Flavio Zenone Augusto per la seconda volta, senza collega.

Alle miserie della Gallia narrate di sopra si dee ora aggiugnere la persecuzione fatta da Enrico re de' Visigoti alla religion cattolica, e descritta nel presente anno da Sidonio vescovo in una sua lettera [Sidon., lib. 7, cap. 6.] a Basilio vescovo d'Aix, come va conghietturando il padre Sirmondo. Racconta egli che il re barbaro, zelantissimo della sua setta ariana, non già uccise i vescovi cattolici, come scrisse Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 25.], osservando il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] che il summis sacerdotibus morte truncatis di Sidonio, solamente s'ha da interpretare, ch'erano morti di morte naturale, ma sì bene vietava che si ordinassero i lor successori, di maniera che per mancanza di parrochi e preti le chiese rimanevano serrate, e sulle porte di esse nascevano le spine, e i popoli restavano defraudati de' sacramenti. Due vescovi furono mandati in esilio; e toccò da lì a qualche tempo allo stesso Sidonio la medesima disavventura, dalla quale nondimeno egli si rilevò per intercessione di Leone questore dello stesso re Eurico. Intanto nell'Italia, divenuta teatro di frequenti peripezie, avvenne che Nipote imperadore, volendo aver più vicino Ecdicio, valoroso figliuolo del già Avito imperadore, di cui si è parlato nel precedente anno, o per sospetti, o con disegno di rimunerarlo, il chiamò in Italia, siccome narra Giordano istorico [Jordan., de Reb. Getic., cap. 45.], e in luogo suo destinò generale d'armata nelle Gallie Oreste, creato prima patrizio, e che certamente da lì a non molto si trova ornato di questa dignità. Costui vien chiamato di nazione Romano da Prisco istorico [Priscus, pag. 37, tom. 1 Hist. Byz.], il quale cel rappresenta spedito negli anni addietro ambasciatore a Costantinopoli da Attila re degli Unni. E che questi fosse il medesimo, di cui ora parliamo, ne fa fede il Cronologo [Chronologus Valesii post Ammianum.] pubblicato dal Valesio dopo Ammiano Marcellino, con dire che allorchè Attila calò in Italia, Oreste si acconciò al di lui servigio per segretario delle lettere. Dopo la morte di quel re barbaro tornato esso Oreste in Italia, si avanzò ancora nel servigio degl'imperadori occidentali, tanto che giunse nel presente anno a comandare l'armata ch'egli dovea condur seco nelle Gallie. Vien costui appellato da Procopio, uomo di singolar prudenza. Ora questo sì prudente, ma disleale personaggio, in vece di muoversi alla volta delle Gallie, guadagnati ch'ebbe gli animi della maggior parte de' soldati, rivolse l'armi contra del suo stesso signore e benefattore. Per quanto scrive il Cronologo del Cuspiniano [Chronologus Cuspiniani.], e l'autore anonimo del Valesio [Anonymus Valesianus.], Nipote imperadore sorpreso da questa frode si ritirò in Ravenna, e quivi da Oreste fu sì strettamente assediato, che veggendo di non poter resistere, nel dì 28 d'agosto giudicò meglio di fuggirsene per mare a Salona città della Dalmazia, dove Glicerio da lui deposto era dianzi ito ad empiere quella cattedra episcopale. Di belle accoglienze si dovettero fare l'uno all'altro questi due abbattuti Augusti. Era anche il suddetto Nipote dalmatino di nazione, per attestato di Teofane [Theoph., in Chronogr.]; e però fu ben ricevuto dai suoi nazionali, fra' quali, finchè potè, seguitò a signoreggiare. Aveva Oreste un figliuolo assai giovinetto per nome Romolo, e perciocchè tutto andava a seconda de' suoi desiderii, il fece proclamare imperadore in Ravenna nel dì 31 d'ottobre dell'anno presente. Questi è chiamato dagli scrittori antichi Augustolo, credono alcuni per derisione a cagion della sua tenera età. Pensano altri ch'egli, oltre al nome di Romolo, portasse quello d'Augusto. Il Du-Cange [Du-Cange, Famil. Byz., pag. 81.] rapporta una medaglia con questa iscrizione. D. N. ROMVLVS AVGVSTVS P. F. AVG. Il Goltzio [Goltzius, in Numism.] ne dà un'altra con le seguenti lettere: D. N. AVGVSTVLVS PERP. P. F. AVG.; ed un'altra con questa epigrafe: D. N. FL. MOMVL. AUGVSTVLVS P. F. AVG. Si può con ragion sospettare, anzi credere, della impostura in alcune di queste medaglie. L'anonimo del Valesio merita probabilmente più fede, allorchè scrive che questo giovane, prima d'essere innalzato al trono imperiale, era chiamato Romolo dai suoi genitori. Forse questo glorioso nome fu cambiato per ischerno dalla gente in Momolo, e poscia in Momillo; o pure qualche testo corrotto dei vecchi storici ha ingannato in ciò alcuni de' moderni scrittori. Procopio [Procop., de Bell. Goth., lib. 1, cap. 1.], all'incontro, c'insegna ch'egli avea nome Augusto, e che i Romani per galanteria, a cagione della sua età, il chiamavano Augustolo.

Circa questi tempi, per quanto si ricava da Malco [Malch., in Hist. Byzant., tom. 1, pag. 75.] e da Giordano storici [Jordan., de Reb. Get., cap. 55.], non però in tutto concordi, gli Ostrogoti abitanti nella Pannonia (il che è da notare, e vedremo anche Teoderico re d'Italia appellar la Pannonia antica sede dei Goti) mossero guerra all'imperio d'Oriente, con fare un'irruzione nella Mesia. Re di costoro era Teodemiro, padre di quel Teoderico Amalo che vedremo fra qualche tempo re d'Italia. Aveva questo re dianzi condotto il suo esercito contra gli Alamanni e Svevi della Germania, con devastar le loro campagne, e trucidar qualunque se gli opponeva. Tornando poscia a casa vittorioso, con sommo piacere accolse il figliuolo Teoderico, lasciato ne' tempi addietro per ostaggio nella corte di Costantinopoli, e rimandato a casa da Leone imperadore con dei magnifici regali. Era allora Teoderico in età di dieciotto anni, ed innamorato sì fattamente della guerra, che da lì a non molto, senza saputa del re suo padre, raunato un corpo di seimila soldati, e passato il Danubio, improvvisamente arrivò addosso a Babai re dei Sarmati, principe insuperbito per aver poco prima data una rotta a Camondo duca dei Romani; ed avendolo ucciso, con ricchissima preda se ne tornò a casa, con aver tolta ai Sarmati la città di Singidono, occupata da essi ai Romani, ch'egli seppe anche ritenere per sè. Ora Teodomiro accompagnato dal figliuolo Teoderico ostilmente col suo esercito passò nella Mesia, prese la città di Naisso, ed altri luoghi; s'impadronì della Tessalia, di Eraclea e Larissa; e, passato più innanzi, pose l'assedio a Tessalonica, ossia Solonichi. Clariano, o piuttosto Ilariano patrizio, che era alla difesa di sì importante città, temendo di soccombere, mandò dei doni a Teodemiro, e propose un trattato di pace, in cui fu conchiuso che si scioglierebbe quell'assedio, e l'imperadore concederebbe a quei Barbari una buona porzion di paese nella Tracia. Non molto dopo venne a morte il re Teodomiro, e chiamati i suoi Goti alla presenza e col consentimento di essi dichiarò suo successore Teoderico suo figliuolo, principe di rara espettazione, le cui imprese racconteremo a suo tempo. Ma qui non è molto sicura la Cronologia di Giordano; perciocchè vedremo che la presa di Larissa succedette nell'anno 481, Zenone imperadore in quest'anno a dì 15 d'ottobre fece una molto lodevol legge [Cod. ut Omnes.], ordinando che tutti i governatori e giudici, terminato il lor magistrato, si fermassero per cinquanta giorni nel luogo per fare il sindacato. Ma intanto esso imperadore seguitava a sfoggiare nei vizii e ne' passatempi. Secondochè s'ha da Teofane [Theoph., in Chronogr.], negò egli una grazia a Verina Augusta sua suocera, che l'avea aiutato a salire sul trono. Di più non vi volle, perchè ella pensasse a farnelo discendere. Aspettato dunque il tempo che Zenone si trovava in Eraclea città della Tracia, congiurata con vari senatori, fece svegliare da Basilisco suo fratello una sedizione in Costantinopoli, al cui avviso Zenone, uomo effeminato e mancante di coraggio, se ne scappò in Soria per mare, menando seco Arianna Augusta sua moglie e una gran somma d'oro, e si ritirò in un forte castello. Quivi anche tremando giudicò meglio di rifugiarsi nella Isauria, dove il popolo della sua nazione gli diede tutta la possibil sicurezza. La Cronica Alessandrina [Chron. Alexandr.] dice ch'egli fuggì a Calcedone, e di là in Isauria, ed era allora tempo di verno. Intanto Basilisco fratello di Verina Augusta fu proclamato imperadore, ed egli, dopo aver fatta coronare Zenonida, ossia Zenoida, sua moglie, dichiarò Cesare, e poscia collega nell'imperio, Marco suo figliuolo, il quale negli editti pubblicati dal padre, e in una medaglia, rapportata dal Chifflezio, si vede nominato col genitore, ed ornato anch'esso col titolo d'imperadore. Rapporto io al presente anno questo avvenimento, raccontato da tutti gli antichi scrittori, quantunque io sappia che il Pagi lo riferisca all'anno susseguente. Ma di ciò torneremo allora a parlare.


CDLXXVI

Anno diCristo CDLXXVI. Indiz. XIV.
Simplicio papa 9.
Zenone imperadore 3.
Odoacre re 1.

Consoli

Basilisco per la seconda volta ed Armato.

Amendue questi consoli sono orientali. Basilisco vien creduto il fratello di Verina Augusta. Armato, per testimonianza di Teofane [Theoph., in Chronogr.], era nipote, e, secondo altri, cugino d'esso Basilisco. L'autore della Miscella [Histor. Miscell., tom. 1 Rer. Italic.] ci fa sapere che dopo essere stato creato imperadore Romolo Augustolo, Oreste patrizio suo padre spedì ambasciatori a conchiudere una lega con Genserico re de' Vandali in Africa. Ma ciò a nulla servì, perchè da un altro Barbaro venne la rovina di lui e dell'imperadore suo figliuolo. E questi fu Odoacre figliuolo di Edicone, cioè, per quanto porta la verisimiglianza, di quel medesimo che si trova annoverato da Prisco istorico [Priscus, tom. 1 Hist. Byz., pag. 37 et seq.] fra i primi ministri d'Attila, e chiamato Scita, cioè Tartaro di nazione. Da Giordano storico [Jordan., de Regnor. Success.] egli ci vien rappresentato natione Rugus: e da Teofane è detto di stirpe gotica, ma allevato in Italia. Nella vita di san Severino [Vita s. Severini, in Act. SS. Boland. ad diem 8 januar.], scritta non lungi da questi tempi da Eugippio, egli vien nominato Odobagar, Otachar e Odachar. Come e perchè movesse Odoacre contra d'Augustolo questa sì fiera tempesta, non si può ricavar chiaro dalla storia antica. Il suddetto Giordano e l'autore della Miscella scrivono ch'egli dall'ultimo confine della Pannonia (e pur di questa abbiam detto ch'erano allora padroni i Goti) calò in Italia con un formidabile esercito d'Eruli, Turcilingi, Rugi, Sciti, ed altri popoli ausilarii; e passando pel Norico volle abboccarsi con san Severino apostolo di quelle contrade, che era in fama di gran santità, da cui gli fu predetto quanto poscia accadde. È narrato questo fatto anche dal suddetto Eugippio nella vita del medesimo santo. Verisimilmente Odoacre invitato dagli amici di Nipote, e tratto dalla fama di tante mutazioni, che sommamente avevano indebolito l'imperio romano d'Occidente, si mosse colla speranza di farne egli stesso il conquisto. Ma Teofane, siccome abbiam detto, attesta che Odoacre era allevato in Italia; e Procopio aggiugne [Procop., lib. 1, cap. 1 de Bell. Goth.] che costui militava in Italia fra le guardie del corpo degl'imperadori. E perciocchè prima i Romani aveano preso al loro servigio una gran moltitudine di Barbari, Sciti, Alani e Goti, con vergogna e danno dell'imperio stesso, avvenne che essi Barbari insuperbiti, conoscendo il loro forte, e qual contrada fosse questa, e come erano inviliti gl'Italiani, cominciarono a pretendere una terza parte dei terreni dell'Italia per loro sostentamento. Oreste si oppose a tal pretensione; laonde i medesimi elessero per loro capo Odoacre, che spogliò poi Oreste della vita, e suo figliuolo dell'imperio. Quando ciò fosse stato, sarebbe da credere che Odoacre fosse passato dall'Italia nella Pannonia, da dove poi, per rinforzare i Barbari di Italia, fosse ritornato, conducendo seco una ciurma sterminata di varie altre nazioni, tutte ansanti a far bottino in questi paesi, non rade volte infelici, perchè troppo felici.

Comunque sia, giunto in Italia con sì grande sforzo di gente Odoacre, senza trovar opposizione, s'incamminò verso la fertile Liguria, cioè verso Milano. Oreste patrizio, raunata quanta gente potè, s'era postato all'Adda, probabilmente verso Lodi, per contrastargli il passo; ma conosciute troppo superiori le forze de' Barbari, e trovandosi anche abbandonato da molti dei suoi, ritirossi a Ticino, cioè a Pavia, città assai forte, sperando quivi un asilo sicuro. Sopraggiunse Odoacre, ed assediata la città, la espugnò finalmente, e ne permise il sacco ai soldati, che fecero prigioni i cittadini e diedero alle fiamme le chiese e le case, facendo un terribil falò di tutte le abitazioni. Ennodio [Ennod. in Vita S. Epiphanii.] è quello che descrive così fiera tragedia. Venuto in quella occasione alle mani di Odoacre Oreste patrizio, parve che avesse da avere salva la vita; ma condotto a Piacenza, quivi nel dì 28 d'agosto fu ucciso [Chronologus Cuspiniani.]. Marciò di poi il vittorioso esercito alla volta di Ravenna. Era quivi Paolo fratello d'Oreste, e questi ancora preso nella Pigneta fuori di Classe, restò vittima del furore barbarico nel dì 4 di settembre. Entrò Odoacre in Ravenna, e continuato il viaggio, niuna difficoltà trovò ad entrare anche in Roma. Nell'una di queste due città colse Augustolo; ma mosso a compassione della di lui tenera età, ricordevole ancora della amicizia passata in addietro con Oreste di lui padre, non solamente gli salvò la vita, ma fattogli un assegno di seimila soldi d'oro, il confinò in un castello della Campania, appellato Lucullano, acciocchè quivi liberamente vivesse co' suoi parenti: parole dell'Anonimo Valesiano [Anonymus Vales.], indicanti che suo padre fosse nativo di quelle contrade. Così, secondo la osservazion degli antichi, l'imperio romano cominciato da Romolo, e stabilito da Augusto, terminò in questo infelice Romolo ed Augustolo. Si diffuse poi per l'Italia tutta l'armata barbarica. La maggior parte delle città aprì senza farsi pregare le porte; e quelle che vollero far resistenza, pagarono il fio della loro arditezza colla morte degli abitanti, e con divenir elle smantellate ed uguagliate al suolo. Così divenne Odoacre in poco tempo signore e re di tutta l'Italia. Per tale, se crediamo all'Anonimo Valesiano, fu egli riconosciuto nel dì 25 d'agosto, cioè dopo essersi impadronito di Milano e Pavia. Ma con più formalità dovette ciò avvenire, allorchè ebbe deposto Augustolo, e l'armi sue furono entrate in Roma. Non volle egli titolo d'imperador d'Occidente, per riverenza a Zenone imperador d'Oriente, premendogli di non disgustarlo. Anzi vedremo fra poco che egli sul principio, per quanto si raccoglie da Malco istorico [Malch., tom. 1. Hist. Byz.], mostrava intenzione di contentarsi del solo titolo di patrizio, e di governar questi paesi a nome dell'imperadore suddetto. Ma egli da lì innanzi signoreggiò qual re, e dagli scrittori ancora è chiamato re; se non che sappiamo da Cassiodoro [Cassiod., in Chron.] ch'egli non usò mai di portare la porpora, nè le altre insegne reali. E perciò non si veggono medaglie o monete battute da lui in onor suo. Nè resta legge o costituzione fatta da lui. Sembra ancora verisimile ch'egli si dichiarasse subordinato a Zenone imperadore, e il riguardasse come suo sovrano, e però tenesse in freno la propria autorità e potenza. Fece la sua residenza in Ravenna [Theoph., in Chronogr.], città splendidissima allora e molto ricca e forte. E perciocchè gli stava a cuore d'aver anche sotto il suo dominio la Sicilia, che allora ubbidiva al tiranno dell'Africa, cioè a Genserico re de' Vandali, trattò, per attestato di Vittore Vitense [Victor Vitensis, lib. 1 de Persecut.], con esso Genserico, e l'indusse a cedergliela, a riserva d'una parte, con promettere di pagargli ogni anno un certo tributo. Per altro Odoacre, tuttochè di setta ariano, niuna novità fece in pregiudizio della religion cattolica, nè molestò i vescovi o le chiese dei cattolici; anzi si mostrò amorevole ed indulgente verso di loro, come si ricava da Ennodio nella vita di sant'Epifanio. Contuttociò seguì una non lieve mutazione in Italia a cagione di questi nuovi ospiti, conquistatori della terra; perciocchè attesta Procopio [Procop., lib. 1 cap. 1 de Bell. Goth.] che a tanti Barbari in premio della vittoria, e pel loro sostentamento, bisognò assegnar la terza parte dei beni che possedevano gl'Italiani.