Allorchè si compiè la tragedia di Vitellio, si trovava Vespasiano in Egitto, Tito suo figliuolo nella Giudea. Non sì tosto ebbe Vespasiano avviso di quanto era avvenuto, che spedì da Alessandria a Roma una copiosa flotta di navi cariche di grano, perchè le soprastava una terribil carestia, e l'Egitto da gran tempo era il granaio de' Romani, affinchè quel gran popolo abbondasse di vettovaglia. Se vogliam credere a Filostrato [Philostratus, in Apollon. Tyan.], Vespasiano fece di gran bene all'Egitto, con dare un saggio regolamento a quel paese, esausto in addietro per le soverchie imposte, Dione [Dio, lib. 66.] all'incontro attesta che gli Alessandrini, i quali si aspettavano delle notabili ricompense, per essere stati i primi ad acclamarlo imperadore, si trovarono delusi, perchè egli volle da loro buone somme di danaro, esigendo gli aggravii vecchi non pagati, senza esentarne nè meno i poveri, ed imponendone di nuovi. Questo era il solo difetto o vizio (se pure, come diremo, tal nome gli competeva) che s'avesse Vespasiano. Perciò il popolo di Alessandria, popolo per altro avvezzo a dir quasi sempre male de' suoi padroni, se ne vendicò con delle satire, e con caricarlo d'ingiurie e di nomi molto oltraggiosi. Perciò vi mancò poco che Vespasiano, quantunque principe savio ed amorevole, non li gastigasse a dovere; e l'avrebbe fatto, se Tito suo figliuolo non si fosse interposto, per ottener loro la grazia, con rappresentare al padre, «che i saggi principi fanno quel che debbono, o credono ben fatto, e poi lasciano dire.» Nella state venne Vespasiano Augusto alla volta di Roma. Arrivato a Brindisi, vi trovò Muciano, ch'era ito ad incontrarlo colla primaria nobiltà di Roma. Trovò a Benevento il figliuolo Domiziano, che già aveva cominciato a dar pruove del perverso suo naturale, con varie azioni ridicole, o con prepotenze. Perchè egli nella lontananza del padre si era arrogata più autorità che non conveniva, e trascorreva anche in ogni sorta di vizii: Vespasiano in collera parea disposto a de' gravi risentimenti contra di questo scapestrato figliuolo [Tacitus, Histor., lib. 4, cap. 52.]. Il buon Tito suo fratello fu quegli che perorò per lui, e disarmò l'ira del padre. Non lasciò per questo Vespasiano di mortificar la superbia di esso Domiziano. Accolse poi gli altri tutti con gravità condita di cordiale amorevolezza, trattando non da imperadore, ma come persona privata con cadauno. Aveva egli molto prima inviato ordine a Roma, che si rifabbricasse il bruciato Campidoglio, dando tal incombenza a Lucio Vestino, cavaliere di molto credito. Nel dì 21 di giugno s'era dato principio a sì importante lavoro con tutto il superstizioso rituale e le cerimonie di Roma pagana, con essersi gittate ne' fondamenti assai monete nuove e non usate, perchè così aveano decretato gli aruspici. Giunto da lì a non molto Vespasiano a Roma, per meglio autenticar la sua premura per quella fabbrica, e per alzar quivi un sontuoso tempio [Sueton., in Vespasiano, c. 8.], fu dei primi a portar sulle sue spalle alquanti di que' rottami; e volle che gli altri nobili facessero altrettanto, affinchè dal suo e loro esempio si animasse maggiormente il popolo all'impresa. E perciocchè nell'incendio d'esso Campidoglio erano perite circa tremila tavole di rame, o sia di bronzo, cioè le più preziose antichità di Roma, perchè in simili tavole erano intagliate le leggi, i decreti, le leghe, le paci e gli altri atti più insigni del senato e del popolo romano fin dalla fondazione di Roma, comandò che se ne ricercassero diligentemente quelle copie che si potessero ritrovare, e di nuovo s'incidessero in altre tavole. Parimente ordinò Vespasiano che fosse restituita la buona fama a tutti i condannati al tempo di Nerone [Dio, in Excerptis Valesianis.], e sotto i tre susseguenti Augusti, e la libertà a tutti gli esiliati che si trovassero vivi; e che si cassassero tutte le accuse de' tempi addietro. Cacciò eziandio di Roma tutti gli strologhi, gente perniciosa alle repubbliche, quantunque egli non disprezzasse quest'arte vana, e tenesse in sua corte uno di tali pescatori dell'avvenire, stimandolo il più perito degli altri. E si sa ch'egli, a requisizione di un certo Barbillo strologo, concedette al popol di Efeso di poter fare il combattimento appellato sacro: grazia da lui non accordata ad altre città.

Due guerre di somma importanza ebbero in questi tempi i Romani, l'una in Giudea, l'altra nella Gallia e Germania. Diffusamente è narrata la prima da Giuseppe Ebreo; l'una e l'altra da Cornelio Tacito. Io me ne sbrigherò in poche parole. Famosissima è la guerra. Avea quel popolo, ingrato e cieco, ricompensato il Messia, cioè il divino Salvator nostro, di tanti suoi benefizii, con dargli una morte ignominiosa; avea perseguitata a tutto potere fin qui la nata santissima religione di Cristo. Venne il tempo, in cui la giustizia di Dio volle lasciar piombare sopra quella sconoscente nazione il gastigo, già a lei predetto dallo stesso Signor nostro [Joseph., lib. 5 de bello Judaico.]. S'erano ribellati i Giudei all'imperio romano, e per una vittoria da loro riportata contro Cestio, parea che si ridessero delle forze romane [Tacitus, Histor., lib. 5.]. Vespasiano, irritato forte contra di loro, spedì Tito suo figliuolo nella primavera dell'anno presente per domarli. Gerusalemme era in quei tempi una delle più belle; forti e ricche città dell'universo, perchè i Giudei, sparsi in gran copia per l'Asia e per l'Europa, faceano gara di divozione per mandar colà doni al tempio e limosine di danari. Per dar anche a conoscere Iddio più visibilmente che dalla sua mano veniva il gastigo, Tito andò ad assediarla in tempo che un'infinità di Giudei era, secondo il costume, concorsa colà per celebrarvi la Pasqua: nel qual tempo appunto aveano crocifisso l'umanato figliuol di Dio. Che sterminato numero di essi per giusto giudizio di Dio si trovasse ristretto in quella città, come in prigione, si può raccogliere dal medesimo loro storico Giuseppe, il quale asserisce che, durante quell'assedio, vi perì un milione e centomila Giudei, per fame e per la peste. Sanguinosi combattimenti seguirono; ostinato quel popolo mai non volle ascoltar proposizioni di pace e di arrendersi. Avvegnachè riuscisse al copiosissimo esercito romano di superar le due prime cinte di muro di quella città, la terza nondimeno, più forte dell'altre, fu sì bravamente difesa dagli assediati, che Tito perdè la speranza di espugnar la città colla forza, e si rivolse al partito di vincerla con la fame. Un prodigioso muro con fosse e bastioni di circonvallazione fatto intorno a Gerusalemme tolse ad ognuno la via a fuggirsene. Però una orribil fame, e la peste sua compagna, entrate in Gerusalemme, vi faceano un orrido macello di quegli abitanti; i quali anche discordi fra loro e sediziosi, piuttosto amavano di vedere e sofferire ogni più orribile scempio, che di suggettarsi di nuovo al popolo romano. Non si può leggere senza orrore la descrizione che fa Giuseppe di quella deplorabil miseria, a cui difficilmente si troverà una simile nelle storie. Immense furono le ruberie e le crudeltà di quei che più poteano in quella città; le centinaia di migliaia di cadaveri accrescevano il fetore e le miserie di coloro che restavano in vita; faceano i falsi profeti e i tiranni interni più male al popolo che gli stessi Romani. Ma nel dì 22 di luglio il tempio di Gerusalemme, fu preso, e con tutta la cura di Tito Cesare, perchè si conservasse quell'insigne e ricchissimo edificio, Dio permise che gli stessi Giudei vi attaccassero il fuoco, e si riducesse in un monte di sassi e di cenere. S'impadronì poi Tito della città alta e bassa nel mese di settembre colla strage e schiavitù di quanti si ritrovarono vivi. Non solo il tempio, ma anche la città, parte dalle mani de' vincitori, parte dal fuoco furono disfatti ed atterrati; e quella gran città rimase per molto tempo un orrido testimonio dell'ira di Dio, siccome la dispersion di quel popolo senza tempio, senza sacerdoti, che noi tuttavia miriamo, fa fede, quello non essere più il popolo di Dio, siccome aveano predetto i profeti.

L'altra guerra, che i Romani sostennero in questi tempi, ebbe principio nella Batavia, oggidì Olanda, sotto Vitellio [Tacitus, Histor., lib. 4.]. Claudio Civile, persona di sangue reale, di gran coraggio, avendo prese l'armi, stuzzicò quei popoli, e i circonvicini ancora, a rivoltarsi contra de' Romani e di Vitellio, con apparenza nondimeno di sostenere il partito di Vespasiano. Diede sul Reno una rotta ad Aquilio generale de' Romani, e al suo fiacco esercito. Questa vittoria fece voltar casacca a molte delle soldatesche, le quali ausiliarie militavano per l'imperio, e commosse a ribellione altri popoli della Germania e della Gallia; e però cresciute le forze a Claudio Civile, non riuscì a lui difficile il riportare altri vantaggi. Ma dopo la morte di Vitellio, i ministri di Vespasiano inviarono gran copia di gente per ismorzar quell'incendio. Annio Fallo e Petilio Cereale furono scelti per capitani di tale impresa. Andò innanzi il terrore di quest'armata, e cagion fu che la parte rivoltata della Gallia tornasse all'ubbidienza. Furono ripigliate alcune città colla forza, date più sconfitte a Civile e a' suoi seguaci, tanto che tutti a poco a poco si ridussero a piegare il collo, e a ricorrere alla clemenza romana. Domiziano Cesare in questa occasione, bramoso di non essere da meno di Tito suo fratello, volle andare alla guerra; e Muciano, per paura che questo sfrenato ed impetuoso giovane non commettesse qualche bestialità in danno dell'armi romane, giudicò meglio, di accompagnarlo. Seppe poi con destrezza fermarlo a Lione sotto varii pretesti, tanto che si mise fine a quella guerra, senzachè egli vi avesse mano; e poscia; il ricondusse in Italia, acciocchè andasse ad incontrar il padre Augusto, il quale; siccome già dicemmo, venne a Roma nell'anno, presente, e fu ricevuto con gran magnificenza dappertutto.


LXXI

Anno diCristo LXXI. Indizione XIV.
Clemente papa 5.
Flavio Vespasiano imperadore 3.

Consoli

Flavio Vespasiano Augusto per la terza volta, e Marco Cocceio Nerva.

Nerva, collega dell'imperadore nel consolato, divenne anch'egli col tempo imperadore. Non tennero essi consoli se non per tutto febbraio quella dignità, e ad essi succederono, nelle calende di marzo, Flavio Domiziano Cesare, figliuolo di Vespasiano, e Gneo Pedio Casto. Merito grande s'era acquistato Tito Cesare presso il padre per la guerra gloriosamente terminata nella Giudea. Maggior anche era il merito de' suoi dolci costumi [Sveton., in Tito, cap. 5.]. Cotanto si faceva egli amar dai soldati, che, dopo la presa di Gerusalemme, l'armata romana, gli diede il titolo militare d'imperadore; e volendo egli venire a Roma, cominciarono tutti con preghiere, e poi con minacce, a gridare o che restasse egli, o che tutti li conducesse seco. Per questo e per qualche altro barlume insorse sospetto presso della gente maliziosa ch'egli nudrisse dei disegni di rivoltarsi contra del padre: il che giammai a lui non cadde in pensiero. Ne fu anche informato Vespasiano; ma siccome egli avea troppe prove dell'onoratezza del figliuolo, così non ne fece caso; anzi udito che già egli era in viaggio, il fece dichiarar suo collega nell'imperio, e compagno anche nella podestà tribunizia, ma senza conferirgli i titoli di Augusto e Padre della Patria. Questi onori equivalevano allora alla dignità dei re de' Romani de' nostri giorni, ed erano un sicuro grado per succedere al padre Augusto nella piena dignità ed autorità imperiale [Philostratus, in Apollon. Tyaneo.]. Passando per la Città di Argos, volle Tito abboccarsi con Apollonio Tianeo, filosofo di gran grido in questi tempi, e di cui molte favole hanno spacciato i Gentili. Il pregò di dargli alcune regole per saper ben governare. Altro non gli diss'egli, se non d'imitar Vespasiano suo padre, e di ascoltar con pazienza Demetrio filosofo cinico, che facea professione di dir liberamente, e senz'adulazione o rispetto di alcuno, la verità; e che non s'inquietasse, se l'avesse ripreso di qualche fallo. Tito promise di farlo. Sarebbe da desiderare un filosofo sì fatto, e con tale autorità in ogni corte; e fors'anche in ogni paese si troverebbe volendolo. Ma è da temere che non si trovassero poi tanti Titi. Ebbe Tito sentore per istrada delle relazioni maligne portate di lui al padre (e forse n'era stato sotto mano autore l'invidioso Domiziano) con fargli anche sospettare che Tito non verrebbe, perchè macchinava cose più grandi. Allora egli s'affrettò, e in una nave da carico, quando men s'aspettava, arrivò in corte; e quasi rimproverando il padre ch'era uscito in fretta ad incontrarlo, un po' agramente gli disse: Son venuto, Signor e Padre, son venuto.

Fu decretato il trionfo dal senato tanto a Vespasiano, quanto al figliuolo, e separatamente per la vittoria giudaica. Ma Vespasiano che amava il risparmio in tutte le occorrenze, nè potea sofferir tanta spesa, si contentò d'un solo che servisse ad amendue. Non s'era mai veduto in addietro un padre trionfar con un figlio: si vide questa volta. Memoria di questo trionfo tuttavia abbiamo nell'arco di Tito in Roma, dato anche alle stampe dal Bellorio, e vi si mira portato l'aureo candelabro del tempio di Gerusalemme. L'essersi felicemente terminate le guerre della Giudea e Germania, diede campo a Vespasiano di fabbricar il tempio della Pace, e di chiudere quello di Giano; giacchè per tutto l'imperio romano si godeva un'invidiabil calma. Questa specialmente tornò a fiorire in Roma insieme colla giustizia, per tanti anni in addietro bandita da essa, e vi risorse la quiete degli animi e l'allegria: tutti effetti del saggio e dolce governo di Vespasiano. Buon concetto si avea nei tempi andati di questo personaggio; ma, divenuto imperadore; superò di lunga mano l'aspettazion di ognuno [Sueton., in Vespasiano, cap. 8.]. Imperocchè tosto si accinse egli con vigore a ristabilire Roma e l'imperio, che tanto aveano patito sotto i precedenti, o principi o tiranni; nè si diede mai posa, finchè visse, per levare i disordini, e per abbellire quella gran città. Chiara cosa essendo che i passati affanni principalmente erano proceduti dall'avidità, insolenza e poca disciplina de' soldati, e soprattutto de' pretoriani, vi rimediò col cassare la maggior parte di quei di Vitellio, ed esigere rigorosamente la buona disciplina dai suoi propri. Per assicurarsi meglio del pretorio, cioè delle guardie del palazzo, con istupore di ognuno, creò lo stesso Tito, suo figliuolo e collega, prefetto del pretorio: carica sempre innanzi esercitata dai cavalieri, e che perciò divenne col tempo la più insigne ed apprezzata dopo la dignità imperiale [Dio, lib. 66.]. La vita di Vespasiano era senza fasto. Il venerava ognuno come signore, ed egli amava all'incontro di comparir verso tutti piuttosto concittadino, e come persona tuttavia privata. Di rado abitava nel palazzo, più spesso negli orti sallustiani, luogo delizioso. Dava quivi benignamente udienza non solo ai senatori, ma agli altri ancora di qualsivoglia grado. Vigilantissimo, soleva avanti giorno, stando in letto, leggere le lettere e le memorie a lui presentate, ammettere i suoi familiari ed amici, quando si vestiva, e favellar con loro delle cose occorrenti. Uno di questi era Plinio il Vecchio [Plinius Junior, lib. 4, epist. 5.]. Anche andando per istrada non rifiutava di parlare con chi avea bisogno di lui. Fra il giorno stavano aperte a tutti e senza guardia le porte della sua abitazione. Sempre interveniva al senato, mostrando il convenevol rispetto a quell'ordine insigne, nè v'era affare d'importanza che non comunicasse con loro. Sovente ancora, andava in piazza a rendere giustizia al popolo. E qualora per la sua avanzata età non potea portarsi al senato, gli partecipava i suoi sentimenti in iscritto, e incaricava i suoi figliuoli di leggerli. Nè solamente in ciò dava egli a conoscere la stima che facea del senato, ma eziandio col voler sempre alla sua tavola molti dei senatori, e coll'andar egli stesso non rade volte a pranzare in casa degli amici e dei familiari suoi. Sapeva dir delle burle, e pungere con grazia; nè s'avea a male, se altri facea lo stesso verso di lui. Dilettavasi massimamente di praticar colle persone savie, per le quali non vi era portiera, e fu udito dire [Philostratus, in Vita Apollonii Tyan.]: Oh potess'io comandare a dei saggi, e che anche i saggi potessero comandare a me! Non mancavano neppure in que' tempi pasquinate e satire contro di lui; ma egli, benchè, ne fosse avvertito, non se ne alterava punto, seguitando, ciò non ostante, a far ciò che riputava utile alla repubblica. Allorchè Vespasiano era in Grecia col pazzo Nerone [Dio, lib. 66. Suetonius, in Vespasiano, cap. 14.], vedendolo un dì nel teatro prorompere in parole, e gesti indecenti alla sua dignità, non seppe ritenersi dal fare un cenno di stupore e disapprovazione. Febo, liberto di Nerone, osservato ciò, se gli accostò, e dissegli che un par suo non istava bene in quel luogo. Dove, volete ch'io vada?, disse allora Vespasiano. E il superbo ed insolente liberto replicò, che andasse alle forche. Costui ebbe tanto ardire di presentarsi, davanti a lui, già divenuto imperadore, per addurre delle scuse. Altro male non gli fece Vespasiano, se non di dirgli, che se gli levasse davanti, e andasse alle forche. Con rara pazienza sofferiva egli che gli si dicesse la verità, e godeva quel bel privilegio, tanto esaltato da Cicerone in Giulio Cesare, di dimenticar le ingiurie. Maritò molto decorosamente tre figliuole di Vitellio; e benchè si trovasse più d'uno che macchinò congiure contra di un principe sì buono, contuttociò niuno mai gastigò se non coll'esilio, solendo anche dire, che compativa la pazzia di coloro, i quali aspiravano all'imperio, perchè non sapevano che aggravio e spine l'accompagnassero. Però sua usanza fu di guadagnar coi benefizii, e non di rimeritar coi gastighi, chi era stato ministro della crudeltà de' tiranni, perchè volea credere che avessero così operato più per paura che per malizia. E questo per ora basti de' costumi di Vespasiano. Ne riparleremo andando innanzi, come potremo, giacchè si son perdute le storie di Tacito, e con ciò a noi manca il filo cronologico delle azioni di questo principe.