Consoli

Lucio Licinio Sura per la terza volta, e Publio Orazio Marcello.

Il cardinal Noris, il Fabretti e il Mezzabarba stimarono che questi fossero i consoli dell'anno precedente, e che nel presente Trajano Augusto per la quinta volta, insieme, con Appio Massimo, amministrassero il consolato. Finchè si possa meglio chiarir questo punto, io seguito gli antichi Fasti, abbracciati in ciò anche dal Panvinio, dal Pagi, dal Tillemont e da altri. Disputa ancora c'è intorno al primo d'essi consoli, credendo alcuni ch'egli sia stato non già Sura, ma Suburrano. Sarebbe da desiderare qualche marmo che decidesse la quistione. Uno dei più riguardevoli amici di Trajano fu il suddetto Orazio Marcello. Le conghietture dei migliori letterati concorrono [Loydius, Pagius, Tillemont et alii.] a persuaderci, che in quest'anno prendesse origine la seconda guerra dacica. Non sapea digerir Decebalo la pace fatta con Trajano, perchè comperata con troppo dure condizioni; e però subito che si vide rimesso in arnese, cominciò delle novità, e a chiedere un nuovo accordo, lamentandosi specialmente, che molti dei suoi sudditi passavano al servigio dei Romani. Perchè nulla potè ottenere, determinò di venir di bel nuovo all'armi [Dio, lib. 68.]. Diedesi dunque a far gente, a fortificar i suoi luoghi, ad accogliere i disertori romani, e a sollecitare i circonvicini popoli, acciocchè entrassero seco in lega, per timore, diceva egli, che un dietro l'altro non rimanessero oppressi dall'armi romane. Gli Sciti, cioè i Tartari, ed altre nazioni si unirono con lui. A chi ricusò di sposare i di lui disegni, fece aspra guerra, e tolse ancora ai Jazigi una parte del loro paese. Queste furono le cagioni, per le quali il senato romano dichiarò Decebalo nemico pubblico, e Trajano fece tutti gli opportuni preparamenti per domarne la ferocia. Se sussiste ciò che racconta Eusebio [Euseb., in Chron.], in quest'anno Roma vide bruciata la casa d'oro, cioè, per quanto si può credere, una parte di quella fabbricata da Nerone, che si dovea essere salvata nell'incendio precedente. Furono di parere il Loidio e il Tillemont, che circa questi tempi Plinio il giovane, già stato console, fosse inviato da Trajano al governo del Ponto e della Bitinia, non come proconsole, ma come vicepretore colla podestà consolare. Scabrosa è la quistione del tempo in cui ciò avvenne, e mancano notizie per poterla decidere. A me perciò sarà lecito di differir più tardi quest'impiego di Plinio, siccome han fatto il Noris, il Pagi, il Bianchini ed altri.


CV

Anno diCristo CV. Indizione III.
Evaristo papa 10.
Trajano imperadore 8.

Consoli

Tiberio Giulio Candido per la seconda volta e Aulo Giulio Quadrato per la seconda.

Tre iscrizioni spettanti a questi consoli ho io rapportate altrove [Thesaurus Novus Inscription., pag. 316, n. 3 et seq.]. Credesi che l'anno presente quel fosse, in cui l'Augusto Trajano imprese la seconda sua spedizione contra di Decebalo re dei Daci, per aver egli creduta necessaria la sua presenza anche questa volta contro ad un sì riguardevole avversario, e che non fosse impresa da fidare ai soli suoi generali. Adriano, suo cugino, che fu poi imperadore, ed era stato in quest'anno tribuno della plebe [Spartianus, in Hadriano.], andò servendolo per comandante della legione minervia, e vi si portò così bene, che Trajano il regalò di un diamante, a lui donato da Nerva [Dio, lib. 68.]. Non erano certamente le forze di Decebalo tali da poter competere con quelle di Trajano, il quale seco menava un potentissimo agguerrito esercito. Perciò tentò il Dacio altre vie per liberarsi, se gli veniva fatto, dall'imminente tempesta, con inviar nella Mesia, dov'era giunto l'imperadore, dei disertori bene instruiti per ucciderlo. Poco mancò che non succedesse il nero attentato, perchè Trajano, oltre alla sua facilità di dare in tutti i tempi udienza, spezialmente la dava a tutti nell'occorrenze della guerra. Per buona fortuna osservati alcuni cenni di un di costoro, fu preso, e messo a' tormenti, confessò le tramate insidie: il che sconcertò anche le misure degli altri. Un'altra vigliaccheria pur fece Decebalo. Dato ad intendere a Longino uno de' più sperimentati generali d'armi che s'avessero i Romani, di volersi sottomettere ai voleri dell'imperadore, l'indusse a venire ad una conferenza con lui; ma da disleale il ritenne prigione, sforzandosi poi di ricavar da lui i disegni e segreti di Trajano. La costanza di questo generale in tacere fu qual si conveniva ad un uomo d'onore par suo. Decebalo il fece bensì slegare, ma il mise sotto buone guardie, con iscrivere poscia a Trajano d'essere pronto a rilasciar Longino, ogni volta che si volesse trattar di pace: altrimenti minacciava di torgli la vita. Trajano, benchè irritato forte dall'iniquo procedere di costui, gli rispose con molto riguardo, cioè mostrando di non fare tal caso della persona e salute di Longino, che volesse comperarla troppo caro; ma senza trascurare la difesa della vita di quel suo uffiziale. Stette in forse Decebalo, qual risoluzione ne avess'egli da prendere intorno a Longino; e perchè forse si lasciò intendere di volerlo far morire sotto i tormenti, Longino guadagnò un liberto d'esso Decebalo, che gli procurò del veleno; e, per salvarlo dalle mani del padrone, ottenne di poterlo spedire a Trajano, sotto pretesto di procurar un accordo. Il che eseguito, prese Longino il veleno, e si sbrigò dal mondo. Allora Decebalo inviò a Trajano un centurione già fatto prigione con Longino, e seco dieci altri prigionieri, esibendogli il corpo di Longino, perchè Trajano gli restituisse quel liberto. Ma l'imperadore che trovava aliena dal decoro del romano imperio una tal proposizione, nè gli volle consegnare il liberto, e neppur lasciò tornare a lui il centurione, siccome preso contro il diritto delle genti.

Pare che fondatamente si possa dedurre da quanto narra Dione [Dio, lib. 68.], che nel presente anno nulla di rilevante fosse operato da Trajano per conto della guerra contra di Decebalo. Le applicazioni sue prima di esporsi a maggiori imprese, consisterono in far fabbricar un ponte di pietra sul Danubio. Considerava il saggio condottiere d'armate, che essendo egli passato di là da quel fiume, se venissero assaliti i Romani dai Barbari, poteva esser loro impedito il ritirarsi di qua, ed anche il ricevere nuovi rinforzi. Però volendo assicurarsi di simili pericolosi avvenimenti, e mettere una stabile buona comunicazione fra il paese signoreggiato di qua e di là dal Danubio, volle prima che si edificasse un ponte su quel fiume, per quanto credono alcuni [Cellarius Georg., Tom. I.], tra Belgrado e Widen: intorno a che è da vedere il Danubio del conte Marsigli [Marsilius, in Danubii descriptione.]. Altre opere di somma magnificenza fece Trajano, ma questa andò innanzi alle altre, per sentimento di Dione, il quale non sapea abbastanza ammirarla nè decidere qual fosse più grande, o la spesa occorsa per sì gran lavoro, o l'arditezza del disegno. Ognun sa che vastissimo fiume sia in quelle parti il Danubio, e tuttochè fosse scelto pel ponte il più stretto che si potesse dell'alveo suo, ciò nonostante occorreva un ponte di lunga estensione; e cresceva anche la difficoltà, perchè le acque ristrette in quel sito tanto più veloci e rapide correano, e il fondo del fiume, ricco sempre d'acque, era profondissimo e pieno di gorghi di fango. Ma alla potenza e al voler di un Trajano nulla era difficile. Senza poter divertire le acque del fiume, quivi furono piantate venti smisurate pile tutte di grossissimi marmi quadrati, alte cento cinquanta piedi senza i fondamenti, larghe sessanta, distanti l'una dall'altra cento settanta, ed unite insieme con archi e volte. L'architetto fu Apollodoro Damasceno: [Procopius, lib. 4, de Ædific.] e di qua e di là da esso ponte furono fabbricati due forti castelli per guardia del medesimo. Eppure questa mirabil fabbrica da lì a pochi anni si vide in parte smantellata, non già dai barbari, ma da Adriano successor di Trajano, col pretesto, che per quel medesimo ponte i Barbari potrebbono passare ai danni de' Romani. Ma da quando in qua non potea la potenza romana difendere un ponte, difeso da due castelli? Oltre di che, nel verno tutto il Danubio agghiacciato non era forse un vasto ponte ai Barbari per passar di qua, se volevano? Però fu creduto, e con più ragione, che Adriano, mosso da invidia per non poter giugnere alla gloria di Trajano, così gloriosa memoria di lui volesse piuttosto distrutta. Vi restarono in piedi solamente le pile; e queste ancora a' tempi di Procopio non comparivano più. In questo anno parimente, per quanto si raccoglie dalle medaglie [Mediobarbus, Numism. Imperat.], e da Dione [Dio, lib. 68.], l'Arabia Petrea, che avea in addietro avuti i propri re, fu sottomessa con altri popoli all'imperio romano per valore di Auto Cornelio Palma governatore della Soria, e stato già console nell'anno 99. Una nuova Era perciò cominciarono ad usar le città di Samosata, Bostri, Petra ed altre di quelle contrade.