Fu nelle calende di luglio conferito il consolato a Domiziano Cesare per la sesta volta ed a Gneo Giulio Agricola, cioè a quel medesimo, di cui Cornelio Tacito suo genero ci ha lasciata la vita. Terminò in quest'anno Caio Plinio Secondo [Plinius Senior, in Praefatione.] veronese, i suoi libri della Storia Naturale, e li dedicò a Tito Cesare, ch'egli nomina console per la sesta volta, e dà a conoscere quanto amore quel buon principe avesse per lui, e quanta stima per li suoi libri. S'è salvata dalle ingiurie de' tempi quest'opera delle più insigni ed utili dell'antichità, perchè tesoro di grande erudizione; ma è da dolersi che sia pervenuta a noi alquanto difettosa, e che per la mancanza d'antichi codici non sia possibile il renderne più sicuro ed emendato il testo. Anche ai tempi di Simmaco camminava scorretta questa istoria, siccome consta da una sua lettera ad Ausonio. Son periti altri libri di Plinio, ma non di tanta importanza, come il suddetto. Abbiamo dalla cronica di Eusebio [Euseb., in Chron.], essere stata nell'anno presente, o pure nel seguente, sommamente afflitta Roma da una pestilenza così fiera, che per molti dì si contarono dieci mila persone morte per giorno: se pur merita fede strage di tanto eccesso. Ma questo flagello forse s'ha da riferire all'anno 80, regnando Tito. Verso questi tempi [Dio, lib. 66.] bensì capitarono a Roma segretamente due filosofi cinici, che, secondo il loro costume, si faceano belli con dir male d'ognuno. Diogene si appellava l'un d'essi, nome probabilmente da lui preso, per assomigliarsi in tutto all'altro antico sì famoso che fu a' tempi di Alessandro Magno. Costui perchè nel pubblico teatro, pieno di gran popolo, scaricò addosso ai Romani una buona tempesta d'ingiurie e di motti satirici, ebbe per ricompensa, d'ordine dei censori, un sonante regalo di sferzate. L'altro fu Eras, che pensando di aggiustar la partita con sì tollerabil pagamento, più sconciamente sfogò la sua rabbia ed eloquenza canina contra de' Romani, fors'anche non la perdonando ai principi. Gli fu mozzato il capo. Riferisce Dione [Dio, lib. 66.] come un prodigio, che in una osteria in una botte piena il vino tanto si gonfiò, che uscendo fuori, scorreva per la strada. Erano ben facili allora i Romani a spacciare de' fatti falsi per veri, o a credere degli avvenimenti naturali per prodigiosi. Molti di tal fatta se ne raccontano di Vespasiano, ch'io tralascio, perchè o imposture o semplicità di quei tempi. E non ne mancano nella storia stessa di Tito Livio. A san Clemente martire si crede che in quest'anno succedesse Cleto nel pontificato romano.
LXXVIII
| Anno di | Cristo LXXVIII. Indizione VI. |
| Cleto papa 2. | |
| Vespasiano imperadore 10. |
Consoli
Lucio Cejonio Commodo e Decimo Novio Prisco.
Son di parere alcuni, che questo Lucio Cejonio Console fosse avolo (se pur non fu padre) di Lucio Vero, che noi vedremo a suo tempo adottato da Adriano imperadore, ciò risultando da Giulio Capitolino [Capitolinus, in Vita Lucii Veri.]. Abbiamo da Tacito [Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 9.], che Gneo Giulio Agricola, stato console nell'anno precedente, fu inviato governatore della Bretagna in luogo di Giulio Frontino. Era Agricola uomo di rara prudenza ed onoratezza. Giunto che fu là, non lasciò indietro diligenza veruna per rimettere la buona disciplina fra le milizie, e per levare gli abusi dei tempi addietro, per gli quali erano malcontenti que' popoli, moderando le imposte, e compartendole con ordine: con che cessarono le avanie de' ministri del fisco, e tornò la pace in quelle contrade. Eransi negli anni precedenti sottratti all'ubbidienza de' Romani gli Ordovici nell'isola di Mona, creduta oggidì l'Anglesei. Agricola v'andò colle armi, e guadagnata una vittoria, ridusse quelle genti alla primiera divozione. Forse fu in questi tempi [Dio, lib. 66.], che si scoprì vivo Giulio Sabino, nobile della Gallia, che nell'anno 70 dell'Era Cristiana avea nel suo paese di Langres impugnate le armi contra de' Romani, e fatto ribellare quel popolo [Plutarch., in Amatorio.]. Sconfitto egli in una battaglia, ancorchè potesse ricoverarsi fra i Barbari, pure pel singolare amore ch'egli portava a Peponilla sua moglie, chiamala da Tacito [Tacitus, Histor., lib. 4, cap. 67.] Epponina, e da Plutarco Empona, determinò di nascondersi in certe camere sotterranee di una sua casa in villa, con far correre voce di non esser più vivo. Licenziati pertanto i suoi servi e liberti, con dire di voler prendere il veleno, ne ritenne solamente due de' più fidati. E perciocchè gli premeva forte, che fosse ben creduta da ognuno la propria morte, mandò ad accertarne la moglie stessa, la quale a tal nuova svenne, e stette tre dì senza voler prender cibo. Ma per timore, che ella in fatti fosse dietro ad accompagnare colla vera sua morte la finta del marito, fece poi avvisarla del nascondiglio in cui si trovava, pregandola nondimeno a continuare a piagnerlo, come già estinto. Andò ella dipoi a trovarlo la notte di tanto in tanto, e gli partorì anche due figliuoli (l'uno dei quali Plutarco dice d'aver conosciuto), coprendo sì saggiamente la sua gravidanza e il suo parto, che niuno mai s'avvide del loro commercio. Portò la disgrazia, che dopo vari anni fu scoperto l'infelice Sabino, e condotto con la moglie a Roma. Per muovere Vespasiano a pietà, gli presentò Epponina i due suoi piccioli figliuoli, dicendo, che gli avea partoriti in un sepolcro per aver molti che il supplicassero di grazia, ed aggiugnendo tali parole, che mossero le lagrime a tutti, e fino allo stesso Vespasiano. Contuttociò Vespasiano li fece condannare amendue alla morte. Allora Epponina, saltando nelle furie, gli parlò arditamente, dicendogli fra l'altre cose, che più volentieri avea sofferto di vivere in un sepolcro, che di mirar lui imperadore. Non si sa perchè Vespasiano, che pur era la stessa bontà, e tanti esempli avea dato finora di clemenza, procedesse qui con tanto rigore, se forse non l'irritò sì fattamente l'indiscreto parlare dell'irata donna, che dimenticò di essere quel ch'egli era. Attesta Plutarco, che per questo rigor di giustizia, tuttochè l'unico di tutto l'imperio di Vespasiano, venne un grande sfregio al di lui buon nome; ed egli attribuisce a sì odioso fatto l'essersi dipoi in breve tempo estinta tutta la di lui casa. Non saprei dire, se i poeti di questi ultimi tempi abbiano condotta mai sul teatro questa tragica avventura: ben so, che un tale argomento vi farebbe bella comparsa, siccome stravagante e capace di muovere le lagrime oggidì, come pur fece allora.
LXXIX
| Anno di | Cristo LXXIX. Indizione VII. |
| Cleto papa 3. | |
| Tito Flavio imperadore 1. |