Consoli

Flavio Vespasiano Augusto per la nona volta, e Tito Flavio Cesare per la settima.

Essendo in quest'anno, siccome dirò, mancato di vita Vespasiano Augusto, potrebbe darsi, secondo le congetture da me recate altrove [Thesaurus Novus. Inscript., pag. 111.], che nelle calende di luglio il consolato fosse conferito a Marco Tizio Frugi e a Vito Vinio o Vinicio Giuliano. Pacificamente avea fin qui Vespasiano amministrato l'imperio, e meritava ben il saggio e dolce suo governo, ch'egli non trovasse de' nemici in casa. Tuttavia, o sia perchè la morte sola di Sabino, compianta da tutti, rendesse odioso questo principe, oppure perchè Tito destinato suo successore fosse, per quanto vedremo, poco amato, ovvero, come è più probabile, perchè non mancano, nè mancheranno mai al mondo dei pazzi e degli scellerati: certo è che in quest'anno due de' principali tramarono una congiura contra di Vespasiano [Dio, lib. 66. Suetonius, in Tito, cap. 6.]. Questi furono Alieno Cecina, già stato console, ed Eprio Marcello, potenti in Roma, amati e beneficati da esso Augusto. Si credeva egli d'aver in essi due buoni amici, e non avea che due ingrati: vizio corrispondente ad altre loro pessime qualità. Venne scoperta la congiura: si trovò avervi mano molti soldati, e Tito Cesare ne fu assicurato da lettere scritte di lor pugno. Non volle esso Tito perdere tempo, perchè temeva che nella notte stessa scoppiasse la mina, e però fatto invitar Cecina seco a cena, dopo essa il fece trucidar dai pretoriani senza altro processo. Marcello, citato e convinto, allorchè udì proferita contra di lui la sentenza di morte, colle proprie mani si tagliò con un rasoio la gola. Non potea negarsi che la risoluzion presa da Tito contra Cecina non fosse giusta, o almeno scusabile: contuttociò per cagion d'essa egli incorse nell'odio di molti. Dopo questa esecuzione sentendosi Vespasiano [Idem, in Vespasiano, cap. 24.] alquanto incomodato nella salute per alcune febbrette, si fece portare alla sua villa paterna nel territorio di Rieti, siccome era solito nella state. In quelle parti v'erano l'acque cutilie, sommamente fredde da Strabone e da Plinio chiamate utili a curar varii mali. Riuscirono queste perniciose non poco o per la lor natura, o pel troppo berne, a Vespasiano, di maniera che gl'indebolirono forte lo stomaco, e gli suscitarono una molesta diarrea. Era egli principe faceto, e dacchè cominciò a sentir quelle febbri, ridendo e burlandosi del superstizioso ed empio rito de' suoi tempi, nei quali si deificavano dopo morte gl'imperadori, disse: Pare ch'io incominci a diventar dio. Erasi anche veduta poco innanzi una cometa, e parlandone in sua presenza alcuni: Oh, disse, questa non parla per me. Quella sua chioma minaccia il re de' Parti che porta la capigliatura. Quanto a me son calvo. E perciocchè, non ostante l'infermità sua egli seguitava ad operar come prima, attendendo agli affari dell'imperio, e dando udienza ai deputati delle città (del che era ripreso dai familiari) rispose: Un imperadore ha da morire stando in piedi. Morì egli in fatti, conservando sempre il medesimo coraggio, nel dì 23 o 24 di giugno, in età di settant'anni, e non già per male di podagra, come alcuni pensarono: molto meno per veleno, che taluno falsamente [Dio, lib. 66.], e fra gli altri Adriano imperadore, disse a lui dato in un convito da Tito suo figliuolo, principe, in cui non potè mai cadere un sì nero sospetto. Si fecero poscia i suoi funerali colla pompa consueta, e gli fu dato il titolo di Divo. Da Svetonio [Sueton., in Vespasiano, cap. 19.] si raccoglie che a tali esequie intervenivano anche i mimi, o sia i buffoni, ballando, atteggiando ed imitando i gesti, la figura e il parlare del defunto imperadore. Il capo de' mimi, che in questa occasione rappresentava la persona di Vespasiano, probabilmente colla maschera simile al di lui volto, volendo esprimere l'avarizia a lui attribuita, dimandò ai ministri dell'erario, quanto costava quel funerale. Dissero: Ducento cinquantamila scudi. Ed egli Datemene solo dugento cinquanta, e gittatemi nel fiume. Gran disavventura si credeva allora il restar senza sepoltura: ma per un poco di guadagno, secondo costui, si sarebbe contentato Vespasiano di restarne privo.

Era già suo collega nell'imperio, cioè nel comando dell'armi, e nella tribunizia podestà, Tito Flavio Sabino Vespasiano Cesare, suo primogenito; e però bisogno non ebbe di maneggi per acquistare una dignità, di cui egli già buona parte godeva, e di cui anche il padre l'avea dichiarato erede nel suo testamento. Prese bensì il titolo d'Augusto, indicante la suprema potestà, e quella di Pontefice Massimo; e dal senato gli fu conferito il glorioso nome di Padre della Patria, come apparisce dalle sue medaglie. Per testimonianza di Svetonio [Sveton., in Tito, cap. 1.], egli era nato in Roma nell'anno 41 dell'epoca nostra, in cui Caligola imperadore fu ucciso. Siccome suo padre in quei tempi si trovava in molto bassa fortuna, così Tito nacque vicino al Settizionio vecchio entro una brutta casuccia in camera stretta e scura, che si mostrava anche ai tempi del suddetto Svetonio, per una rarità. Fanciullo fu messo alla corte, probabilmente per paggio, al servigio di Britannico, figliuolo di Claudio imperatore, e con esso lui allevato, studiando seco e sotto i medesimi maestri, le lettere e le arti cavalleresche. Tanta era la famigliarità d'esso lui con Britannico, che in occasion del veleno dato a quell'infelice principe, ne toccò anche a lui non poco, per cui soffrì una grave malattia. Divenuto poi imperadore, mostrò la sua riconoscenza ad esso Britannico, con fargli ergere due statue, l'una dorata, e l'altra equestre d'avorio. Giovanetto di alta statura, di gran robustezza, di volto avvenente ed insieme maestoso, con facilità imparò l'arti della guerra e della pace, peritissimo soprattutto in maneggiar armi e cavalli. Egregiamente parlava il latino e il greco linguaggio, sapea far delle belle orazioni, sapea di musica, e tal possesso avea in far versi, che anche fra gl'improvvisatori facea bella figura. L'imitare gli altrui caratteri gli era facilissimo, e scherzando dicea: Ch'egli avrebbe potuto essere un gran falsario. Fece dipoi col padre varie campagne nelle guerre della Germania, e Bretagna, e poscia nella Giudea, siccome di sopra fu detto, lasciando segni di prudenza e di valore in ogni occasione, e comperandosi dappertutto l'affetto delle milizie. Mirabile specialmente era in lui l'arte di farsi amare, parte a lui venuta dalla natura, e parte acquistata colla saggia sua accortezza, perchè in lui si trovava unita un'aria dolce e una rara bontà verso tutti, con affabilità popolare ed insieme con gravità, che guadagnava i cuori, e nello stesso tempo esigeva il rispetto di ognuno. Ebbe per prima sua moglie Arricidia Tertulla, figliuola d'un prefetto del pretorio. Morta questa, sposò Marcia Furnilla di nobilissimo casato, ma dopo averne avuto una figliuola, nomata Giulia Sabina, di cui parleremo a suo luogo, la ripudiò. In tale stato era Tito, allorchè succedette al padre Augusto nel governo della repubblica romana, ma non senza difetti, la menzion de' quali io riserbo all'anno seguente. Nel presente si crede [Plinius Junior, lib. 6, epist. 16 e 20.] che avvenisse la morte di Plinio il vecchio, celebre scrittore di questi tempi, intorno alla cui patria hanno disputato Verona e Como. Nel primo dì di novembre cominciò spaventosamente il monte Vesuvio a fumare [Dio, lib. 66.], a gittar fiamme, pietre e ceneri, che empievano tutti i luoghi circonvicini. Plinio seniore, che si trovava allora a Miseno, comandante di quella flotta, portato dal suo incessante studio delle cose naturali, sopra una galea si fece condurre sino a Castell'-a-mare di Stabia, per essere più vicino a contemplare il terribile sfogo di quel monte; ed ancorchè vedesse le genti scappare dalla parte del mare, per non esser colte dal torrente del fuoco, o dai sassi, pure si fermò quivi la notte. Allorchè volle anch'egli fuggire, non gli fu permesso dal mare, ch'era in fortuna. Sicchè soffocato dall'odore dello zolfo, e dall'aria ingrossata da quelle esalazioni, lasciò ivi la vita. Plinio secondo, il giovane, comasco, suo nipote, e da lui adottato per figliuolo, uomo non men dello zio dotato di meraviglioso ingegno, che soggiornava allora a Miseno, corse anch'egli pericolo della vita in quel brutto frangente, ma ebbe tempo da ridursi in salvo.


LXXX

Anno diCristo LXXX. Indizione XIII.
Cleto papa 4.
Tito Flavio imperadore 2.

Consoli

Tito Flavio Augusto per l'ottava volta, e Domiziano Cesare per la settima.

Con tutte le belle e plausibili prerogative, colle quali Tito arrivò al trono imperiale, non si vuol dissimulare ciò che scrive di lui Svetonio [Sueton., in Tacito, cap. 7.], cioè aver egli somministrata occasione a molti del popolo romano di credere ch'egli nel governo avesse da riuscire un cattivo principe, anzi un altro Nerone. Si perdeva egli talvolta nelle gozzoviglie coi suoi amici dal buon tempo, stando a tavola sino a mezza notte: dal che si guardavano allora i saggi Romani. Recava loro pena il parere, ch'egli fosse immerso nella libidine anche più abbominevole, stante le qualità delle persone della sua corte, e l'esser egli stato sì sconciamente invaghito della regina Berenice. Temevasi inoltre di trovare in lui un principe, a cui più del dovere piacesse la roba altrui, sapendosi che prendeva regali anche nell'amministrazion della giustizia. Ma dopo la morte del padre cessarono tutti questi sospetti. Tito con istupore e piacer d'ognuno comparve tutt'altro, scoprendosi esente da ogni vizio, e solamente fornito di eccellenti virtù, di maniera che si convertirono in lode sua tutt'i conceputi timori di lui. Licenziò tosto dalla sua corte qualunque persona che dar potesse scandalo, ed elesse amici di gran senno e proprietà, tali che anche i susseguenti principi se ne servirono, come di strumenti utili o necessari al buon governo. Tornò a Roma la regina Berenice, figurandosi, che potendo ora Tito far tutto, molto anch'ella potrebbe sopra di lui. Se ne sbrigò egli e rimandolla alle sue contrade. I conviti, ai quali invitava or l'uno or l'altro de' senatori e de' nobili, erano allegri, ma senza profusione od eccesso. Più non si osservò in lui ruggine d'avarizia; mai non tolse ad alcuno il suo e neppur ammetteva i regali soliti a darsi dalle provincie, città ed università agli Augusti. Eppur niuno d'essi imperadori gli andò innanzi nella munificenza e magnificenza. Imperciocchè in quest'anno egli dedicò l'anfiteatro [Sueton., in Tacit., cap. 8.], appellato oggi il Colosseo, stupenda mole, incominciata, per quanto si crede, da Vespasiano suo padre, e da lui perfezionata. Nulla più fa intendere qual fosse la potenza e splendidezza degli antichi Augusti, quanto i pezzi che restano tuttavia di quel superbo edifizio. Fabbricò eziandio le Terme, o sia i bagni pubblici, presso al medesimo anfiteatro, le cui vestigia pur ora si mirano circa la chiesa di san Pietro in Vincula, per attestato del Nardino, del Donato e d'altri. Ed allorchè si fece la dedicazion di tali fabbriche, cioè quando si misero all'uso pubblico, Tito solennizzò la funzione con maravigliosi e magnifici spettacoli, descritti da Dione [Dio, lib. 66.]. Si fecero combattimenti navali, giuochi di gladiatori, caccie di fiere, cinquemila delle quali furono uccise nell'anfiteatro in un sol dì, e quattro altre migliaia ne' susseguenti giorni. Nè vi mancarono i giuochi circensi, e una gran profusione di doni al popolo. Durarono cento dì così allegre e dispendiose feste.