguere talvolta chi fosse amico o nemico. Levatasi poi la luna, cominciò Primo a provarne del vantaggio, perchè essa dava nel volto ai nemici. Durò il combattimento tutto il resto della notte, e fatto poi giorno, avendo la terza legione, già venuta di Soria, secondo l'uso di que' paesi, salutato il sole con alti ed allegri Viva, questo rumore fece credere a que' di Vitellio che l'esercito di Muciano fosse arrivato, e diede loro tal terrore, che riuscì poi facile a Primo lo sconfiggerli ed obbligarli alla fuga. Giuseppe [Joseph., de Bello Judaico, lib. 5, cap. 13.], narrando che dei soldati di Vitellio in queste azioni perirono trentamila e dugento persone, quattromila e cinquecento di quei di Vespasiano, verisimilmente, secondo l'uso delle battaglie, ingrandì di troppo il racconto, nè noi siam tenuti a prestargli fede. Bensì possiam credere a Dione allorchè dice, che oscurandosi talvolta la luna per qualche nuvola, cessava il combattimento; e che i soldati emuli vicini parlavano l'uno all'altro, chi con villanie, chi con parole amichevoli, e con detestar le guerre civili, e con invitar l'avversario a seguitar Vitellio o pur Vespasiano. Ma non c'è già ragion di credere che l'uno porgesse all'altro da mangiare e da bere, finchè non si provi che i soldati di allora erano sì bravi od industriosi da portar seco anche nel furor delle zuffe le loro bisacce al collo, coll'occorrente cibo e bevanda. Tanto poi Dione quanto Tacito ci assicurano che incomodando forte una grossa petriera, con lanciar sassi, l'esercito di Vespasiano, due coraggiosi soldati, dato di piglio a due scudi degli avversarii, si finsero Vitelliani; ed arrivati alla macchina ne tagliarono le funi, con render essa inutile, ma con restar anch'essi tagliati a pezzi senza che rimanesse memoria alcuna del lor nome. Dopo lo spoglio del campo, a Cremona, a Cremona, gridarono i vincitori soldati. Bisognò andarvi. Si credevano di saltarvi dentro, ma trovarono un impensato ostacolo, cioè un alto e mirabil trinceramento, fatto fuor della città nella precedente guerra di Ottone, alla cui difesa era accorsa quasi tutta la milizia esistente in Cremona. Fecero delle maraviglie i soldati di Vespasiano per superar quel sito: tanta era la lor gola di arrivar al sacco di quella ricca città, che Antonio Primo avea loro benignamente accordato: il che fatto, assalirono la città. Con tutto che questa fosse cinta di forti mura e torri e piena di popolo, invilirono sì fattamente i soldati vitelliani, che non tardarono a trattare di rendersi. Scatenarono per questo Alieno Cecina, acciocchè s'interponesse nel perdono, ed esposero bandiera bianca. Uscì Cecina vestito da console co' suoi littori, cioè colle sue guardie, e passò al campo dei vincitori, ma accolto da tutti con ischerni e rimproveri, perchè la perfidia suol essere pagata coll'odio d'ognuno. D'uopo fu che Antonio Primo il facesse scortare, tanto che fosse in luogo sicuro, da potersi portare a trovar Vespasiano.; Fu perdonato ai soldati di Vitellio, ma non già all'infelicissima città allora celebre per bellissime fabbriche, per gran popolo, per molte ricchezze [Tacitus, Historiar., lib. 3, c. 33. Dio, lib. 65.]. Quarantamila soldati, e un numero maggior di famigli e bagaglioni, come cani v'entrarono. Stragi e stupri senza numero; non si perdonò neppure ai templi: tutto andò a sacco; e in fine si attaccò il fuoco alle case. Gli stessi soldati di Vitellio, che prima difendeano quella città, gareggiarono in tanta barbarie con gli altri; anzi fecero di peggio, perchè più pratici de' luoghi. Che vi perissero cinquantamila di quegli innocenti e miseri cittadini, lo scrive Dione. A me par troppo. Gli abitanti rimasti in vita furono tenuti per ischiavi, e poi riscattati. Per cura di Vespasiano venne poi riedificata e popolata di nuovo quella città.

Vitellio intanto se ne stava in Roma agitato, e con isfoggiata tavola, niuna apprensione mostrando di tanti romori. Ma quando cominciarono sul fine di ottobre ad arrivare l'un dietro l'altro i funesti avvisi di quanto era succeduto, allora gli corse il freddo per l'ossa. E poscia udendo che Antonio Primo s'era messo in cammino per venire a Roma, buffava, non sapea più dove si fosse, ora pensando a far ogni sforzo per resistere, ora a dimettere l'imperio, ed a ritirarsi a vita privata, ora facendo il bravo con la spada al fianco, ed ora il coniglio, con far ridere il senato, e con trovare ormai poca ubbidienza ne' pretoriani. Tuttavia spedì Giulio Prisco ed Alfeno Varo con quattordici coorti pretoriane, e tutti i reggimenti, di cavalleria, a prendere i passi dell'Apennino [Tacitus, Historiar., lib. 3, cap. 55.], e vi aggiunse la legione dell'armata navale: esercito sufficiente a sostener con vigore la guerra, se avesse avuto capitani migliori. Si postò a Bevagna quest'armata, e colà ancora si portò poi lo stesso Vitellio, benchè solennissimo poltrone, per le istanze dei soldati. Attediossi ben presto di quel soggiorno, e venutagli poi nuova che Claudio Faentino e Claudio Apollinare aveano indotta alla ribellione l'armata navale del Miseno, e le città circonvicine, se ne tornò a Roma, ed inviò Lucio Vitellio suo fratello ad occupar Terracina per opporsi da quella banda ai ribelli. Ma Antonio Primo colle milizie fedeli a Vespasiano, alle quali egli permetteva il far quante insolenze ed iniquità volevano nel viaggio, passò l'Apennino. Pervenuto che fu a Narni, se gli arrenderono la legione e le coorti inviate contra di lui da Vitellio. E pur Vitellio in sì duro frangente seguitava a starsene con tal torpedine in Roma, che la gente sapea bensì esser egli il principe, ma parea di non saperlo egli stesso. Ogni dì nuove, l'una più dell'altra cattive. A Fabio Valente suo generale, ch'era stato preso nell'andar nelle Gallie, e rimandato ad Urbino, tagliata fu la testa, per far conoscere ai Vitelliani falsa una voce, ch'egli avesse messa in armi la Germania e Gallia contra di Vespasiano. Vero all'incontro era che anche le Spagne, le Gallie e la Bretagna riconobbero Vespasiano per imperadore. Poc'altro che Roma ormai non restava a Vitellio; e però Flavio Sabino, fratello di Vespasiano, che fin qui era stato prefetto della città, con fedeltà e buona intelligenza di Vitellio, desiderando di salvar Roma da più gravi disordini, avea proposto dei temperamenti a Vitellio stesso, per salvargli la vita. Altrettanto aveano fatto con lettere Muciano e Primo; e già s'era in concerto che Vitellio, deponendo l'impero, ne riceverebbe in contraccambio un milione di sesterzii e terre nella Campania. In fatti egli nel dì 18 di dicembre, uscito di palazzo in abito nero co' suoi domestici, e col figliuolo tuttavia fanciullo, piangendo dichiarò al popolo che per bene dello Stato egli deponeva il comando; ma nel voler consegnare la spada al console Cecilio Semplice, nè questi nè gli altri la vollero accettare. A tale spettacolo commosso il popolo protestò di non volerlo sofferire; ma scioccamente, perchè tutto si rivolse poscia in danno della città e rovina maggior di Vitellio. Trovavasi in questo mentre un'assemblea de' primi senatori, cavalieri ed uffiziali militari presso Flavio Sabino, [Dio, lib. 65. Tacitus, Histor., lib. 3, cap. 69.] trattando del buono stato di Roma, colla persuasione che veramente fosse seguita, o che seguirebbe la rinunzia di Vitellio. Alla nuova dell'abortito trattato, fu creduto bene che Sabino andasse al palazzo per esortare o forzar Vitellio a cedere. Andò egli accompagnato da una buona truppa di soldati; ma per via essendosi incontrato colla guardia de' Tedeschi, si venne ad un picciolo combattimento. Salvossi Sabino nella rocca del Campidoglio con alcuni senatori e cavalieri, e co' due suoi figliuoli Sabino e Clemente, e con Domiziano figlio minore di Vespasiano. Quivi assediato fece una meschina difesa; v'entrarono i Germani, ed appiccato il fuoco al Campidoglio (non si sa da chi), si vide ridotto in cenere quell'insigne luogo, con perir tante belle memorie che ivi erano: accidente sommamente compianto dal popolo romano. Fuggirono di là Domiziano, i figli di Sabino; non già l'infelice Sabino, che, preso dai Germani insieme con Quinzio Attico console, fu condotto carico di catene davanti a Vitellio. Si salvò Attico; ma Sabino, uomo di gran credito e di raro merito, e fratello maggiore di Vespasiano, sotto le furiose spade di que' soldati perdè la vita: del che più che d'altro s'afflisse dipoi Vespasiano, ma non già Muciano che il riguardava come ostacolo all'ascendente della sua fortuna.

Antonio Primo, informato di queste lagrimevoli scene, mosse allora il suo campo alla volta di Roma, dove si trovò all'incontro la milizia di Vitellio, e lo stesso popolo in armi. Giacchè egli e Petilio Cereale non vollero dar orecchio alle proposizioni di qualche accordo, varii combattimenti seguirono, favorevoli ora all'una ed ora all'altra parte; ma finalmente rimasero superiori quei di Vespasiano. Furono presi varii luoghi di Roma, e il quartiere de' pretoriani, commessi molti saccheggi colle consuete appendici, e strage di tanta gente, che Giuseppe [Joseph., de Bel. Jud., lib. 4, cap. 42. Dio, lib. 65.] e Dione la fanno ascendere a cinquantamila persone [Sueton., in Vitellio, cap. 16.]. Veggendosi allora a mal partito Vitellio, dal palazzo fuggì nell'Aventino, con pensiero di andarsene nel dì seguente a trovar Lucio suo fratello a Terracina. Ma sul falso avviso che non erano disperate le cose, tornò al palazzo, e trovato poi che ognun se n'era fuggito, preso un vile abito, con una cintura piena d'oro, andò a nascondersi nella cameretta del portinaio, oppur nella stalla de' cani, da più di uno de' quali fu anche morsicato. A nulla gli servì questo nascondiglio. Scoperto da un tribuno, per nome Giulio Placido , ne fu estratto, e con una corda al collo, colle mani legate al di dietro, fu menato per le strade, dileggiato, e con picciole punture trafitto in varie forme dai soldati, ed ingiuriato dal popolo, senzachè alcuno compassion ne mostrasse; anzi correndo ognuno a rovesciar le sue statue sotto gli occhi di lui. Credette di fargli servigio un soldato tedesco, per levarlo da tanti obbrobrii, e gli lasciò sulla testa un buon colpo: il che fatto, si ammazzò da sè stesso, ovvero, come si ha da Tacito, fu ucciso dagli altri. Terminò la sua vita Vitellio, coll'essere gittato giù per le scale gemonie; il cadavero suo fu coll'uncino strascinato al Tevere, e la sua testa portata per tutta la città. Era in età di cinquantasette anni; e questo frutto riportò egli dalla sconsigliata sua ambizione, alzato da chi nol conosceva a sì sublime grado, ed abborrito da chi sapea di sua vita, riguardandolo per troppo indegno dell'imperio, e certamente incapace di sostenerlo con tanto perversi costumi e sì grande poltroneria. Restò bensì libera Roma dall'usurpatore Vitellio, ma non già dalle atroci pensioni della guerra civile. Per lungo tempo durarono i saccheggi e gli omicidii. Maltrattato era chiunque fu amico di Vitellio, e sotto questo pretesto si estendeva ad altri la feroce avidità dei vittoriosi e licenziosi soldati: in una parola, tutto era lutto, confusione e lamenti in Roma ed altrove. Ancorchè Domiziano, figlio di Vespasiano, fosse ornato immediatamente col nome di Cesare, pure niun rimedio apportava, intento solo a sfogar le passioni proprie della scapestrata gioventù. Lucio Vitellio, fratello dell'estinto Augusto, venne ad arrendersi colle sue soldatesche, sperando pure miglior trattamento; ma restò anch'egli barbaramente ucciso. Fece lo stesso fine Germanico, piccolo figliuolo del medesimo imperadore. Subito che si potè raunare il senato, furono decretati a Flavio Vespasiano tutti gli onori soliti a godersi dagl'imperadori romani. E bisogno ben grande v'era di un sì fatto imperadore, sì per rimettere in calma la sconcertata Roma ed Italia, come ancora per dar sesto alla Germania e Gallia dove Claudio Civile avea mosso dei gravi torbidi che accenneremo fra poco. Guerra eziandio era nella Giudea, guerra nella Mesia e nel Ponto. Sovrastavano perciò danni e pericoli non pochi alla romana repubblica, se non arrivava a reggerla un Augusto, che per senno e per valore gareggiasse coi migliori.


LXX

Anno diCristo LXX. Indizione XIII.
Clemente papa 4.
Flavio Vespasiano imperadore 2.

Consoli

Flavio Vespasiano Augusto imperad. per la seconda volta, e Tito Flavio Cesare suo figliuolo.

Ancorchè fossero lontani da Roma Vespasiano Augusto e Tito suo figlio, dichiarato anch'esso Cesare dal senato, pure, per onorare i principii di questo nuovo imperadore, furono amendue promossi al consolato, in cui procederono per tutto giugno. In essa dignità ebbero per successori nelle calende di luglio Marco Licinio Muciano e Publio Valerio Asiatico: e poscia a questi nelle calende di novembre succederono Lucio Annio Basso e Caio Cecina Peto. Dacchè [Tacit., Histor., lib. 4. Dio, lib. 66.] nell'anno precedente giunse a Roma Muciano, prese egli il governo, facendo quel che gli parea sotto nome di Vespasiano. V'interveniva anche Domiziano Cesare, figliolo dell'imperadore, per dar colore agli affari; ma quantunque egli prendesse molte risoluzioni per le istigazioni degli amici, pure l'autorità era principalmente presso Muciano, uomo di smoderata ambizione, che s'andava vantando d'aver donato l'imperio a Vespasiano, e di essere come fratello di lui, e facendo perciò alto e basso, come s'egli stesso fosse l'imperadore. Certo la sua prima cura fu quella di metter fine all'insolenza dei soldati, e di ridurre la quiete primiera nella città. Ma un'altra maggiormente n'ebbe per adunar danaro il più che si potea, per rinforzare il pubblico fallito erario, dicendo sempre che la pecunia era il nerbo del Principato; nè rincresceva di tirar sopra di sè l'odiosità delle esazioni, e di risparmiarla a Vespasiano, perchè ne profittava non poco anch'egli per sè stesso. Recavano a lui gelosia Antonio Primo, divenuto in gran credito, per aver egli abbassato Vitellio; ed Arrio Varo, perchè alzato alla potente carica di prefetto del pretorio. Quanto a Primo, il caricò di lodi nel senato, gli mostrò gran confidenza, gli fece sperare il governo della Spagna Taraconense, promosse agli onori varii di lui amici; ma nello stesso tempo mandò lungi da Roma le legioni che aveano dell'amore per lui, e fece restar lui in secco. Andò Primo a trovar Vespasiano, che il ricevè con molte carezze; ma Muciano, con rappresentarlo uomo pericoloso a ragion della sua arditezza, e con rilevar gli abbominevoli disordini da lui permessi in Cremona, Roma ed altrove, per guadagnarsi l'affetto de' soldati, gli tagliò in fine le gambe [Tacitus, Histor., lib. 4, cap. 69.]. Per conto di Varo, gli tolse la prefettura del pretorio, dandogli quella dell'annona, e sostituì nella prima carica Clemente Aretino, parente di Vespasiano.