Probiano console occidentale vien creduto della casa Anicia dal Reinesio [Reinesius, Inscription., pag. 67.]. Questo fu l'anno, in cui Leone Augusto arrivò a liberarsi dalla prepotenza d'Aspare patrizio, che nol lasciava sicuro sul trono. Era Aspare il primo de' patrizii, come scrive Marcellino conte [Marcell., in Chron.], era principe del senato, come ha l'autore della Cronica Alessandrina [Chron. Alex.], la cui cronologia è molto confusa in questi tempi. Di nazione barbarica fu suo padre Ardaburio cioè Alano; ed essendo arrolati assaissimi di que' Barbari nelle guardie dell'imperadore e nell'armata cesarea, perciò un gran partito aveva egli in Costantinopoli, anzi una tal possanza, che ispirava timore ai medesimi Augusti; maggiormente ancora era cresciuta la di lui petulanza e l'insolenza de' suoi figliuoli, per aver egli col suo potente appoggio portato al trono l'imperador Leone. Si aspettava costui un gran premio per questo, e, non veggendolo comparire, cominciò ad inquietarsi e ad inquietare Leone stesso, in guisa che insorsero sospetti che meditasse di farsi proclamar imperadore colla rovina d'esso Leone Augusto; il quale per addolcirlo, o per ingannarlo, s'indusse a dichiarare Cesare il di lui figliuolo Patricio, siccome s'è detto di sopra, ma con disapprovazione e mormorazione di tutti i Cattolici, che non poteano sofferire l'incamminamento di questa famiglia ariana al trono imperiale. Andarono tanto innanzi i sospetti e le diffidenze, che finalmente Leone Augusto, non potendo più reggere a questo peso, determinò ed eseguì la loro rovina. Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.] altro non dice, se non che esso Aspare patrizio, ed Ardaburio e Patriciolo Cesare suoi figliuoli, mentre erano in corte, furono tagliati a pezzi dalle spade degli eunuchi palatini. Ma Niceforo [Niceph., lib. 15, cap. 27.] racconta il fatto in una altra maniera, che non so se sia affatto credibile. Cioè che ne' giuochi circensi, allorchè tutto il popolo era unito, si sollevò un tale schiamazzo contra di Aspare e de' suoi figliuoli, anzi una tal disposizione a scagliarsi contra di loro, ch'essi per paura scapparono a Calcedone, e si ritirarono nella chiesa di santa Eufemia. L'imperadore inviò loro il patriarca, esortandogli a tornare, con impegnar la sua parola per loro sicurezza. Risposero di non volersi muovere, se l'imperadore non andava colà in persona. Egli vi andò, li ricondusse, li tenne alla sua tavola, con prometter loro di obbliar tutte le ingiurie passate. Dall'altro canto diede ordine a Zenone Isauro suo genero, di cui più che di altri si fidava, che tornando costoro a palazzo, improvvisamente assalendoli, togliesse loro la vita. Fu data esecuzione al comandamento; e il primo a provare il taglio delle spade fu Ardaburio. Il che veduto da Aspare, esclamò (se pure è probabile che gli fosse lasciato tempo di così favellare): Se l'è meritata, per non aver mai badato a' miei consigli; perchè più volte gli dissi: Divoriamo noi questo lione, prima che egli faccia un buon pranzo di noi. Dopo di che anch'egli fu levato dal mondo. Così Niceforo, il quale certamente fallò in credere che quell'Ardaburio fosse padre di Aspare, quando era figliuolo; e in dire che Leone Augusto in ricompensa di questo fatto diede Arianna sua figliuola per moglie a Zenone, quando si sa che alcuni anni prima era seguito quel matrimonio. Pretende ancora Niceforo che Patricio, altro figliuolo d'Aspare già dichiarato Cesare, fosse mandato in esilio. Altri scrittori, cioè Marcellino conte, Vittor Tunonense e l'autor della Miscella scrivono ucciso ancor lui in quella congiuntura. Procopio dice solamente trucidati Aspare e Ardaburio; e Candido, storico antico citato da Fozio [Photius, in Bibliotheca, Cod. 79.], asserisce che questo giovane riportò bensì una ferita, ma potè salvarsi colla fuga. Egli è fuor di dubbio che Ermenerico, figliuolo anch'esso di Aspare, e stato console nell'anno 465, perchè era lontano, scappò questa burrasca. Non sussiste poi che Arianna, come scrive Niceforo, fosse quella che fu promessa in moglie ad esso Patricio, ma sì bene Leonzia, la qual poscia, o nel presente o nel seguente anno, fu destinata per moglie a Marciano figliuolo di Antemio imperador d'Occidente.

E tal fu il fine di quella tragedia, non essendo però mancate persone che disapprovarono il fatto, siccome per relazione d'Evagrio [Evagr., lib. 2, cap. 15.] sappiamo che fece Prisco istorico di questi tempi, mentre taccia di ingratitudine Leone, per aver sì malamente rimeritato chi aveva alzato lui al trono. Per la morte di costoro dicono che fu posto a Leone il soprannome di macello, ossia di macellajo. Racconta eziandio lo scrittore della Cronica Alessandrina [Chron. Alexandr.] che si svegliò in Costantinopoli una sedizione dei soldati goti e di altri aderenti al partito di quegli ariani. Alla testa d'essi era Ostro conte, di nazione goto, che assalì il palazzo imperiale; ma ritrovata gran resistenza nelle guardie, dopo la morte di molti, egli fu obbligato a ritirarsi; e conoscendosi inferiore di forze, presa seco una concubina d'Aspare, assai ricca e di rare bellezze, passò nella Tracia, dove diede un gran guasto e fece altri mali. Però il popolo di Costantinopoli in una canzone andava ripetendo: Fuorchè il solo Ostro, niuno è amico del morto. Teofane [Theoph., in Chronogr.] aggiugne che Teoderico goto, figliuolo di Triario, che fu poi re de' Goti, accorse in aiuto del suddetto Ostro; e che se non giugnevano a tempo Basilisco tornato dalla Sicilia, e Zenone venuto da Calcedone, con rinforzar le guardie imperiali, succedeva maggior disordine in quella città. Esito ben diverso ebbero in Occidente le discordie insorte fra l'imperadore Antemio e Ricimere patrizio. Era similmente esorbitante la potenza di costui nell'imperio occidentale, barbaro anche esso di nazione, ed eretico ariano di credenza. Tuttochè Antemio, con dargli in moglie una sua figliuola, si fosse studiato di attaccarlo mercè di questo modo ai proprii interessi, pure si trovò deluso. Ricimere volea farla da imperadore; corsero anche sospetti di peggio, cioè ch'egli meditasse dei neri disegni sulla persona dello stesso Antemio; perchè teneva corrispondenza coi Barbari nimici dell'imperio; e quanto più Antemio s'ingegnava d'obbligarlo coi doni, tanto più egli diveniva orgoglioso. Si venne perciò a rottura, e Ricimere si ritirò a Milano, dove cominciò a far preparamenti di guerra contra del suocero Augusto. Ennodio [Ennod. in Vita S. Epiphanii Ticinens. Episcopi.], scrittore di questi tempi, quegli è che fa questo racconto, ed aggiugne che la nobiltà milanese colle lagrime agli occhi cotanto lo scongiurò, che s'indusse a spedire una ambasceria ad Antemio per trattar di pace. Fu scelto per tale impresa santo Epifanio vescovo di Ticino, cioè di Pavia, che, ito a Roma, pacificò l'imperadore, e riportò sì lieta nuova a Milano. Quest'ambasciata di sant'Epifanio vien riportata dal Sigonio all'anno 472, e dal cardinal Baronio al presente 471. Ma il padre Sirmondo [Sirmondus, in Notis ad Ennod.], seguitato poi dal padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.], pretende che essa seguisse nel 468, perchè di quel santo prelato, proposto per ambasciatore, fu detto: Est nobis persona nuper ad sacerdotium ticinensis urbis adscita; ed Ennodio scrive di sotto, che regnando Nipote imperadore, cioè nell'anno 474, sant'Epifanio toccava già l'anno ottavo del suo vescovato. Ma noi ricaviamo da Sidonio [Sidon., lib. 4, ep. 5.] che negli ultimi mesi dell'anno 467 seguirono in Roma le solennissime nozze di Ricimere colla figliuola di Antemio Augusto, e che nel dì primo dell'anno 468, in cui esso Sidonio recitò il suo panegirico in onore di Antemio, Ricimere era in Roma, e passava egregia concordia col suocero. Dall'altro canto impariamo da Ennodio nella vita suddetta, che, dopo essere nata la discordia fra l'imperadore e Ricimere, questi si ritirò a Milano, e che amendue facevano preparamenti di guerra: dopo di che fu spedito sant'Epifanio, il quale prima della Pasqua se ne ritornò a Pavia. Adunque non è verisimile che sì presto si rompesse l'amicizia tra Antemio e Ricimere, e che in sì breve tempo, come è dal primo di gennaio dell'anno 468 al dì 31 di marzo d'esso anno, succedesse quanto ho narrato fin qui. Però quel nuper di Ennodio dovrebbe prender più tempo di quel che sembra; e riesce credibile che più tardi di quel che si figura il Sirmondo, accadde la dissensione suddetta e l'ambasciata di sant'Epifanio. Certamente quand'anche si accordasse una dissensione e tregua precedente, almeno in quest'anno dovette ribollire fra l'imperadore e Ricimere l'odio e la discordia, di cui vedremo gli effetti funesti nell'anno che seguita.


CDLXXII

Anno diCristo CDLXXII. Indizione X.
Simplicio papa 5.
Leone imperadore 16.
Olibrio imperadore 1.

Consoli

Festo e Marciano.

Da Anastasio Bibliotecario, nella vita di papa Simmaco [Anastas. Bibl. in Vit. Symmachi.], intendiamo che il primo di questi consoli, cioè Festo, ebbe questa dignità per l'Occidente. L'altro, cioè Marciano, fu console per l'Oriente. Pretende il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] che questi sia figliuolo di Antemio Augusto, a cui fu data per moglie Leonzia figliuola di Leone imperadore d'Oriente. Ma s'è veduto anche all'anno 469 console Marciano, ch'esso Pagi parimente crede lo stesso che procedette console nel presente anno. Chieggo io, se ciò è, perchè mai Marciano non viene in alcuno de' Fasti, nè presso alcuno degli storici, appellato consul II? Ciò a me fa dubitare di due personaggi diversi. Finalmente in quest'anno divampò il mal animo dell'iniquo Ricimere patrizio contra dell'imperadore Antemio. Dal solo autore della Miscella [Tom. 1 Rer. Italic. Scriptor.], secondo la mia edizione, abbiam qualche lume di questo successo. Non ostante la pace fatta, il perfido ariano venne da Milano alla volta di Roma con un gagliardo esercito, e si mise ad assediar la città, con accamparsi presso il ponte del Teverone. Poche forze aveva Antemio, che verisimilmente non si aspettava questa visita. Il peggio fu, ch'egli teneva ben dalla sua una parte del popolo romano, ma anche un'altra seguitava il partito di Ricimere, tra perchè egli s'era fatto di molti aderenti, e perchè molti de' Latini miravano di mal occhio un greco imperadore che comandasse all'Occidente. Fors'anche in lui non si trovava quella religione e pietà che i Greci decantano. Sostenne Antemio per lungo tempo l'assedio; e Teofane [Theoph., in Chronogr.] scrive che giunsero i suoi soldati per mancanza de' viveri fino a mangiar del cuoio ed altri insoliti o schifosi cibi. Tanta costanza ed ostinazione procedeva dalla speranza che avessero da venir soccorsi. Ed in fatti Bilimere, governator delle Gallie, udita che ebbe la congiura scoppiata contro Antemio, desideroso d'aiutarlo, venne speditamente in Italia, menando seco un buon esercito; e giunto che fu a Roma, presso il ponte d'Adriano, attaccò battaglia; ma male per lui, perchè vi restò sconfitto ed ucciso. Il Sigonio lasciò scritto che questo Bilimere era di nazione Goto, e l'esercito suo composto di Goti; ma io non truovo onde ciò apparisca. Dopo questa vittoria, Ricimere, o per forza, o per amore, entrò a dì undici di luglio nell'afflitta città di Roma; e quivi una delle prime cose fu di far tagliar a pezzi il misero Antemio suocero suo. Trovavasi Roma allora in estreme miserie, parte per l'orrida fame patita, e parte per una epidemia che infieriva nel popolo. Vi si aggiunse il terzo flagello, cioè il terribil sacco che l'ariano Ricimere quivi permise ai vittoriosi suoi soldati, non essendo restati esenti da tanta barbarie se non due rioni, dove era alloggiata la gente d'esso Ricimere. Ed ecco l'amaro frutto dell'aver gl'imperadori voluto per lor guardie, o per ausiliarii, gente barbara, ariana e di niuna fede. Ma questo iniquo uomo, che avea tenuti finora per ischiavi gl'imperadori, e poi gli aveva, secondo il suo arbitrio, mandati all'altro mondo, non godè lungamente il frutto delle sue malvagità, perciocchè da lì a tre mesi, come ha l'autore della Miscella, o pure, come attesta il Cronologo del Cuspiniano [Chronolog. Cuspiniani apud Panv.], scrittore più accurato, nel dì 18 d'agosto, fra gli spasimi d'una dolorosa malattia finì anch'egli di vivere e di assassinare gl'imperadori. Il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad ann. 473.] ha osservato che Ricimere avea fatto fabbricare in Roma una chiesa col titolo di sant'Agata, oggidì sotto monte Magnanapoli, acciocchè servisse di sepolcro a lui e ai suoi soldati goti, che seguitavano al pari di lui l'arianismo. In un musaico si leggeva questa iscrizione:

FL. RICIMER. V. I. MAGISTER VTRIVSQ. MILITIAE
PATRICIVS ET EXCONSVL ORD. PRO VOTO SVO
ADORNAVIT.

E in una lamina di rame con lettere di argento, rapportata dal Doni e da me altrove [Thesaur. novus Inscript., pag. 266.], si leggeva quest'altra: