| Anno di | Cristo CXII. Indizione X. |
| Alessandro papa 5. | |
| Trajano imperadore 13. |
Consoli
Marco Ulpio Nerva Trajano Augusto per la sesta volta e Tito Sestio Africano.
Possiam credere che a quest'anno appartengano due opere di Trajano, fatte prima d'imprendere la spedizione verso l'Armenia, delle quali fa menzione lo storico Dione [Dio, lib. 68.]. Cioè l'erezione in Roma di alcune biblioteche, e la fabbrica della piazza, che fu poi appellata di Trajano, nel sito, dove anche oggidì si mira la sua colonna. Un tesoro impiegò Trajano in formar questa piazza, perchè gli convenne spianare una parte del Monte Quirinale, e servendosi di Apollodoro insigne architetto, ornò in varie maniere tutta la circonferenza di bei portici, e l'atrio di alte e grossissime colonne con capitelli e corone, e con istatue e ornamenti di bronzo indorato, rappresentanti uomini a cavallo e arnesi militari. Nel mezzo dell'atrio si vedea la statua equestre d'esso Trajano. Era sì vaga e sì magnifica tal fattura per altre giunte fattevi da Alessandro Severo imperadore, che restava incantato chiunque la mirava. Ammiano Marcellino [Ammianus Marcellinus, lib. 16, c. 10.] scrive, che venuto a Roma Costanzo Augusto, allorchè giunse alla piazza di Trajano, fattura che non ha pari tutto il mondo, e che mirabil sembra fino agli stessi dii (così uno storico pagano), rimase attonito all'osservar quelle gigantesche figure e tanti begli ornamenti. E Cassiodoro [Cassiodorus Var., lib. 7, c. 6.] anch'egli scriveva, che a' suoi tempi, per quanto si andasse e riandasse alla piazza di Trajano, sempre essa compariva un miracolo. In somma non vi fu opera fatta da Trajano, che non desse a conoscere che il suo bel genio era impareggiabile, e il suo buon gusto mirabile in tutto. Credesi che in quest'anno e nel seguente fosse compiuta e dedicata quella piazza. Il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.], fidatosi di Giovanni Malala, scrittore abbondante di favole e di sbagli, mise all'anno 106 e al seguente, la spedizion di Trajano verso l'Armenia. Le ragioni recate dal Cardinal Noris, dal Pagi e da altri, e lo stesso racconto che fa Dione di quella guerra, persuadono abbastanza, che solamente in questo anno Trajano si mosse verso quelle parti [Dio, lib. 68.]. V'ha in oltre qualche medaglia [Mediobarbus, in Numismat. Imperator.] indicante i voti fatti pel suo buon ritorno. Ardeva di voglia Trajano di far qualche altra militare impresa, per cui sempre più crescesse la gloria sua. Gli se ne presentò un'occasione, perchè egli non era di que' principi che trovano, sempre che vogliono, nei lor gabinetti delle ragioni di far guerra ai loro vicini. Erano soliti i re dell'Armenia (l'abbiam già veduto) di prendere il diadema reale dai Romani imperadori, dalla sovranità de' quali si riconosceano in qualche maniera dipendenti. Esedare, nuovo re di quella contrada, l'avea preso da Cosroe re de' Parti, dominator della Persia. Trajano fece intendere le sue doglianze a Cosroe, il quale come se fossero burle, o per sua superbia, niuna adeguata risposta diede. Trajano allora determinò di farsi fare giustizia con un mezzo più concludente, cioè coll'armi. Si mise dunque in viaggio nell'anno presente con un possente esercito verso il Levante. Il solo suo muoversi fece calar tosto l'alterigia di Cosroe, e spedire ambasciatori a Trajano con dei regali, per esortarlo a desistere da una guerra di tale importanza, giacchè egli diceva d'aver deposto Esedare, e il pregava di voler concedere l'Armenia a Partamasire, che forse era fratello del medesimo Cosroe. Trovarono questi ambasciatori Trajano già arrivato ad Atene, ma non già in lui quella facilità, di cui si lusingavano. Rifiutò egli i lor presenti, e disse conoscersi l'amicizia dalle azioni, non dalle parole, ed esser egli incamminato verso la Soria, dove avrebbe prese quelle misure che più converrebbono. Continuato poscia il viaggio per terra, secondo Giovanni Malala, nel dì 7 del seguente gennaio, oppure nell'ottobre dell'anno presente, entrò in Antiochia, capitale della Soria, con corona d'ulivo in capo.
CXIII
| Anno di | Cristo CXIII. Indizione XI. |
| Alessandro papa 6. | |
| Trajano imperadore 16. |
Consoli
Lucio Publicio Gelso per la seconda volta e Lucio Clodio Priscino.
Vogliono alcuni, che nell'occasione che Trajano Augusto si trovò in Antiochia, o sul fine del precedente anno, o sul principio del presente, gli fosse condotto d'avanti santo Ignazio vescovo di quella città [Acta Sanctorum apud Bolland. et apud Ruinartum.], accusato d'essere cristiano, e pastore de' Cristiani. Confessò il santo vecchio intrepidamente il nome di Gesù Cristo: e però d'ordine di Trajano fu mandato a Roma, per essere esposto alle fiere nell'anfiteatro. Gli atti del suo gloriosissimo martirio, compiuto secondo i Greci nel dì 20 di dicembre, e le sue lettere, spiranti un mirabile amor di Dio e una tenerissima divozione, restano tuttavia per edificazion della Chiesa. Altri mettono più presto il suo martirio; ma a noi basti di sapere la certezza del fatto, se non possiamo quella del tempo. L'iscrizione [Gruterus, pag. 190, num. 4.] che si legge nella base della nobilissima Colonna Trajana, tuttavia esistente in Roma, ci vien dicendo, che nell'anno presente seguì la dedicazione di questa maravigliosa fattura a nome del senato in onor di Trajano, che non ebbe poi il contento di vederla prima di morire. Nella gran copia delle figure illustrate dalla penna del Fabretti, rappresentata si vede la guerra di Trajano contra ai Daci. Proseguendo intanto Trajano il suo viaggio, arrivò con un poderosissimo esercito ai confini dell'Armenia. Allora i re e principi di quelle contrade [Dio, lib. 68.] si portarono a gara a visitarlo con ricchissimi presenti, fra' quali si vide un cavallo così ben ammaestrato, che s'inginocchiava e chinava il capo a' piedi di chi si voleva. Abgaro re, o principe di Edessa nella Osroena, parte della provincia della Mesopotamia, gl'inviò regali e proteste di amicizia, ma senza venire in persona, perchè non volea perdere la buona grazia di Cosroe re de' Parti. Tuttavia in sua vece gli mandò [Idem, in Excerptis Valesian.] Arbando suo figliuolo, giovane di bellissimo aspetto, che s'insinuò così bene nel cuor di Trajano, che quando poi questo imperadore passò per Edessa, Abgaro andatogli incontro, agevolmente, per intercession del figliuolo, ottenne il perdono. Partamasire s'era già messo in possesso dell'Armenia con favore de' Parti, ed avea preso il titolo di re. Con questo titolo scrisse egli lettera di sommessione a Trajano; ma, non vedendo venire risposta, ne tornò a scrivere un'altra, senza più intitolarsi re; supplicandolo di voler inviare a lui Marco Giunio, governatore della Cappadocia, per trattar seco d'accordo. Trajano gl'inviò il figliuolo di Giunio, e intanto continuò il suo viaggio, con impossessarsi del paese, dovunque passava, senza trovarvi resistenza alcuna. Arrivato a Satala, città dell'Armenia minore, venne ad inchinarlo Anchialo re degli Eniochi, popoli della Circassia verso il mar Nero. Trajano il ricevè con grande onore, e il rimandò carico di regali. Allora fu, che anche Partamasire, considerando il brutto aspetto de' suoi affari, probabilmente consigliato dal figliuolo di Giunio a rimettersi nella clemenza cesarea, ottenuto il salvocondotto, venne a presentarsi a Trajano. Nol volle egli ricevere, se non assiso sul trono in mezzo al campo. Se gli accostò Partamasire, e depose a' suoi piedi il diadema senza proferir parola: il che veduto dall'immensa corona dei soldati di Trajano, si alzò un sì allegro strepitoso grido di Viva, che quel principe atterrito fu in procinto di fuggirsene, se non si fosse veduto attorniato da sì gran copia d'armati. Chiesta poi una particolare udienza da Trajano, l'ottenne egli bensì, ma non già il diadema, siccome egli dimandava e sperava coll'esempio di Tiridate a' tempi di Nerone. Era ben diverso dal codardo Nerone il coraggioso Trajano. Ne uscì in collera Partamasire; ma risalito sul trono Trajano, il fece richiamare, acciocchè pubblicamente si riconoscesse il ragionamento seguito fra loro in disparte. Lamentossi Partamasire d'essere trattato come un prigioniero, quando egli era volontariamente venuto, e fece nuova istanza, per impetrare il diadema dalle mani di Cesare, a cui giurerebbe omaggio. Trajano gli rispose, che essendo l'Armenia pertinenza del romano imperio, non voleva concederla a chicchessia, ma bensì mettervi un governatore; e licenziatolo, il fece tosto partire, scortato da un corpo di cavalleria, acciocchè non potesse manipolar nel ritorno qualche intrico colla gente del paese. Si venne dunque alla guerra, di cui altro non sappiamo, se non che Partamasire, dopo essersi sostenuto, finchè potè, coll'armi alla mano, finalmente fu ucciso, e tutta l'Armenia restò in potere dell'Augusto Trajano, il quale ne fece una provincia del romano imperio.