Passò ancora quest'anno senza che in Occidente fosse creato console alcuno, secondochè si costumava in addietro. Per testimonianza di Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.], Teoderico Amalo, figliuolo di Teodomiro re degli Ostrogoti, che fu poi re d'Italia, mosse guerra in questi tempi all'imperio d'Oriente, con devastar la Grecia, e giugnere fino alla città di Durazzo, di cui si impadronì, come abbiamo dai frammenti di Malco istorico [Malch., in Hist. Byzant., tom. 1, pag. 81.]. Toccò a Zenone Augusto, uomo dappoco, la fortuna di aver per suo generale nell'Illirico un personaggio sommamente lodato dal suddetto storico Marcellino, cioè Sabiniano, il quale per la rara sua prudenza e valore, e spezialmente per avere rimesso in piedi la disciplina militare, si potè paragonare agli antichi capitani della repubblica romana. Questo Sabiniano adunque, con quelle poche milizie che potè raunare, si oppose ai progressi di Teoderico; e più coll'ingegno che colla forza l'indusse a desistere da quelle violenze, con fargli sperare onori e vantaggi dall'imperador Zenone. In fatti era anche tale il desiderio di Teoderico, narrando il suddetto Malco ch'egli si esibì pronto a posar le armi, oppur di far guerra a Teoderico figliuolo, di Triario, capo di un'altra parte di Goti che si era stabilita nella Tracia, esigendo poi in ricompensa d'essere creato generale d'armata in luogo del suddetto Teoderico suo emulo, d'essere ammesso come cittadino in Costantinopoli, e di potere aver parte negli uffizii del pubblico. Aggiunse inoltre che egli era pronto, se l'imperadore comandava, di passare in Dalmazia, per cacciare di colà Nipote: parole che ci fanno abbastanza intendere che Nipote già imperador d'Occidente, benchè avesse perduta l'Italia, non lasciava però di tener salda sotto il suo dominio la Dalmazia. Sotto quest'anno rapporta Vittor Turonense [Victor Turonensis, in Chron.] la fiera persecuzione che di sopra accennammo, fatta da Unnerico re de' Vandali in Africa ai cattolici; ma di questa parleremo più abbasso. Egli è ben certo, per attestato di Ennodio [Ennod., in vita S. Epiph. Ticin. Episc.], che in questi tempi sant'Epifanio vescovo di Pavia, confidato nell'aiuto di Dio e del popolo, si applicò a riedificare il duomo della sua città, rovinato nell'entrata violenta de' Barbari, come di sopra si è detto. E gli venne fatto. Nè contento di avere adornata coi sacri edifizii essa città, procurò ancora ed ottenne da Odoacre l'esenzion dei tributi ai cittadini suoi per cinque anni avvenire, affinchè potessero riaversi dagl'immensi danni patiti nella presa della città. E perciocchè Pelagio prefetto del pretorio per esso re Odoacre faceva pagare ai popoli della Liguria nei contratti il doppio di quel tributo che si pagava per l'addietro con intollerabil gravezza de' sudditi, ricorsi quei popoli al santo prelato per aiuto, egli in persona andò, dimandò, ed ottenne la giusta moderazione di quegli aggravii. Probabilmente succedette in questi tempi la sedizione mossa contra di Zenone Augusto da Marciano, figliuolo del già imperador d'Occidente Antemio, e cognato d'esso Zenone. Aveva per moglie Leonzia figliuola del già Leone Augusto, e di Verina imperadrice; e saltatogli in pensiero che ad essa sua moglie appartenesse l'imperio d'Oriente, per esser ella nata, mentre Leone suo padre era imperadore, laddove Arianna moglie di Zenone Augusto era venuta alla luce prima che il padre avesse ottenuta l'imperiale dignità: mosse perciò guerra a Zenone, aiutato dai propri fratelli Romolo e Procopio [Theoph., in Chronogr. Evagrius, lib. 3, cap. 26.]. Seguì una battaglia entro la stessa città di Costantinopoli, in cui le truppe di Zenone ebbero la peggio, e furono astrette a ritirarsi nel palazzo, e poco mancò che Marciano anch'egli non vi mettesse il piede. Ma non seppe Marciano profittar del buon vento. Passò egli la notte in cenar bene e dormir meglio; ed intanto Illo general di Zenone con doni guadagnò buona parte dei di lui soldati, di modo che la seguente mattina Marciano accortosi che gli erano state tagliate le penne, altro spediente non trovò che di scapparsene in chiesa. Per ordine di Zenone fu dipoi ordinato prete, e mandato a Papurio castello della Cappadocia in esilio. I suoi fratelli Romolo e Procopio, colti la notte da Illo, mentre si lavavano, ed appresso fuggiti dalle di lui mani, si ritirarono a Roma. Ma abbiamo da Malco [Malchus, tom. 1 Hist. Byz. pag. 87.], da Candido istorico [Candidus, apud. Pothium, Cod. 79.], che Procopio si rifugiò presso di Teoderico figliuolo di Triario re di una parte dei Goti, e non è più probabile che Odoacre avesse sì facilmente ammesso in Roma chi vantava per padre un imperadore. Scrisse lo stesso Malco che il suddetto Teoderico, udita ch'ebbe le sedizione eccitata da Marciano, mosse la sua armata verso Costantinopoli sotto pretesto di aiutar Zenone. Ma Zenone conoscendo con che volpe avea a fare, gli spedì incontro Pelagio, il quale parte colle minacce, parte con regali a Teoderico, e con profusione di molto danaro ai suoi Goti, lo indusse a tornarsene indietro. Vedremo all'anno seguente una simil mossa di Teoderico verso Costantinopoli, con lasciarmi in qualche dubbio, se piuttosto a quello che a questo anno si avesse da riferire la raccontata sedizion di Marciano. Ma sì Evagrio che Malco e Teodoro lettore [Theodorus Lector, lib. 1 Histor. Eccl.] assai dimostrano che questo affare succedette molto tempo prima che il suddetto Teoderico venisse a morte, e però qui par meglio il dar luogo ad un tale avvenimento.


CDLXXX

Anno diCristo CDLXXX. Indizione III.
Simplicio papa 13.
Zenone imperadore 7.
Odoacre re 5.

Console

Basilio juniore, senza collega.

Questo Basilio, secondochè credono il Sigonio, il Panvinio e il padre Pagi, fu creato console in Occidente dal re Odoacre, il quale probabilmente alle istanze del senato condiscese a restituir l'uso dei consoli in Roma; se pure ciò non avvenne, perch'egli stanco dei negoziati fatti con Zenone Augusto, per essere riconosciuto re d'Italia, senza cavarne altro frutto, determinossi a valersi della sua autorità, senza voler più dipendere da esso imperadore. È chiamato Basilio juniore a distinzione dell'altro Basilio che fu console nell'anno 463. Truovasi Basilio prefetto del pretorio in Roma, e patrizio nell'anno 483, menzionato nel concilio romano, e probabilmente quello stesso che ora è console. Tuttavia perchè è ben da stupire come Zenone Augusto non dichiarasse il suo console nel presente anno, forse non è certo che il suddetto Basilio console appartenesse all'Occidente. Siccome abbiam veduto, Nipote già imperadore, cacciato da Oreste padre di Augustolo, s'era ritirato nella Dalmazia, e quivi ritenendo il nome di Augusto, comandava ancora a quei popoli fedeli a lui, perchè anch'esso era di quella nazione. Ma egli trovò de' traditori in casa propria. Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.] al presente anno scrive che Nipote stando in una villa non lungi da Salona, per insidie a lui tese da Viatore ed Ovida, ch'erano dei suoi conti, cioè uffiziali della stessa corte, fu levato di vita. Il Cronologo del Cuspiniano [Chronologus Cuspiniani.] in due parole sotto questo console dice, che Nipote fu ucciso nel dì 9 di maggio. Crede il Sigonio che per odii privati succedesse questa iniquità, e che il fatto dispiacesse non poco al re Odoacre, per quello che dirò all'anno seguente: e ciò potrebbe essere stato. Ma non crederò già col Sigonio che Nipote menasse una vita privata in Dalmazia, per le ragioni addotte di sopra. Qui prende il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] ad illustrare un avvenimento che vien accennato da Candido storico presso Fozio [Photius, in Bibliotheca Cod. 79.]. Narra egli che dopo essere stato deposto (e non già dopo essere stato ucciso, come dottamente osserva esso padre Pagi) Nipote imperadore romano e scacciato il suo successor Augustolo, Odoacre s'impadronì dell'Italia e di Roma. E che non accordandosi con lui i Galli occidentali, inviarono una ambascieria a Zenone Augusto; ed essendone nello stesso tempo stata inviata una altra al medesimo imperadore da Odoacre, parve che Zenone inclinasse più a favorire Odoacre. Fanno argomentare queste parole, che tuttavia restasse nella Gallia qualche popolo fedele al romano imperio, che nondimeno ricusava di riconoscere per suo signore Odoacre re d'Italia. Potrebbono anche appartenere a questi tempi le suddette ambascerie. Ora il Pagi pretende che da queste ambascerie non sieno punto diverse quelle che Malco istorico riferisce inviate a Zenone, e delle quali si è parlato di sopra all'anno 476. Ma difficilmente i saggi lettori concorreranno in sì fatta opinione. Candido scrive che i Galli occidentali (per distinguerli dai Galati, cioè dai Galli orientali) mandarono i loro ambasciatori a Zenone Augusto, e che Odoacre anch'egli spedì i suoi. Malco all'incontro chiaramente ci fa sapere che Augusto figliuolo di Oreste, udito che ebbe il risorgimento di Zenone, forzò il senato di Roma ad inviargli degli ambasciatori. Adunque Augustolo tuttavia comandava, e la spedizione di quegli ambasciatori fu fatta, per quanto si può conghietturare, ad istigazione di Odoacre, il quale sui principii del suo governo impiegò esso Augustolo e il senato romano per ottenere l'approvazione dell'imperadore d'Oriente. Aggiugne che ne' medesimi giorni Nipote decaduto dall'imperio, e ritirato in Dalmazia, inviò anche egli ambasciatori a Zenone, supplicandolo del suo aiuto per ricuperare la primiera sua dignità e fortuna. Come ognun vede, nulla han che fare queste ambascerie con quelle dei Galli e di Odoacre, inviate per altri fini a Costantinopoli. Quanto a Zenone, egli, siccome già accennammo, conferì il patriziato ad Odoacre, credendo ch'egli aiuterebbe Nipote. Ma il Barbaro spogliò Augustolo dell'imperio, e non rimise Nipote sul trono, perchè più ebbe a cuore l'esaltazione propria che l'altrui. Secondo i conti del cardinal Baronio, Unnerico re dei Vandali alle forti istanze di Zenone Augusto e di Placidia vedova di Olibrio già imperador d'Occidente, condiscese in questi tempi, che dopo ventiquattro anni di sede vacante fosse eletto dal clero e dal popolo cattolico di Cartagine il loro vescovo; e questi fu Eugenio prelato che per le sue insigni virtù illustrò non poco la Chiesa cartaginese. Crede il padre Pagi che l'elezione di Eugenio e le preghiere di Zenone Augusto, per ottener questa grazia da Unnerico, sieno da riferire al precedente anno, perchè allora si celebrarono i quinquennali di Zenone dopo la morte di Leone juniore, ed in tali occasioni solevano gl'imperadori segnalarsi con qualche illustre azione. Ma sembrerà ben debole questa ragione ai lettori, oltre al potersi mettere in dubbio que' medesimi quinquennali, immaginati da esso padre Pagi, innamorato forse troppo di quella sua creduta importantissima scoperta.


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